“Hanno bisogno di sentirsi martiri, sono ridicoli. Quanto a me, aspetto che diano il Nobel a Ray Bradbury”. In onore di Abelardo Castillo, lo scrittore che sapeva costruirsi una biblioteca con legni e mattoni

Posted on Marzo 27, 2020, 12:37 pm
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Il traduttore è un lettore privilegiato, questo si sa. Ma sfogliare i Diari (1992-2006) di Abelardo Castillo e provare impavidamente a tradurli è un privilegio indescrivibile. Da qualche mese l’eco della sua voce rimbomba nel silenzio della notte, il privilegio dei privilegi. Se a tutto ciò aggiungiamo il fatto che mi sono stati recapitati direttamente da Buenos Aires, accuratamente imballati da Sylvia Iparraguirre, la musa e compagna di Castillo, il tutto acquisisce un significato doppiamente indescrivibile, oserei dire magico. Incontrare Sylvia è stato il grande primo privilegio che ho ricevuto.

In una lettera datata 23 gennaio 1965 Alejandra Pizarnik comunica a Silvina Ocampo di avere ricevuto quel famoso libro che tanto attendevano entrambe da tempo. Ma ci tiene a sottolineare un aspetto, cruciale, per lei e scrive: “Spero di vederti e dartelo in mano con aria cospiratrice e senza che nessuno ci veda (alla Playa Grande, per esempio). Non te lo mando per posta perché sarebbe come sporcarne l’aspetto simbolico (poco importa quale sia). Certi libri si devono “passare” come un pugnale” (L’altra voce, Giometti & Antonello; p. 95).

E Sylvia me ne ha “passati” due fondamentali, entrambi volutamente consegnati a mano in occasione del nostro primo incontro a Roma, quasi a suggellare un patto, la sua dichiarazione d’intenti. Del primo libro dove parla anche della sua vita invisibile a fianco di Abelardo Castillo ne abbiamo già parlato: “Siamo stati molto fortunati; abbiamo avuto quella fortuna che hanno alcune coppie che condividono un mestiere o una professione che amano e nella quale si divertono. E se vi fu un segreto fu proprio questo: non ho mai cercato di addomesticarlo; né lui è mai interferito nella mia indipendenza. La nostra è stata una storia d’amore profonda e di concessioni reciproche. Con Abelardo la vita invisibile si rese visibile e fluì fino a trasformarsi in un dialogo continuo” (La vida invisible, Ampersand, 2018: 68, traduzione di Mercedes Ariza per Pangea, concessione dell’autrice).

E poi il secondo, l’incontro folgorante dell’autrice con Munch, l’arte come libertà, come rivelazione e ricerca della bellezza. Un incontro che tuttavia l’ha tenuta lontana dai suoi affetti e dalle sue certezze. L’epilogo del romanzo è questo: “Guardo l’orologio che in poche ore si adatterà, silenzioso ed esatto, all’orario di Buenos Aires. Cos’era il tempo? Impossibile da spiegare, è solo da vivere; questo era già stato detto. Io avevo vissuto un tempo tutto mio, impossibile da trasferire e al tempo stesso aperto. A tutti capita almeno una volta nella vita qualcosa di straordinario; in una casa in mezzo alle campagne, da soli con un libro, mentre abbracciamo qualcuno che amiamo, guardando il viso di un ragazzo. O in lunghe distanze e mondi diversi. La hostess si avvicina, solerte, ma non mi offre nulla. Voglio soltanto dormire, lasciare che le ore passino mentre il volo si avvicina più e sempre più a A., alla mia città, alla mia porta. A casa” (Encuentro con Munch, Alfaguara, 2013: 195, traduzione di Mercedes Ariza per Pangea, concessione dell’autrice).

Le ultime righe del romanzo riportano la scrittrice a casa. Dieci anni prima il 22 marzo del 2003 Abelardo Castillo scriveva: “Il venti abbiamo vissuto un altro anniversario del nostro matrimonio. Siamo riusciti a festeggiare prima che Sylvia partisse per Junín. La cosa migliore che ho fatto nella mia vita è stata sposarmi con Sylvia. Quella peggiore non rientra in questo diario. E tuttavia…”.

Mercedes Ariza

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21 marzo 1996

Oggi festeggiamo vent’anni di matrimonio. Quasi ventisei da quando ci siamo conosciuti. Non sono per nulla sicuro che sia per merito mio.

Trovo il libro su Poe di cui parlavo il 3.

