“La sua limpidezza sconvolgente mi riconcilia con questo mondo”: una lettera inedita di Cioran

Posted on Gennaio 11, 2020, 7:40 am
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Difficile immaginare due personalità così agli antipodi, due temperamenti così irrimediabilmente diversi come Emil Cioran e Mircea Vulcănescu. A prima vista l’aspetto fisico può trarre in inganno: l’uno, smilzo e irrequieto, dallo sguardo ombroso e sfuggente, fa pensare a un indomabile contadino transilvano, mentre l’altro, placido e pingue, dai grandi e penetranti occhi neri, ricorda un gaudente senatore dell’antica Roma. In realtà, come insinua Cioran, è in Vulcănescu, attratto dalla teologia ortodossa, che si cela «l’evaso di un’icona»; quanto a sé stesso, ammette, persino nell’agonia farebbe «l’apologia dell’orgia»… Maggiore di sette anni rispetto a Cioran, spetta a Vulcănescu, come componente della giuria della Fondazione Reale per la letteratura e l’arte, premiare il libro d’esordio dell’amico: Al culmine della disperazione (1934).

Zelante servitore dello stato, animato da un’inflessibile onestà, Vulcănescu ricopre per anni l’incarico di direttore delle dogane e, cosa miracolosa, ne esce indenne senza macchia di corruzione. Cioran dal canto suo, insofferente a qualsivoglia funzione, svolge distrattamente e saltuariamente per pochi mesi l’incarico di consigliere culturale all’ambasciata romena di Vichy, da dove viene destituito, ci piace pensare, più per scarso rendimento che per le sue opinioni politiche.

Massimo Carloni ha curato insieme a Horia Corneliu Cicortaş l’epistolario tra Cioran e Mircea Eliade, “Una segreta complicità” (Adelphi, 2019). La lettera qui pubblicata integralmente è edita in parte in quel volume, nelle note

Dotato d’una erudizione straordinaria e d’una voracità intellettuale onnivora, Vulcănescu spazia con disinvoltura dalla sociologia alla storia, dalla filosofia indiana al romanzo poliziesco, dalla teologia alla scienza delle finanze. In qualsiasi campo si cimenti le sue analisi sono sempre lucide, acute, impeccabili. Cioran viceversa, da eterno dilettante e una volta abbandonata la filosofia, si arrovella attorno alle strazianti calamità che costellano l’incurabile condizione umana.

Alfieri della composita giovane generazione che, sotto l’egida di Nae Ionescu, galvanizza il dibattito culturale nella Romania del periodo interbellico, entrambi finiscono per appassionarsi al futuro del loro paese, ma da prospettive fatalmente antitetiche. Cioran riversa l’amore e il disprezzo verso la patria nel suo libro ultimatum Trasfigurazione della Romania (1936), a cui risponde anni dopo Vulcănescu, dedicando espressamente all’amico il volume La dimensione romena dell’esistenza (1944). Se quest’ultimo delinea la fisionomia della Romania eterna nata nell’alveo dell’Oriente, i cui tratti fondamentali erano radicati nella tradizione ortodossa e mitica del popolo, il giovane Cioran guarda di preferenza all’Occidente, inebriato dalla modernizzazione forzata e impaziente di partecipare, al pari delle altre nazioni, al corso politico degli avvenimenti. La passività, l’ozio, il fatalismo sono per l’uno virtù antropologiche identitarie, connotati che delineano l’anima romena, mentre agli occhi dell’altro paiono tare deprecabili, fardelli da cui occorre liberarsi al più presto per balzare sul treno della storia.

Una volta letta La dimensione romena dell’esistenza, da Parigi Cioran scrive a Vulcănescu che vorrebbe redigere un complemento negativo a quel libro superbo, se solo fosse tanto lucido nel male quanto l’amico lo è stato nel bene. Il suo intento, insomma, è di sfigurare il mito mansueto della Mioriţa, denunciando una volta per tutte i parassiti intellettuali che se ne nutrono. Dopo sette anni di gloriosa putrefazione parigina, Cioran confessa tuttavia a Vulcănescu d’invidiare la sua innata resistenza alla dannazione, e di esecrare la storia per averlo separato dall’unguento rigenerante e pacificatore del suo spirito.

