Quando Vladimir Nabokov – che dava del “rozzo” al Dottor Freud – sognava di giocare contro Pelé

Posted on dicembre 06, 2017, 5:32 pm

Siamo nel 1966 e Vladimir Nabokov ha già affrontato la sua ‘terza vita’. Dopo la vita in Russia e nell’esilio ‘russo’ berlinese post-rivoluzionario, dopo la vita negli Stati Uniti, dal 1940, nel 1961 lo scrittore di Lolita si era trasferito a Montreaux, Svizzera. Nabokov scriveva, amava giocare a scacchi, acciuffare e anatomizzare le farfalle – creature fragilissime sulle cui ali è inciso un romanzo, perfetto emblema dell’arte narrativa – e odiava il dottor Sigmund Freud. Nel 1966, durante un’intervista televisiva, sbotta, come fa sempre, con cinica eleganza, “penso che sia un uomo rozzo, ritengo che sia medioevale, e io non desidero che un vecchio signore di Vienna con l’ombrello mi infligga i suoi sogni. Io non ho i sogni che lui narra nei suoi libri. Io non vedo ombrelli nei miei sogni. E neppure palloncini. Penso che l’artista creativo sia in esilio nel suo studio, nella sua camera da letto, nel cerchio della sua lampada. Sta solo, è un lupo solitario. Quando è con qualcuno, condivide con lui il suo segreto, offre il suo mistero, condivide il suo Dio”. Nel 1966 Vladimir Nabokov, il conte Vlad della letteratura del Novecento, può permettersi di nanificare Freud. Il suo personale ‘libro dei sogni’ lo ha già scritto. Ora, però, in questa storia deve fare irruzione un terzo, un irlandese, un genio dell’aviazione. John William Dunne (1875-1949) volava con gli aerei, progettò i primi biplani, e volava pure con la mente. Nel 1927 pubblica un libro, An Experiment with Time, in cui, sostanzialmente, spiega che i sogni “non sono meri frammenti caleidoscopici, confusi, spezzettati, di impressioni passate”, ma visioni “prolettiche di ciò che potrebbe accadere, sono la spiegazione efficace del fenomeno del déjà vu”. Il libro ha un certo successo tra i letterati: lo leggono, con coinvolgimento, Aldous Huxley, James Joyce, Thomas S. Eliot. Ora: prendiamo il libro di Dunne, prendiamo Nabokov e spostiamoci “in un grande hotel svizzero a Montreux, il 14 ottobre del 1964”. Nabokov, che è un ragioniere della meraviglia, vuole mettere alla prova le teorie di Dunne, che lo affascinano molto di più delle oniriche baggianate di Freud. “L’esperimento durò fino al 3 gennaio dell’anno seguente, poco prima del compleanno della moglie (unita a lui nel gioco sperimentale). Ogni mattina, immediatamente dopo il risveglio, Nabokov annotava ciò che ricordava dei suoi sogni. Nei due giorni seguenti s’impegnava a cercare ciò che aveva dei legami con il sogno annotato”. In sintesi, si tratta di 118 cartoline, custodite nella Berg Collection della New York Public Library (che è questa) e ora raccolte da Gennady Barabtarlo, prof di letteratura alla University of Missouri e traduttore di Nabokov, in Insomniac Dreams. Experiments with Time by Vladimir Nabokov (Princeton University Press, pp.224, $24.95; qui potete leggere il primo capitolo). D’altronde, Nabokov vede rispecchiata nelle teorie di Dunne la propria esperienza: il 4 giugno del 1939 scrive alla moglie, “Stamattina svegliato da un sogno stranamente vivido: un amico entra e mi dice che è stato informato per telefono che Chodasevic ‘ha terminato la sua vita terrena’”. Vladislav Chodasevic, poeta russo in esilio, che ‘battezzò’ le prime prove di Nabokov – e che Nabokov riconobbe sempre come il massimo tra i poeti russi del secolo scorso – morì dieci giorni dopo. Barabtarlo ci spiega che in quasi tutti i romanzi di Nabokov l’elemento onirico viene a galla, inafferrabile. In particolare, l’esperimento con i sogni sarà utile per la scrittura di Ada o ardore, del 1969. Del libro han parlato tutti, perché al genio aristocratico di Nabokov non si resiste: segnaliamo gli articoli del Guardian e della Los Angeles Review of Books. Già, ma cosa sognava il divino ‘Vlad’? La scrittura, minuta e compiuta, di questo impietoso alchimista della contraddizione (“L’esistenza della vita eterna è una invenzione della codardia umana; la sua negazione, una autobiografica bugia. Chiunque dica ‘non esiste l’anima né l’immortalità’, segretamente pensa, ‘ma, forse?’”) annota di tutto. Dalla morte all’eros (con una “giovane attraente, ma non incredibilmente bella, sposata con uno che potrebbe essere suo figlio”), alla paura di perdere la dentiera o i pantaloni. Dal sogno astratto (“il cosmo e le galassie sono una goccia blu sul palmo della mia mano”) a quello canonico, l’incontro con il padre, assassinato nel 1922, “attesa, aspettativa, timore, il gelo della felicità, l’ondata dei singhiozzi, in una sola eccitazione accecante”, a una grottesca “resa dei conti con Pelé, su un campo da calcio”. I sogni romanzeschi di un romanziere tenacemente anti-freudiano.