Sia onore a Vladislav Chodasevic, il poeta che ha raccontato il massacro dei poeti russi durante la Rivoluzione e che ha fatto il ritratto dell’intellettuale lacchè, prono al potere. Per Nabokov, è stato il più grande

Posted on settembre 04, 2018, 10:33 am
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Fu sconvolto da un sogno amaro. Con gli occhi impastati da Orfeo, Vladimir Nabokov piglia la biro, è il 4 giugno del 1939, scrive alla moglie. “Stamattina svegliato da un sogno meravigliosamente vivido: un amico entra nella stanza e mi dice che è stato informato per telefono che Chodasevic ‘ha smesso la sua vita terrena’”. Vladislav Chodasevic, il poeta, morirà dieci giorni dopo, “dopo lunghi tormenti” (Caterina Graziadei), il 14 giugno del 1939. Chodasevic è stato il cantore oscuro dei grandi poeti russi schiacciati – ma non sconfitti – dalla Rivoluzione rossa.

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Si incontrarono a Berlino, dove Chodasevic si era rifugiato dal 1922 “per sfuggire a quello che sarebbe stato, in seguito, il calvario di Mandel’stam, costretto ad umilianti ricorsi da un ufficio all’altro, a vivacchiare di traduzioni e ad essere, infine, ridotto completamente al silenzio” (Nilo Pucci). Chodasevic, più anziano di tredici anni, è stato il primo maestro di Nabokov, il primo che ne abbia elogiato le prime prove narrative. Secondo Nabokov, le poesie di Chodasevic sono “una meraviglia complicata”, e in assoluto Chodasevic è “il più grande poeta russo che il Novecento abbia prodotto”.

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necropoliQuando muore, nel 1939, Chodasevic è allo stremo. Dal 1927 “una delle voci più alte dell’emigrazione” (Pucci) smette di pubblicare, “Vivo e scrivo per me, senza spendere altre energie vitali. Com’è vero Dio, una buona poesia è più necessaria e anche gradita al Signore che 365 sedute tra i poeti”, scrive a un amico, nel 1930, quando gli intellettuali russi – tra cui il Premio Nobel per la letteratura Ivan Bunin – s’erano riuniti a festeggiare i primi 25 anni della sua attività letteraria. Lui, un po’ dandy un po’ nichilista dostoevskijano, schifò gli applausi. Dal 1921 Chodasevic si accompagna a Nina Berberova, musa bellissima, più giovane di lui di un tot (quindici anni), che farà carriera a Yale e a Princeton, sponda Usa. Nina scarica Chodasevic una decina di anni dopo e il poeta si unirà a Ol’ga Borisovna Margolina, che sarà deportata ad Auschwitz, morendovi. La Berberova, tuttavia, continuò, per una vita, a divulgare l’opera del poeta. “Nel 1925 si manifestarono i primi segni di asfissia per strangolamento della letteratura russa: non esistevano più case editrici private, imperversava la censura, il governo imponeva alle arti la sua ideologia. Le misure inibitorie conto la libera creazione artistica divennero fenomeni quotidiani, e con gli anni Trenta Zamjatin, la Achmatova, Pil’njak e molti altri cominciarono a provare sulla propria pelle il peso sempre più oppressivo della ‘lingua generale’ governativa, del realismo socialista: dovettero tacere, e subito dopo di loro Mandel’stam, Babel’ e molti altri. Si spezzarono i legami di Chodasevic con gli amici rimasti nella Russia sovietica. Fu per lui un’esperienza oltremodo dolorosa”. Paradossi: i romanzi light della Berberova hanno un certo successo in Italia (sono editi da Guanda, Adelphi, Feltrinelli); le poesie di Chodasevic, raccolte nell’antologia La notte europea (Guanda 1992, a cura di Caterina Graziadei) sono introvabili, sia lode all’editore Ladolfi che nel 2014 ha raccolto Quarantun poesie per la traduzione di Nilo Pucci.