Il destino che attende al varco i due amici è singolare da un lato e tragico dall’altro, in ogni caso in controtendenza alle loro idee politiche. Cioran, che in gioventù inneggiava ad una Romania forte a guida carismatica, dittatoriale, al momento opportuno riesce a distinguere tra «le sfumature del peggio», e istintivamente non aderisce al governo, prima filolegionario e poi filonazista, del conducător Antonescu, preferendogli il profumo cadaverico della Francia occupata. Vulcănescu dal canto suo, pur essendo un convinto liberal-democratico, non sceglie come Eliade, Cioran e Ionesco l’erranza dell’esilio, ma rimane al servizio della patria, ricoprendo diligentemente il ruolo di sottosegretario al ministero delle finanze dal 1941 al ’45. Anche dopo il colpo di stato del re Michele I mantiene il suo incarico fino all’agosto 1946, allorché è arrestato assieme ad altri ex membri del governo Antonescu. La spietata repressione perpetrata dal nuovo regime filosovietico condanna Vulcănescu a otto anni di carcere duro, con l’accusa infamante e strampalata di crimini di guerra.

Persino in quell’inferno brutale dove imperversa l’abiezione, Vulcănescu non perde mai la sua purezza d’animo, al punto da mantenere sempre accesa la fiaccola della dignità umana, prodigandosi in gesti che rasentano la santità. Improvvisa conferenze per salvaguardare il morale dei detenuti, considerate sovversive dagli aguzzini che gli infliggono perciò l’isolamento senza cibo né acqua, in cellette buie prive di suppellettili. Raccontano i testimoni che una volta arrivò a distendersi sul pavimento gelato per far da materasso al corpo d’un prigioniero malato proteggendolo dal freddo. Le privazioni, gli stenti, le umilianti torture minano tuttavia il suo possente fisico e lo conducono lentamente alla morte, avvenuta il 28 ottobre 1952 nella prigione di Aiud. Il suo corpo viene sepolto, senza lapide né croce, in un luogo imprecisato nel cimitero limitrofo di Râpa Robilor. Il testamento spirituale che ci ha lasciato è degno d’un martire: «Non vendicateci, ma non dimenticateci».

Il 20 gennaio 1968 Cioran scriverà una lunga lettera a una delle figlie di Vulcănescu, anche lei incarcerata per due anni, in cui tratteggia un intenso ed esemplare profilo del padre, tra i suoi più ispirati, che ha tutto il sapore di una canonizzazione laica. Insomma, un’altra memorabile appendice agli Esercizi di ammirazione.

Massimo Carloni

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Cara signora,

nei Racconti Chassidici è scritto di Baal Shem Tov: “Quando le anime umane erano tutte in Adamo, nel momento in cui questi si avvicinò all’Albero della Conoscenza, l’anima di Baal Shem Tov se ne scappò e così non mangiò affatto il frutto dell’Albero”. Più penso a vostro padre, più mi sembra che fosse, pure lui, un’eccezione vertiginosa, che, allo stesso modo, dovesse aver eluso per qualche miracolo la nostra comune maledizione. Può apparire insensato affermare, a proposito di un ingegno veramente universale, che non avesse gustato il frutto maledetto. Eppure ciò deve essere vero, giacché il suo sapere prodigioso si sposava anche a una purezza come non ne ho mai incontrata di simile. Il peccato originale, evidente in tutti noi, in lui era invisibile, in lui che era così ben in carne e in cui, meraviglioso paradosso, si celava l’evaso di un’icona. Che parlasse di finanze o di teologia, si sprigionava da lui una potenza e una luce che non sono in grado di definire. Non voglio fare di vostro padre un santo, ma in qualche modo lo era. Basti pensare che lui, circondato da autori, non ha mai aspirato a esserne uno, che il desiderio di farsi un nome gli sembrava inconcepibile, che in nessun momento fu sedotto dalla gloria, tentazione dell’uomo decaduto e che rode tutti i mortali, salvo qualche isolato che ha ritrovato l’innocenza ai margini dello spirito. Non penso che sia mai stato sfiorato dall’idea malsana di essere un incompreso; non invidiava né odiava nessuno: ostile alla possibilità stessa di farsi valere, non s’impegnava a essere, egli era. Un giorno che, in un accesso di furore contro quello che chiamavo allora “il nostro nulla nativo”, gli dicevo che non eravamo stati capaci di produrre un solo santo, mi rispose con la sua consueta amenità che, in quel frangente, tradiva una qualche veemenza: “Avreste dovuto vedere quella vecchietta che ho conosciuto in un villaggio sperduto e che, a furia di prosternazioni e di preghiere, aveva segnato con le sue ginocchia il pavimento della sua casetta col tetto di paglia. L’autentica santità non ha bisogno di mostrarsi e di essere riconosciuta”.

