06 Ottobre 2026

Tra astro e bestia. Einar Benediktsson, il bardo d’Islanda

L’insularità è uno stato della mente. Isola non significa essere isolati, ma avere il sole solo per sé. 

Vorrei ideare un’antologia di poeti “isolani”, di assoluti isolati: verrebbe fuori – credo – il crisma di una scrittura autoctona, di spudorata radicalità. Certo, c’è isola e isola – Irlanda non è Islanda; Inghilterra non è Capo Verde – eppure, c’è sempre un confine da oltraggiare, il mare. Un confine che pretende una scrittura – quando è grande – sconfinata. Gli isolani portano con sé l’oceano; hanno il cielo avvolto nel fazzoletto. 

Detto questo – c’è isola e isola e il desiderio, costante (ancora oggi), di marginalizzare alcune aree del mondo. Gettarle al confino. Guerra dell’immaginario. Prima che il Nord diventasse di moda, ad esempio – uno specie di runico stato dell’essere –, la letteratura islandese era relegata nell’area del non-so-che, annusata con diffidenza. Così, uno tra i massimi poeti della modernità, Einar Benediktsson (1864-1940), è censito dalla “Treccani” come “massimo rappresentante del gusto e della sensibilità simbolista in Islanda”, autore di poesie, tuttavia, che “non s’intendono al di fuori della tradizione indigena”. Letta oggi, in realtà, la poesia di Einar Benediktsson – pur gravata dai gravami retorici del tempo; vizi & veli facilmente estirpabili – pare più viva di quella di parecchi poeti italiani coevi. Il tempo intona la prospettiva. 

Nato nel 1864, Benediktsson fu giurista e giornalista: lavorò il verso forgiando un’autonomia estetica – e dunque politica – per la sua terra. Fu tra i più accaniti fautori dell’indipendenza islandese dal regno di Danimarca. Cercò di elevare la sua isola da cronici problemi di arretratezza, povertà e conseguente emigrazione, sviluppandone, ad esempio, la potenza idroelettrica. Fece fortuna – continuò a scrivere con incessante successo – morì nel 1940. 

Traduttore di genio – di Ibsen, soprattutto, ma anche, dall’inglese, di Longfellow, Edgar Allan Poe e Thomas Gray; voltò in islandese le quartine di Khayyam dalla mitica versione di Fitzgerald – cantò gli elementi, le creature, gli aneliti del cuore inquieto. Quando è grande, la sua è una poesia fitta di cieli stellati e di cavalli al galoppo; naturalmente, il gelo si lega al fuoco, l’anima è una zattera. Una fraternità profonda lega il ritmo della poesia alla terra in cui è sorta: un poeta di lago sarà sempre diverso da un poeta di mare; un poeta cittadino staziona in un dire altro rispetto a quello del poeta di provincia. Il fluire degli alberi, la chiacchiera umana, il canto degli uccelli penetrano nella poesia: le parole ringhiano, si rincorrono, fluiscono, fanno le fusa. 

Infine, Einar Benediktsson virò verso una poesia eterea, avviluppata in sé, a erigere una saga della sapienza interiore. 

Giacomo Prampolini, studioso sempre attento alle letterature laterali, soprattutto dell’estremo Nord, ha detto bene di Einar Benediktsson, in un cammeo tratto dalla sua Storia universale della letteratura:

“…aristocratico temperamento di intellettuale, dimorò a lungo nelle grandi città europee (Roma, Parigi, Londra) e in esse compose parecchi dei suoi poemetti improntati a un austero panteismo. Plastiche sono le descrizioni della natura islandese, dei ghiacci alla deriva, delle brume atlantiche, e quasi sempre da esse traspaiono simboli chiari… Benché non sempre di agevole comprensione, è molto letto da tutto il popolo islandese; la sua opera comprende anche parecchie minuscole stökur, e nell’arduo schema tradizionale il poeta ha saputo infondere un’insolita, maschia vigoria. La seguente quartina, a rima unica, si direbbe scolpita nella dura pietra:

Aspetta calmo, comanda secco
presto s’illuse chi presto s’allietò.
Piangi in silenzio perché ardire e forza
più d’uno cerca nella greve notte
”.