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Ci sono due libri necessari per capire l’eccidio letterario compiuto dal regime sovietico. Il primo è un libro sottile come una lama e s’intitola Una generazione che ha dissipato i suoi poeti. Il problema Majakovskij, lo ha scritto l’esimio linguista Roman Jakobson. L’altro si intitola Necropoli – titolo di ruvida perfezione – ed è il libro definitivo di Chodasevic, quello che, con l’arte livida del ritratto e il cinismo del gossip, racconta la fine di una letteratura. Chodasevic ci consegna brandelli allucinati di vita che riguardano i suoi amici, i più vasti poeti del secolo scorso, con imprevista commozione. Chodasevic ci parla di Andrej Belyj (“abitava in modo disagiato, presso dei conoscenti, accendeva la stufetta con i suoi manoscritti, soffriva la fame e faceva la coda per il cibo. Per nutrire sé e la madre, ormai vecchia e malata, misurava Mosca da cima a fondo, teneva lezioni al Proletkul’t, passava giornate intere al Museo Rumjancev, dove per il freddo l’inchiostro si congelava, eseguendo qualche insensato lavoro per la Sezione Teatrale, riempiendo mucchi di carta che finiva sempre per smarrire da qualche parte”), di Aleksandr Blok (“Tutto era cominciato dai dolori a una gamba. Poi si parlò di debolezza cardiaca. Prima di morire soffrì enormemente. Ma di che cosa è veramente morto? Non si sa. Morì ‘così’, perché era malato di tutto, perché non poteva più vivere. Morì di morte”), di Sergej Esenin (“Fisicamente faceva un’impressione gradevole. Piaceva il suo corpo slanciato dai movimenti morbidi ma sicuri, il viso non bello ma pieno di grazia. La cosa più bella però era la sua allegria: lieve, vivace, mai brusca o chiassosa. C’era armonia, in lui”), di Maksim Gor’kij (“Gli piacevano tutte, decisamente tutte le persone che portavano nel mondo l’elemento della rivolta o anche della monelleria… anche lui era un pochino piromane”), di tanti altri, di tutti.

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Soprattutto, scrivendo di Valerij Brjusov, poeta e scrittore di sicura celebrità, Chodasevic dettaglia il ritratto del poeta lacchè, prono al potere. “Durante quell’inverno non vidi Valerij Brjusov, ma mi raccontavano che era molto abbattuto e piangeva l’ineluttabile fine della cultura. Solo nell’estate del 1918, dopo lo scioglimento della Costituente e l’inizio del terrore, riprese coraggio e si dichiarò comunista. Era del tutto coerente, vedeva davanti a sé un ‘potere forte’, una forma di assolutismo, e la riveriva: gli garantiva una sufficiente protezione dal demos, dalla feccia, dalla plebe. Non gli costò neanche dichiararsi anche marxista, giacché non gli importava in nome di che cosa – purché fosse potere”. Successe anche questo, soprattutto questo, succede ancora oggi: il poeta che vuole diventare potente si allea al potere di turno. “Nel comunismo egli salutò l’avvento di una nuova autocrazia che, dal suo punto di vista, era addirittura migliore della vecchia, dato che il Cremlino per lui si rivelò comunque più accessibile di Carskoe Selo. Il vecchio regime autocratico, infatti, non aveva nessuna politica estetica ufficiale – il nuovo, invece, intendeva essere attivo anche in questo campo”.

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Essere il cantore del tramonto. Che coraggio e che destino. Bisognerebbe raccontare la letteratura del Novecento attraverso l’immagine delle fiamme. I poeti bruciavano i propri manoscritti per scaldarsi durante i rigori della Rivoluzione; Anna Achmatova scriveva le sue poesie per poi eternarle nella fiamma, perché era proibito divulgarle, anche solo sussurrarle. Le fiamme inceneriscono, dalla cenere rinasce, ostinata, la poesia. Non dimentichiamo Chodasevic, il re della necropoli, che si è accostato ai tremori dei poeti. (d.b.)

Monumentum

In me la fine, in me il principio.
Esiguo è il mio lascito!
Pure sto come saldo anello:
tale il pegno della sorte.

In una Russia nuova e grande
porranno il mio idolo bifronte
all’incrocio di due strade,
dove c’è tempo, sabbia e vento…

Vladislav Chodasevic

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Le storie dei grandi poeti russi, da Anna Achmatova a Majakovskij e Pasternak, saranno narrate pubblicamente, sabato 8 settembre, alle ore 19, a Santarcangelo, Piazza Ganganelli, nel contesto di “Cantiere poetico”, da Silvio Castiglioni e da Davide Brullo nella lettura spettacolare “I poeti che fecero la rivoluzione”