Marina Cvetaeva è la Emily Dickinson del nuovo millennio. Le ragioni del genio – una scrittura ‘mannara’, ferina, all’agguato – e della biografia – esule, dileggiata in vita, suicida, una Maddalena in stracci sola contro l’impero sovietico – concorrono a renderla la poetessa del nostro tempo. Il referto editoriale è illuminante: negli ultimi tre anni sono usciti in Italia – cito per difetto – una dozzina di libri di Marina Cvetaeva; sei nel 2026 – finora. A differenza di Emily, la poetessa che ha riassunto il mondo in una stanza e la Storia nel giardino di casa, Marina è l’artista scagliata nel mondo, setacciata dal secolo. Forse, misteriosamente, deve passare almeno un secolo perché ci si accorga di un poeta.
Esattamente un secolo fa – nel maggio del 1926 – Marina Cvetaeva riceveva una lettera da Rainer Maria Rilke: il poeta si lamentava di non averla incrociata a Parigi, “quell’incontro avrebbe potuto dare ad entrambi una profondissima, segreta felicità”. Anche lui, come Marina, era un esteta dei non-incontri, degli amori immaginati, reclusi in amletico amuleto. Marina gli rispose con la consueta furia (“Voi non siete il poeta che più amo – ‘più’ implica già una comparazione –, Voi siete un fenomeno della natura, che non può essere mio e che non si ama… siete il quinto elemento incarnato, la poesia stessa”); ne nacque uno degli epistolari più sconvolgenti della storia della letteratura (ora raccolto in: M. Cvetaeva, Deserti luoghi. Lettere 1925-1941, a cura di Serena Vitale, Adelphi, 1989). La morte di Rilke, il 29 dicembre di quell’anno, lungi dallo sciogliere il legame con Marina, lo sigillò in maniera indelebile – lo proiettò nell’eterno.
Poche settimane dopo, precipitosamente, Marina dedicò a Rilke uno dei suoi poemi più potenti, All’Anno Nuovo. Gli ultimi versi – “oltre l’estremo, assoluto commiato / a Rainer – Maria – Rilke – in mano” (la traduzione è di Paola Ferretti in: M. Cvetaeva, Sette poemi, Einaudi, 2019) – rimandano ad alcune delle più nitide poesie di Rilke (l’Annunciazione, ad esempio, con quel dire divino, “Ma tu hai stupende/ benedette le mani”, divinamente tradotto da Giaime Pintor). L’intero poema, in fondo, è una inimitabile imitazione di Rilke. Come se Marina Cvetaeva, Medea della poesia, avesse letterariamente inghiottito l’amato poeta, ne avesse divorato l’eucaristica opera. Arsenij Tarkovskij – il papà di Andrej, il regista – diceva che Marina Cvetaeva era una “negromante”. Diceva che “Marina era terribilmente infelice, molti ne avevano paura. Anch’io, un pochino”. L’aveva conosciuta nel 1939, negli ultimi, oltraggiati anni di vita di Marina, in ostaggio dei Soviet, che le avevano arrestato marito e figlia, impedendole, a lei, la poetessa perpetuamente vedova, totalmente orfana, di vivere di scrittura. Era stato l’estremo amore di Marina – la poetessa che ha amato i poeti.