Nel 1955, per la University of Virginia Press, Frederic T. Wood ha curato un’antologia lirica di Einar Benediktsson dal titolo roboante, Harp of the North: sul frontespizio sono ormeggiate le sette stelle dell’Orsa. Di Einar è detto che “Divenne la voce del suo popolo durante la lotta per l’indipendenza economica e politica, esortandolo, in numeroso saggi e poemi, a competere con le altre nazioni, ad acquistare macchinari migliori per l’agricoltura e imbarcazioni più grandi per la pesca, a costruire un nuovo grande porto e soprattutto a produrre energia elettrica sfruttando le numerose cascate del paese”. Un tempo la poesia animava una politica. 

La poesia ‘civica’ di Einar Benediktsson, tuttavia, esalta il genio naturale dell’isola: la sua natura, in fondo, inafferrabile. Nelle poesie più potenti – Cavalli e Sotto le stelle, ad esempio – l’uomo è l’esatta congiunzione tra astro e bestia – cosa che dona, ancora, una esaltante libertà. 

***

La mia opera, terra amata, è un seme
nel tuo essere: presto morirò. 
I canti, un frammento a te offerto,
una foglia che abbellisce la tua ghirlanda. 
I sentimenti più profondi di un cuore
che deve tornare alla sua origine
come le onde ritornano all’Oceano. 

*

Cavalli

Cavalchiamo all’alba: 
la pianura è nuda come una pagina bianca
nessun campo la intorbida, nessun albero
le fa ombra. Mezza estate: uomini e cavalli
sul sentiero – una freccia che scintilla. 
Abbiamo provviste in abbondanza: nulla
è più bello al mondo che cavalcare tra l’erica. 

L’iride si tende, le nuvole ci accerchiano. 
Scintille nei nostri occhi: i cavalieri
avanzano serrati, le bestie mordono 
il freno e corrono. Tendono gli arti. 
Battono gli zoccoli. Le briglie imbragano
mani e umani. Freme lo spirito della
macchina vivente sotto la sella. 

Ogni destriero sprigiona la propria natura.
Gli zoccoli arpionano la terra. 
Il gruppo avanza in silenzio – collo teso
nell’ululato; narici che fremono; labbra
contorte in tempesta. I fianchi potenti.
Non mettere alla prova i cavalli:
galoppano con le criniere nel vento. 

Lontano dal dominio delle cieche città
cavallo e uomo tornano una cosa unica. 
Lo spirito vitale nasce dalla stessa 
essenza: entrambi hanno l’anima
eterna e lodano il Supremo. 
Insieme si abbeverano del giorno
bevanda di vita offerta in aurei calici. 

Opera dell’Assoluto, i cavalli
sono potenza incisa nel sangue – 
una stessa forza muove le onde
e il vento. Le mani che scolpiscono
il metallo ispirano sogni in verbi
di fuoco, scardinano sguardi 
dal passato – energia e moto
raffigurano il desiderio di vivere. 

Chi corra sui prati al ritmo degli
zoccoli beve la felicità fino in fondo. 
Da solo, l’uomo è una creatura
incompleta: unito alla bestia 
scopre se stesso – il cavaliere
in sella al cavallo è davvero un re: 
pur senza corona il suo destino
è conquistare il regno. 

Se il dolore ti stritola il cuore
afferra la sella, monta il cavallo
corri nei prati in pieno giorno. 
Non crogiolarti nel male: anche 
se è un rischio, vai lontano da casa.
Ogni pena sarà lenita dalla fierezza
del cavallo: lascialo galoppare
appagherà i sogni che puntellano

il tuo cuore.

*

Sotto le stelle

La luna è spettrale e rischiara la spiaggia:
la mia vita si rinnova mentre il sonno
dilaga e dilata le onde: gli spiriti
dell’aria danzano. Attraverso il gelo
naviga la mia zattera: i flutti
fuggono sotto il peso dello scafo.
L’oceano mi alita addosso
misterioso e infinito come la morte.