Praticamente non eravamo mai d’accordo sul ruolo assegnato al nostro paese, a cui, per masochismo o Dio sa cosa, non riconoscevo nessun merito né possibilità. A mio parere, il dato essenziale, il concetto romeno per eccellenza era quello di nenoroc [1]. Vi alludevo ad ogni incontro, con un’insistenza di cui vostro padre non poteva essermi grato. Ritornai alla carica in una lettera, l’ultima, che gli scrissi per ringraziarlo d’uno studio che mi aveva dedicato [2] e dove citava molte locuzioni autoctone significative e sagge, tra le quali tuttavia, gli facevo notare, aveva omesso la più importante, la più rivelatrice: N’a fost să fie [3] – in cui trovavo riassunta, la formula, l’emblema del nostro destino. In questo dibattito in cui si disputavano le nostre tesi, ora, a distanza di tempo, non sono più tanto sicuro di aver avuto ragione. Soffrire fino al tormento per l’irrilevanza storica del proprio paese è un’infermità da letterato, uno vizio da scribacchino. Per nulla esposto a tali debolezze, Mircea Vulcănescu apprezzava soltanto i valori connaturati: che il suo paese, o lui stesso, esistesse o meno agli occhi degli altri, era irrilevante per lui. Ed essendo così estraneo a quell’orgoglio di bassa lega, comprenderete facilmente perché, in nessun momento, l’ho mai visto amareggiato o esasperato. Giacché viveva ogni istante integralmente, ogni cosa di cui parlava diventava un universo. La sua straordinaria vitalità trasfigurava sia i problemi sia i paesaggi. Ho visitato spesso il Parco di Versailles, ma soltanto una volta l’ho visto veramente, in modo definitivo, indimenticabile, prima della guerra, quando vostro padre ci spiegava, a Wendy [4], Dinu Noica e a me, che il giardino che contemplavamo dall’alto della terrazza era concepito come una monade, una monade munita paradossalmente di una finestra, l’unica, quell’intervallo che si scorge in fondo, tra due pioppi, attraverso cui, da questo spazio chiuso, si raggiunge l’infinito. Era con sapiente fervore che ci rivelava quel mondo perfetto segnato nondimeno da una faglia metafisica; sembrava che ci esponesse la teoria del paradiso, di cui probabilmente la sua memoria, più vivida di tutte, conservava un’impressione nitida. Da qualche parte, ne ero certo, egli ci sfuggiva sempre; è quel che amavo di lui. Impossibile circoscriverlo, sostenere che fosse questo o quello. Filosofo lo fu, indubbiamente. Al tempo stesso, era molto meglio d’un filosofo. Miracolosamente era qualsiasi cosa. Non c’era argomento che non trattasse con sollecitudine e minuziosità. Fu con mia grande sorpresa che un giorno mi annunciò che aveva appena scritto, per no so quale enciclopedia, un lungo e dettagliato testo sulla prima guerra mondiale. Ci si era dedicato per mesi e mesi, senza l’impressione di aver perduto il proprio tempo o di aver affrontato un settore avulso, indegno di lui. Non si abbassava mai al rimpianto, questo mi sembrava essere il suo segreto, segreto che, ve lo confesso, desideravo tanto strappargli. «Il rifiuto indefinito d’essere qualsiasi cosa», no, non avrebbe mai sottoscritto questo motto di Valéry; il suo era piuttosto: «L’accettazione indefinita d’essere qualsiasi cosa, d’essere tutto», l’accettazione o, se volete, la gioia. Non posso immaginare vostro padre nella disperazione. Ma, d’altra parte, mi riesce difficile credere che non abbia conosciuto i tormenti. Lui, così aperto, così pronto a comprendere tutto, non era tuttavia destinato dalla natura a concepire l’inferno, tantomeno a discendervi. Ciò che mi preme dirvi, è che di tutte le personalità che ho amato e ammirato, nessuno mi ha lasciato, come vostro padre, un ricordo così fortificante; mi basta rievocare la sua immagine, di una limpidezza sconvolgente, perché d’un tratto io ritrovi un senso alla stupidità di essere e mi riconcili con questo mondo.

E. M. Cioran

[1] Disgrazia, sventura.

[2] La dimensione romena dell’esistenza (1944).

[3] «Non è dato che fosse».

[4] Wendy Muston, allora moglie di origini britanniche del filosofo romeno Constantin Noica.