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“Tutto viene terribilmente bello”. Vladislav Chodasevič a Venezia

L’immagine dell’uomo alla finestra celebra, nel vetro, il talento di Vladislav Chodasevič, di rarefatta risolutezza, fino alla claustrofobia. Pubblicato con sfarzo da Bompiani nel 2019 – Non è tempo di essere s’intitola l’antologia – Chodasevič ambienta diverse poesie davanti a una finestra. “Guardo dalla finestra, e disprezzo,/ Guardo me stesso, pure disprezzato./ Invoco tuoni sulla terra,/ senza credere al cielo”, scrive il poeta nel 1921. Aveva tentato, con insuccesso, di farsi ‘sovietico’: il carattere ispido, argutamente cinico, e una certa devozione verso il proprio ego da stilita del verso glielo impedirono. L’anno dopo, con Nina Berberova, inappagata musa, per metà armena, che diverrà sua moglie, lascia la Russia, condivide l’esodo dei russi in esilio: Berlino, infine Parigi. Una fotografia ritrae Vladislav – incupito, come sempre, svogliatamente elegante – insieme a Nina, sfacciata bellezza, a Sorrento, a casa Gor’kij.

Amava l’Italia, Chodasevič, come se fosse l’epilogo di un grande poema russo del primo Ottocento, nitido, risolto, senza fronzoli. Da Gogol’ a Brodskij, dalla Achmatova a Tarkovskij, spesso i poeti russi restano incantati/incatenati dalla folgore italiana. “Gli italiani di oggi non sono né peggio né meglio dei loro antenati. Il Signore ha donato loro un paese dove, non importa cosa facciano, tutto viene terribilmente bello”: così scrive Chodasevič, nell’estate del 1911, a un amico. Quello è un anno di svolta. Già chiamato alla poesia, nato a Mosca nel 1886, Chodasevič – che avrebbe voluto diventare ballerino – fa il suo ‘grand tour’ in Italia. È l’anno in cui muoiono i genitori, in cui sfiorisce l’amore clandestino con la moglie di un noto storico d’arte. “No, l’Italia non può scappare, non può nascondersi dalla sua inevitabile amenità! Ora costruisce le sue città sui pendii estrosi delle montagne, ora sulla roccia costiera, ora sopra decine di minuscoli isolotti abbandonati in una laguna nebbiosa…”, scrive il poeta in un potente e pittorico reportage da Venezia, pubblicato nel numero d’agosto della “Moskovskaja gazeta”, e ora tradotto, come Festa notturna (Lettera da Venezia) per Damocle Edizioni, in delizioso libro d’arte (la traduzione è di Maria Emelianova; info: www.edizionidamocle.com). Chodasevič descrive il clima furibondo, il carnevale turistico di Venezia, con note acide (“Nulla è più volgare, abietto, impersonale di questa folla internazionale che ha inondato l’Italia”), e nello stesso tempo descrive con docenza metaforica la pioggia: “All’improvviso, è come se nel cielo qualcuno avesse lacerato una lunga tela grezza: un fulmine accecante, il fragore di un tuono, e corpose, pesanti gocce di pioggia si rovesciano come piombo sull’acqua del canale”.

In Chodasevič l’istinto del dandy al veleno si mescola al sonnambulo scrutatore di notti, l’esegeta delle oscurità. Nel 1924 scrive una poesia, Finestre sul cortile, in cui racconta il viavai di una umanità varia, in avaria nelle palazzine del caos (a partire da questa lirica Valeria Bottone ha scritto, un paio di anni fa, un bel testo su Le finestre sul cortile di Hitchcock e Chodasevič). Qualche mese prima aveva terminato Davanti allo specchio, poesia rabbiosa, eletta al tormento: “Io, io, io. Selvaggia parola!/ Che sia davvero io – costui?/… soltanto solitudine – riflessa/ dentro lo specchio veritiero”. Tra specchio e finestra la distanza non è misurabile in quarti di vetro: anche nello specchio – cielo verticale – si precipita. Se si spacca uno specchio, semplicemente, il vetro ci inghiotte; dalla finestra si spicca un volo nel mondo, nel macello. Aveva educato Vladimir Nabokov alla buona letteratura, il poeta, durante gli anni berlinesi. Il grande scrittore – di cui Adelphi ha rimandato in libreria Intransigenze –, altrimenti scattante al pettegolezzo, prono alla cattiveria gratuita, fu sempre devoto a Chodasevič, “è il più grande poeta russo che il Novecento abbia prodotto”, dichiarò consapevole di esagerare. Aveva previsto di dieci giorni la sua morte, il demoniaco Vladimir: “Stamattina svegliato da un sogno meravigliosamente vivido: un amico entra nella stanza e mi dice che è stato informato per telefono che Chodasevic ‘ha smesso la sua vita terrena’”. Morì martoriato dal cancro, Chodasevič, nel 1939. Non scriveva poesie da più di dieci anni: aveva destinato l’ultima parte della sua vita alla nostalgia, a redigere l’ossario dei poeti andati. Necropoli è il grande regesto – non privo di clinica rapacità – della ‘generazione perduta’, dei poeti russi falciati dal regime sovietico, stritolati dai tempi (questo è lo sketch dedicato al geniale Andrej Belyj, ad esempio: “Abitava in modo disagiato, presso dei conoscenti, accendeva la stufetta con i suoi manoscritti, soffriva la fame e faceva la coda per il cibo. Per nutrire sé e la madre, ormai vecchia e malata, misurava Mosca da cima a fondo, teneva lezioni al Proletkul’t, passava giornate intere al Museo Rumjancev, dove per il freddo l’inchiostro si congelava, eseguendo qualche insensato lavoro per la Sezione Teatrale, riempiendo mucchi di carta che finiva sempre per smarrire da qualche parte”). Celebrò l’Italia, dal fascino sibillino, bella anche quando è decrepita (“Per quanto piacerebbe all’Italia essere brutta, proprio non le riesce. Assomiglia in questo ad alcune donne”).

Un fermo immagine da Venezia pare, con cupa furia profetica, ipotizzare un destino: “Soltanto in alto il cielo è buio, basso e senza stelle, e sotto di noi l’acqua è così nera e terribile come può esserlo solo a Venezia nelle sere senza luna. Neppure gli innumerevoli fuochi delle gondole e delle barche sembrano riflettersi in essa”. Intorno è gimkana di lanterne, sfarfallio di luci artificiali, feste seriali a foggiare un paradiso goliardico in terra: il cielo e l’acqua sono oscuri, divinità senza lingua, severe. Il poeta naviga nella tenebra, transita tra i mondi: anime vengono inghiottite nei luoghi senza volto.

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