Marina Cvetaeva credeva nella comunità dei poeti, nella santità dei poeti, le colonne del mondo, le radici del cielo. Si trattava, naturalmente, di una santità biblica, in bilico su tutto, cinta di cilicio, da vesti smunte, locuste in bocca, piedi nudi, oscenità e testa sul vassoio. Una santità da jurodivyj, da “pazzi di Dio”, gli evangelici straccioni che dagli affreschi francescani di Giotto si gettano nei romanzi di Dostoevskij, in picchiata. Ai poeti (così il titolo della raccolta curata da Paola Ferretti per Einaudi, 2026) Marina Cvetaeva dedicò gran parte della propria opera, in una specie di vertiginoso apostolato lirico. Spesso, fu la morte a impennare la natura medianica dei suoi versi. Così nascono le poesie per Aleksandr Blok, “Un monaco tu resterai per noi:/ magnifico, mansueto, molto amato”. Il poeta de I dodici era morto di stenti, nell’estate del 1921: reclutato dai bolscevichi come redattore capo della “Commissione straordinaria d’inchiesta sui crimini dei ministri e funzionari zaristi”, aveva capito quasi subito che “il popolo rivoluzionario non ha fatto altro che distribuirsi attorno alla stessa torta davanti alla quale sedeva la burocrazia”. Morendo, imprecò contro “questa puttana, questa traditrice, questa tanto amata Russia che come una scrofa mangia il suo piccolo”. Vladimir Majakovskij, nell’immaginario di Marina, era una specie di Prometeo e di Mangiafuoco – era un poeta-Gerusalemme. La sua morte, nell’aprile del 1930, sancì il crollo del tempio della Rivoluzione: “Chi era in lotta contro ogni dio/ l’ultimo tempio oggi ha abbattuto//…Un colpo – proprio al centro./ Come alle fiere col tirassegno”.
Con Anna Achmatova fu una lotta di smancerie e di bicchieri infranti. Dopo aver saputo della fucilazione del marito, Nikolaj Gumilëv, il poeta avventuriero e antibolscevico, Marina le scrisse una lettera, il 31 agosto del 1921, sbalzata di strazi (“Cara Anna Andreevna, tutti questi ultimi giorni sono corse cupe notizie sul Vostro conto…”). Cinque anni prima, si era rivolta a lei come alla “Musa del Pianto, tra le muse più magnifica!/ Progenie ossessa delle notti bianche!”; entrambe affiatate dal fato (“Io sono il forzato,/ tu il carceriere. Destino identico”). La mente mitologica di Marina trasfigura il lignaggio di Anna Achmatova – discendente, per via materna, da Akhmat, khan dell’Orda d’Oro – in “Bocca-d’oro”, “verbo che redime/ tutta la Rus’”. La Achmatova non abboccò alle moine di Marina. Anna resta la poetessa mondana, superba nel rifiuto, una poetessa-ghepardo; l’altra è la poetessa che viene dai deserti, da un altro mondo di angeli crotalo, di rivelazioni meridiane – è una poetessa-astore, Marina.

I Versi per Puškin – amatissimo “dall’infanzia… fino alla passione” –, dichiarato “Flagello di gendarmi, dio di studenti,/ bile di mariti, trastullo di mogli”, testimoniano il tentativo di Marina di salvare il poeta dalla ‘musealizzazione’ di Stato. Il poeta, costituzionalmente in contrasto contro ogni potere costituito, non può frantumarsi in fantoccio ad uso dei biechi mitografi del politburo, bambolina gonfiabile per le voglie dei burocrati.
Nel volume einaudiano mancano le poesie che Marina dedica a Boris Pasternak, il poeta idolatrato fino all’urlo (“Ci hanno divisi come aquile con-/ giurate…/ come orfani, smarriti”, scrive in una poesia raccolta da Serena Vitale in Dopo la Russia, Mondadori, 1988); alcune poesie del 1916 dedicate a Blok registrerebbero, piuttosto, il rapporto tra Marina e Osip Mandel’štam. A dire che Marina è una specie di Madonna della Misericordia della poesia russa: sotto il suo manto trovano riparo i più grandi poeti della sua epoca. Era una straordinaria ‘imitatrice di voci’: di ciascun poeta riproponeva, variandoli, ritmi, simboli, ossessioni. Nessuno le prestò ascolto – ecco la stimmate che autentica la sua messianica missione.
Nel poemetto I poeti – composto nel 1923 e opportunamente pubblicato al centro del volume Ai poeti – Marina Cvetaeva elenca gli attributi del poeta: “superfluo”, “svuotato, strattonato”, “è letame, è chiodo”, “è invisibile, irreale”. Poeta, scrive Marina, “è in rima con paria” – eppure, è in grazia del poeta-paria che l’uomo ricorda chi è, che il mondo continua a esistere, che il Dio muto torna a parlare. Ogni dono, però, ha un debito in doti di dolore. Sacrificio, a ben guardare, è una parola che sa di pane. I poeti vanno spezzati. Prendeteli, mangiateli tutti.