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Lautréamont, o del pensiero selvaggio

In questo caso – verrebbe da dire: in tutti i casi – la fuga è molteplice. Intanto, occorre sfigurare l’oceano, mettere tra sé e la scrittura il mare, che è l’arcano opposto della parola, egida blu, tombale, blu silente, che annienta l’aggettivo, riconduce il verbo al granchio, il paragrafo alla palude di polpi, alla trimurti della murena. Isidore Lucien Ducasse nasce a Montevideo, nell’aprile del 1846; Dino Campana atterra in Argentina; Rimbaud opta per l’Africa, Artaud per il Messico; Saint-John Perse, nato nelle Piccole Antille, dedica agli oceani l’opera che più ama, Amers (che si fa azzurra, ai margini del comprensibile, nella sua riduzione a suono, a luce). Non si viaggia per ‘trovare se stessi’ né per perdersi, già perduti: tra sé e sé la poesia pretende il sigillo del mare, risciacquare tutto nell’orca; libro come messaggio di salvezza, senza continente. Isidore fugge, inoltre, dal nome: Maldoror esce anonimo, nel 1868, poi con lo pseudonimo Comte de Lautréamont. La celebre fotografia scattata nel 1867 a Tarbes, presso lo studio Blanchard, mostra un ragazzo rigido, dallo sguardo spettrale, fuori dal proprio tempo, pronto, forse, ad avventarsi in un dicastero di nuvole. In vita, la fama è latitante, fiacca – “una specie di Apocalisse di cui sarebbe del tutto inutile cercare di individuare il senso”, scrive il “Bulletin du bibliophile er du bibliothécaire” –; la morte, odorando il suo adepto, lo coglie giovanissimo, a Parigi, il 24 novembre del 1870.

Léon Genonceaux, vent’anni dopo la morte, corrobora il mito oscuro di Lautréamont: “Scriveva soltanto di notte, seduto al pianoforte. Declamava, forgiava le sue frasi, accompagnando le prosopopee con degli accordi. Questo metodo di composizione provocava la disperazione degli inquilini dell’albergo”. Ma neppure il mito, neppure la ziggurat di studi – torva gemella del mercato – lo centra: il genio di Lautréamont è nell’ingenuità ignifuga ad ogni coercizione esegetica. “O pidocchio dalla pupilla raggrinzita, finché i fiumi verseranno la discesa delle loro acque negli abissi del mare; finché gli astri graviteranno sul sentiero della loro orbita; finché il vuoto muto non avrà orizzonte; finché la giustizia divina scaglierà le sue folgori vendicatrici su questo globo egoista; finché l’uomo misconoscerà il proprio creatore e lo provocherà non senza ragione e con disprezzo, il tuo regno sull’universo sarà assicurato, e la tua dinastia estenderà le sue spire di secolo in secolo. Io ti saluto, sole levante, liberatore celeste, nemico invisibile dell’uomo”. Il cosmico e l’infimo, l’accensione lirica e la cruda prosa, l’astro e il comodino convergono nell’urlo profetico di Lautréamont: la poesia pretende di farsi trovare dopo, decenni dopo, dissotterrata dall’incomprensione, ascesi tra i bavagli. “Non lascerò Memorie”, latra il poeta squalificandosi dal tempo, cancellando con la calcina il proprio nome, nullificando anche soltanto l’ipotesi stessa di ‘opera’. Licenziando un esilio.

Sconcerto dell’incredibile ispirato, Lautréamont è stato tradotto con incandescente continuità; Ungaretti vide in lui un maestro: “Nella poesia di Lautréamont sono dunque compenetrati questi caratteri di gran parte della recente poesia francese ed europea: uno schianto carnale che apre il volo a fiori di fuoco, e insieme una lucidità cruda che per vertigine di irrisioni fa salire l’espressione all’infinito distacco del sogno; una necessità di strappare alla realtà le sue maschere, e di restituire alla natura la sua maestà tragica”. Per lo più, è il poeta ‘arrivato’ che ha nostalgia di quella aurorale erranza – poeta come pitone, articolato in una sovrana alterità, tra oracolo e latrina. Di recente, Feltrinelli ha rimesso in libreria I canti di Maldoror nella traduzione di Nicola M. Buonarroti; preferisco quella, Garzanti, di Lanfranco Binni. Gallimard ha stampato, nella ‘Pléiade’, le Œuvres complètes, per la cura di Jean-Luc Steinmetz; anche l’edizione economica è introdotta da un testo di J.M.G. Le Clézio, che qui ricalco. Interessa il legame tra sorte e sortilegio, il punto animalesco della poesia che a tutti resta inaccessibile.

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“Lautréamont: il profeta della poesia liberata, colui che ha mostrato che la letteratura può ancora tentare di esprimere l’uomo nella sua totalità. Il simbolo della ribellione contro l’ordine costituito, del grido contro il linguaggio carcerario. Precursore del surrealismo, della psicanalisi, della scrittura alla cerca della scrittura. Il poeta della conoscenza ma anche dei limiti della conoscenza. Sì, tutto questo è vero, e dimostra una profonda originalità nel linguaggio. Dimostra la condizione disperata di tutta la letteratura, il suo lignaggio, la sua logica. Nato dal noir inglese, Lautréamont annuncia la genealogia della letteratura della vendetta. Genio, eppure genio che comprendiamo. Rivolta, ma rivolta asservita al linguaggio. Orgoglio fiaccato dalle lodi comuni, dal frastuono di applausi, ben più che se fosse frollato nel silenzio… Tutto questo è vero, ed è ciò che è pietoso in questa avventura. Ma c’è qualcos’altro, qualcosa che non è misterioso né grandioso. Lautréamont, convertito dalle parole e dalle idee, scappa comunque, sempre. Una parte di sé non è stata vinta né aggiogata. Quel grido, quel movimento che gli uomini non possono condividere, che non potranno mai condividere, perché al di là della letteratura; nell’oltre delle parole, dove nessuno può accedere. Qualcosa che ancora somiglia alla vita, sensazioni e atti che ciascuno porta e interra con sé. Una SORTE. Un sortilegio. Un’avventura, ma l’avventura autentica. Un pensiero selvaggio”.

J.M.G. Le Clézio

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