“Non ha senso paragonare la nostra democrazia a quella di Atene. Platone ci aiuta a capire qual è l’azione fondamentale della vita”: Davide Susanetti ha tradotto per Feltrinelli l’Apologia di Socrate e il Critone. Lo abbiamo intervistato

Posted on Luglio 17, 2019, 8:47 am
13 mins

L’intricato enigma che riguarda il Socrate narrato da Platone sta tutto nel saldarsi della sua filosofia con la sua esistenza, in modo pressoché inseparabile. Nella tetralogia di cui fanno parte l’Apologia e il Critone, Platone descrive gli ultimi giorni di Socrate: dal processo ai momenti che precedono la morte del celebre filosofo. Rielaborando i discorsi e gli eventi intorno alla fine del maestro, egli forgia questa affascinante e indimenticabile rappresentazione. Al tempo stesso fonda la sua filosofia, segnando la storia del pensiero occidentale in modo indelebile. Davide Susanetti, docente di Lingua e Letteratura Greca all’Università di Padova, ha recentemente fornito una nuova traduzione di l’Apologia di Socrate e il Critone, in un unico volume uscito per Feltrinelli.

Cosa significa interpretare e far parlare i testi degli antichi greci? Come dovremmo porci all’ascolto delle parole che questa cultura ci ha lasciato?

Penso essenzialmente a un ascolto che interrompa e sospenda il corso dei pensieri in cui siamo immersi nel quotidiano, gesti che appartengono a una routine a cui non possiamo o non vogliamo sottrarci. Quel tipo di reazioni che, seppur non manifestiamo fino in fondo, ci attraversano rispetto a un presente problematico, violento e rozzo sia da un punto di vista etico che politico. La sospensione è un elemento fondamentale perché, interrompendo, accade di scorgere altri orizzonti e nuove possibilità. È essenzialmente questo il modo in cui mi avvicino ai testi: non con un interesse museografico, né credendo ingenuamente nella datità di una certa filologia – non che questa non sia necessaria, ma molto di quello che poteva dare una certa filologia l’ha già dato. Adesso credo che, effettivamente, sia necessario riprendere quella dimensione vitale del rapporto con l’antico che ha caratterizzato altre età e anche altri passaggi della storia culturale italiana. Si tratta di un modo di rapportarsi con l’antico in cui questo risulta un presagio dell’anima.

C’è un motivo particolare che l’ha spinta a proporre una nuova traduzione di questi due classici del pensiero?

L’idea di tradurre questi due classici platonici è venuta da un’occasione editoriale, una sollecitazione che ho ricevuto da Feltrinelli. Non avrei accolto questa richiesta, se non avessi visto qualcosa di forte e di essenziale che mi ha sempre legato all’Apologia e anche al Critone. Il primo è di grande forza, forse il testo meno apologetico che si possa immaginare – se per apologia in senso tecnico si debba intendere un discorso di difesa pronunciato concretamente in tribunale, perché sicuramente il Socrate platonico non usa nessuno degli argomenti e delle strategie che potrebbero sostanziare una difesa in un procedimento giudiziario. Dall’inizio alla fine c’è, semmai, la positiva forza di una scelta che viene dispiegata senza paura davanti a chi lo dovrebbe giudicare. In quest’opera platonica c’è anche qualche cosa che si riferisce al lettore del testo, l’invito a individuare ciò che vi è di essenziale nel proprio tracciato di vita, qual è l’azione fondamentale e diversa da quella degli altri che ognuno è chiamato a svolgere. Non perché qualcuno gli ordini di fare una cosa piuttosto che un’altra, ma perché in una relazione con il sacro, con la trascendenza e con la domanda che insistentemente uno rivolge a sé stesso, si giunge a enucleare quella radice di sé che poi corrisponde al compito che si deve svolgere. Da questo punto di vista, il Socrate di Platone dispiega l’intero tracciato che dall’oracolo di Delfi lo porta al giorno del processo in tribunale e la fedeltà assoluta a questo posto che gli viene assegnato.

Il clima politico avvelenato e la crisi della democrazia hanno influito sul processo a Socrate e sulla stesura del testo di Platone. In che modo, secondo lei?

È chiaro che il testo platonico ma, ancor prima di esso, il processo a Socrate, nel 399 a.C. si consuma in una città che è apparentemente pacificata, ma segnata da profondi traumi. A questa, per ripartire, fu necessario promulgare un decreto che, nel 403 a.C., chiedeva formalmente a tutti gli ateniesi di non ricordarsi dei mali subiti che avevano segnato la vita della città nei conflitti immediatamente precedenti. Significava che nel discorso pubblico, nelle vicende portate dinanzi a un tribunale, era vietato far riferimento a fatti e vicende che evocassero il regime dei Trenta tiranni e la guerra civile. Più che la cancellazione della memoria, una potente interdizione con l’obiettivo di riappacificare la città e segnare un punto zero da cui la vita potesse riprendere. Il processo a Socrate è una coda di questo periodo. Tutti sapevano che lui quella élite oligarchica che prese violentemente il potere l’aveva avuta vicina, e le due figure più eminenti e più rovinose, Crizia l’oligarca e Alcibiade, erano stati suoi assidui frequentatori. In più, Socrate non aveva cessato di far risuonare ad Atene, per decenni, un’istanza: che, per il governo della città, fosse necessario avere competenza e che quindi il meccanismo della democrazia diretta trovasse il suo limite nel fatto che il voto della maggioranza non costituiva un elemento di bontà delle decisioni, in assenza appunto di un sapere e una consapevolezza a fondamento di queste. È chiaro che tale requisito della competenza del sapere fondato, come discriminante dell’azione politica, non poteva che essere sentito come antidemocratico e, in ogni caso, proprio per i recenti traumi storici, particolarmente vicino a quella che era stata l’azione dell’élite oligarchica. Tutto ciò non poteva essere esplicitamente nominato nel processo, per via di quel decreto. Pertanto si agì su di lui con le famose accuse di corrompere la gioventù, di non credere negli dèi della città, quindi sostanzialmente riconducendo la sua figura a una posizione di estraneità e pericolo per la polis, ma senza evidentemente nominare le cose più scottanti che potevano essere nominate.