Che visione! I monti riposano
sotto una veste d’argento. La terra
trema arsa da un fuoco senza calore
e si protende verso il cielo. 
Sciami stellari si fondono
avvolgono nel sogno i sentieri. 
Lo spirito ascende (anime pure
sembrano fissarmi) mentre le schiere
inabissate nella meraviglia vigilano
sulla nostra sfera che vacilla. 

L’onda mi lega – l’onda mi eleva
verso regni di luce. I poteri occulti
mi avvolgono – la sapienza di antiche
ere mi plasma. Leggi segrete, sorte 
sui valichi del sole, guidano i giorni.
Un flusso magnetico, nato dalle stelle
scorre nei recessi del mio cuore. 
La mia buona sorte brilla
nel fondo dei celesti spazi.

Lascia che scopra la vita 
che il mio scopo sia comprendere. 
Provami – che la forza mi sorregga – 
stella, regina di speranza, resta 
al mio fianco. Devo cercare 
una gloria diversa, più vasta. 
I danzatori già iniziano a roteare
il destino appare tra nubi di fumo. 
Osare tutto! Questo è il compito:
è la mia ora – penetro nel vortice. 

*

Autunno interiore

Ho ascoltato i canti, ho imparato
le leggende. La sera, infine, 
è giunta, a lungo ho creduto
che la vita fosse un gioco. 
Mi chino sulla fiamma 
ma da tempo disonoro
il cielo e il mondo – il mio
cuore è freddo come pietra. 
Eppure, un desiderio mi segna:
vedere e capire la meraviglia
che nessuno ha conosciuto.  

*

La dea del canto sfiora
il mio cuore: la vita non mi
tocca – senza rimpianti 
guardo la ragazza e il vino. 

*

Dichiarazione 

Alta è la fortezza del cuore: 
alcuni non l’hanno mai misurata
e non ne conoscono mura e travi.
Ma io cerco l’uomo e passo per piazze
affollate: una forza sprona il mio agire. 
Che gioia e che pena hanno mai provato?
Nessuno ha bevuto la vita fino in fondo. 
Voglio un vino più pregiato e nuove amicizie:
per questo parlo agli dèi come fossero amici. 

*

Le ore svaniscono come
gocce nel mare: la gioia
è alle spalle ma ancora 
speriamo di ritrovarla. 

*

Stanza

La terra della mia infanzia
ha distese di sabbia e monti
ma il sole fa fiorire i campi
che accerchiano le nostre belle case. 
Le colline cingono le fattorie
la neve colma le insenature 
e sotto i ghiacciai riposa
un cuore coraggioso e fedele. 

*

Versi del mondo antico

Verso di te i miei versi:
oltre le colline e il mare. 
Ricordo quell’unico giorno?
La vita: un’ora che fugga, rara.  

Come le notti d’autunno
celano il volo del falco
così sei calata nel mondo
lontana dai miei occhi, viva nella mente. 

Sulla terra e sotto le nubi
tra il mare e le montagne
vago, solo, lontano da tutto:
nulla mi dà gioia ma tutto ricordo. 

Il cielo è il mio fuoco
la tua risata la luce. 
Tutto crolla a terra e si spezza
ma non lo seppellisco. 

Muto è il mio cuore, mutato
il mondo attorno a me. Eppure
lo spirito è indifferente a tutto:
tu sarai sempre con me. 

*

Brina 

La brina incide nel vetro
una fiera di fiori – la forza
dell’ora serale irrora
le vene del gelo. 

I gigli svettano sopra
il ghiaccio, come un bimbo
rapito dalla gioia adora Dio 
con rime ben tornite. 

*

Trenodia 

Quando, al termine della vita
ci presenteremo all’Altissimo
per udire il suo severo dire
Cristo si isserà possente perché
la Sua mitezza è il regno:
così canta l’angelo. 

Se la fede arde
il cuore è santo
e nessuna lacrima cade invano.
Nel lungo, doloroso corso della
vita, nel breve sogno dell’infanzia
gli spazi celesti ci proteggono. 

Einar Benediktsson

*In copertina: Þórarinn B. Þorláksson, Þingvellir, 1900

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