Ho letto da qualche parte che Cristina Campo un giorno (sicuramente in un giorno tra i tanti) si addentrò nella lettura di Simone Weil per sei ore di fila. Lo confessava, in una lettera, a Remo Fasani. Se sfoglio nuovamente quel libriccino che ne raccoglie la corrispondenza, scopro persino che la poetessa ricordava, tra gli altri, anche van Gogh.

Allora io mi chiedo, con rammarico stupefatto, cosa aspettano ancora i signori intellettuali a pubblicare tutto quel che manca ‒ perché inedito, celato, nascosto, bruciato e sopravvissuto ‒ di Vittoria Guerrini? Mi pongo quasi con rabbia la domanda, perché io attualmente sei ore al giorno non ce le ho per poter leggere, e magari nemmeno altrettante per scrivere. E mi vergogno. Quando l’ho scoperto, ho fatto silenzio della mia parola, ho meditato (per un secondo mi sono nascosto).

Eppure mi arrischio, tento il passo lo stesso, nonostante abbia il tempo misurato. Ricordo quel che mi scrisse un giorno un poeta, benevolmente sottolineandolo in latino: Nulla dies sine linea. Come a dire che nessun giorno deve andare sprecato. Insomma, me la gioco ogni momento.

Ognuno c’ha le sue, d’accordo; ma proprio io, che a ballare sono un legno, intraprendo nuovamente la danza, ammirando lettere e parole che balenano sul foglio. Sono luci nel buio queste frasi che drappeggiano il ricordo; fari indiscutibili e salvifici; granchi che, a ritmo, sottilmente vorrebbero dire qualche cosa di orribile alla rena che li inghiotte.

Ed io rimango, non ho che un giardino coltivato dal vento. Lì, se apparisse lei ‒ bella e fragile com’era ‒ quasi mi si mozzerebbe il fiato. Se la guardo in una foto col suo sguardo fisso chissà dove, ma al di qua, nel mondo: scappando eppur sostando, prontamente mi ci perdo a pensare quel che potrebbe per davvero chiedermi; se, al contrario, non l’avesse già fatto. Aveva le idee ben chiare Vittoria, o Xtina, come a volte si firmava, nelle lettere più intime e religiose.

Non avrei rose da donarti, cara Cristina, nel mio piccolo giardino; non saprei nemmeno parlarti dello Strjama o del Tundža, fiumi che coltivano la fragranza propria delle tue rose bulgare, così tanto amate.

Non oso nemmeno definirmi poeta stasera, se penso a quel che nella tua vita hai detto, scritto, ma soprattutto fatto. Ti sono talmente lontano che pur ti parlo. Non ho soggezione, tuttavia un grato ricordo. Di cosa, non saprei. Non abbiamo vissuto insieme, noi. Le nostre epoche, seppur vicine, ci allontanano. Il destino ti ha dato la precedenza, lasciandomi una grande eredità. Un’eredità, a dire il vero, donata a tutti. O meglio, a chi se ne vorrà accorgere.

Quindi, d’altra parte, più ti leggo e più ti scopro sorella. Non posso farne a meno, quando scrivi: “Tra qualche giorno, se nulla accade, i miei genitori verranno a Losanna. Io forse li accompagnerò fino a Milano per vedere, dopo Modigliani, Van Gogh. C’è il Caffè di notte, quello con le stelle che esplodono, e c’è il giardino di Alyscamps dove gli alberi sembrano stalagmiti. Ma questa estate, potrò tornare a Parigi? Penso al 14 luglio, la gente che balla tutta la notte per le vie, tra gli scoppi delle bande e delle girandole… Proprio di questo avrei bisogno, da molti mesi.”

Dunque non abbiamo bisogno di nient’altro, noi; se non appunto di obliarci ballando tra stelle che esplodono, addentro il giardino di stalagmiti.

Ci rivedremo ‒ io umile, tu fiera e sprezzante ‒ un giorno a Parigi? Ci rivedremo con Vincent, Anna Achmatova, e Amedeo? Mi accompagnerai per mano in una chiesa, accanto ai Campi Elisi, ad Arles… Quale timida verità mi riserverai per l’orecchio vigile, attento. Ti attendo ancora, forse da sempre. Fin da quando mi dicesti addio.

Giorgio Anelli