Anche solo per comprenderne le radici, si sente spesso paragonare la nostra democrazia a quella degli antichi greci. Questo paragone è ancora utile? Cosa ci rende politicamente così distanti da loro? 

Si continua a paragonare la nostra democrazia a quella degli antichi greci, soprattutto nel discorso pubblico. Questo paragone, più che essere fruttuoso, mi sembra fonte di orrende semplificazioni ed equivoci. Per non dire della confusione generata, in relazione anche ai recenti fatti di cronaca, dal modo in cui è stata evocata la figura dell’Antigone di Sofocle. Ciò che è interessante e produttivo, nel confronto, non è la somiglianza, ma la riflessione, l’indagine su alcuni concetti che può essere fatta per contrasto e per differenza. Ciò perché, in qualche modo, sono i primi testi della cultura europea ad articolarli: partecipazione, uguaglianza, appartenenza alla comunità politica, l’uso della parola nello spazio pubblico, la dimensione se vogliamo di un agire che, sia pure in modo problematico, viene deciso insieme. Risulta interessante anche ciò che, nella riflessione di Platone e Aristotele, si genera a partire dall’esperienza storica della democrazia ateniese, con tutte le sue contraddizioni, tutti i suoi traumi, con l’apertura di domande e la creazione di nuovi orizzonti. Non è tanto una somiglianza quindi a essere utile – che anzi porterebbe a dei pericolosi equivoci –, quanto invece il confronto con i luoghi in cui si concettualizzano per la prima volta determinate esperienze e determinate parole, per viverle nella differenza e nel contrasto, non per vagheggiare modelli che non sono più pensabili e praticabili in un orizzonte globalizzato come il nostro.

I testi che fanno parte della tetralogia (Eutifrone, Apologia di Socrate, Critone, Fedone) che racconta la morte di Socrate sono opere di carattere politico, ma anche filosofico. Quale potrebbe essere, dunque, il messaggio principale di questa grande narrazione?

La tetralogia rappresenta gli ultimi giorni di Socrate. L’Eutifrone si apre con il maestro di Platone che deve recarsi al portico del re, per avere la notifica della procedura giudiziaria che è stata intentata contro di lui. Prima di recarsi nel luogo che aprirà la vicenda processuale, si sofferma a discutere con Eutifrone su che cosa sia santo. È interessante che si torni a riflettere su quello che è sacro prima di accedere all’orizzonte del politico. L’Apologia e il Critone riguardano il processo e il rifiuto di una fuga che sarebbe stata tutto sommato facile, agevolata dagli amici e anche attesa. Il Fedone narra invece gli ultimi giorni in cui avvengono i discorsi finali prima di bere la cicuta. Sono testi insieme politici e propriamente filosofici, perché in questa tetralogia la scrittura platonica elabora l’atto fondativo di una pratica di vita e un modo di concepire la relazione dell’uomo con la sapienza e, attraverso questa, anche una relazione con la morte. Tutto sommato c’è un paradigma di quello che può essere la filosofia e il vivere nella città con il suo oblio, la sua violenza, la sua conflittualità. Ma, dall’altra parte, possiamo notare l’apertura di un orizzonte di purificazione, in cui si descrive la possibilità di usare la mente e la coscienza per elaborare un altro modello umano che poi torni ad agire nella città. Il sacro, l’anima, la legge, la relazione tra immortale e mortale, la questione di che cosa sia la sapienza dell’uomo, costituiscono degli elementi che formano una sorta di unica tessitura che la tetralogia attraversa. Ciò ci consegna un modo di essere che non può riproporsi ingenuamente, ma che va sempre accolto come un qualcosa che ci strappa a ciò in cui siamo immersi, ci isola per poter determinare le condizioni di una catarsi e poi ci può eventualmente riconsegnare a quello spazio pubblico e politico a cui il testo non cessa di far riferimento. In questo senso è una tetralogia che costituisce uno strumento di catarsi, sia politica che filosofica, senza nascondere niente di ciò che è il male che abita la città e di ciò che è la paura dell’uomo nel vivere la sua storia e la storia della polis, ma fornendogli anche uno strumento, un orizzonte affinché questo non sia il definitivo a cui consegnarsi.

Alessandro Paglialunga