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24 marzo 1996

Vent’anni dal golpe. Qualche giorno fa, vengono qui a casa dal Clarín e mi fanno un’intervista che dura ore. C’era da supporre che quello, o qualcosa di quello, sarebbe stato pubblicato oggi. Non è stato pubblicato. Credo di indovinarne le motivazioni: non ho fatto la parte dello scrittore martire; ho ripetuto le stesse cose che ho ripetuto in tutti questi anni, che quella dittatura non fu un attentato alla cultura bensì un genocidio. Il suo obiettivo era politico, non culturale. Ma, è chiaro, il giornalismo e alcuni letterati vogliono immaginare che la stampa, le lettere e le arti furono le principali vittime. Hanno bisogno di sentirsi dei martiri, la metà di loro per essere a posto con la propria coscienza. Pubblicano una ridicola “lista nera” nella quale risultano, al massimo, una cinquantina di intellettuali e pensano che quella sia una testimonianza agghiacciante della repressione. Certo, io risulto tra i coraggiosi perseguitati. Ringrazio la loro gentilezza ma fatemi il piacere. Non si rendono nemmeno conto che se quelli eravamo tutti, le diverse migliaia che se ne sono andati dal Paese dopo e prima del golpe, potrebbero, a ragion di logica, essere rimasti.

Oggi ci saranno delle manifestazioni. Mi sembra giusto. Peccato che nel frattempo la CGT sospende uno sciopero di protesta che si sarebbe dovuto tenere domani contro la politica economica del governo e, che tra una settimana, non si parlerà più della questione.

Non so quale gruppo mi abbia chiesto, a nome di una casa editrice, una testimonianza scritta sulla dittatura. L’intenzione? Far uscire questa domenica qualcosa di simile a un opuscolo collettivo. Non avevano parlato né con Sabato né con Bioy né con Viñas né con Soriano né con Piglia né con Damiro né con Blaistein né con Dal Masetto né, che io sappia, con nessuno. Sono riusciti a nominarmi solamente a Liliana e a Galeano. Era così tristemente evidente che l’unica cosa che gli interessava era pubblicare loro qualcosa. Conosco alcuni tra i più entusiasti: in quel periodo gironzolavano per l’America Latina o per l’Europa. O avevano cinque anni d’età. O erano sotto il letto. Insomma, mi sono negato.

Mi sembra che quello che gli ho detto non gli sia piaciuto. Gli ho detto che quello che dovevo scrivere sulla dittatura l’ho scritto durante la dittatura. Avevo dormito male, ero di cattivo umore. Gli ho anche detto che una testimonianza di quel genere non si prepara negli ultimi tre giorni. Avrebbero dovuto iniziare molto tempo prima o, forse, nessuno ha pensato, un anno fa, sei mesi fa, che a marzo si sarebbero celebrati i famosi vent’anni? Avrebbero dovuto coinvolgere tutti gli scrittori noti – a cominciare da Sabato e Bioy, proposti per il Nobel – e fare un libro che fosse veramente una testimonianza come quello curato da Sylvia [Iparraguirre] per la Spagna o, persino, pubblicare di una buona volta in Argentina quello stesso libro. Una cosa che ovviamente era stata offerta molto tempo fa alla stessa casa editrice che adesso pensa di far uscire questa schifezza ma, chiaro, quella volta, economicamente, ecc…

Ogni giorno sento con maggiore intensità la ridicolaggine, la vacuità e la cattiva fede di certa gente. Ci sono alcuni ben intenzionati e sinceri, come quella coppia che mi ha intervistato la settimana scorsa alla radio, ma il resto non sa che farsene della propria vita o ha la testa nel culo e, quando cerca di pensare, non si accorge che ci è seduto sopra.

Paulo majora canaris, mettiamola così. Poco fa ho finito di schedare i libri del mio studio. Millenovecento venti e passa. Ce ne saranno più di duemila quando riuscirò ad annotare quelli che, presumo, ho saltato. Adesso almeno so che li ho qui, a mano, e so il posto dove stanno. Manca la biblioteca di Sylvia e quelli sparsi per casa e a San Pedro. I miei, quelli di cui avevo bisogno, ci sono quasi tutti. Ero piuttosto esasperato nel ricordare un tale libro e non sapere dove cercarlo.

Ho scritto qualche pagina del racconto La calle victoria. Penso di finirlo appena vorrò. Più o meno la stessa sensazione che ho con Van Hutten.

Ernesto Sabato è stato proposto per il Nobel. Bioy Casares, anche. Mi chiamano da un programma televisivo per avere la mia opinione al riguardo. Dico che non ci vado. Mi chiedono di farlo telefonicamente. Gli dico esattamente quello che penso: aspetto ormai da trent’anni che il Nobel lo diano a Ray Bradbury.

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27 marzo 1996

Alba. Oggi compio 61 anni.

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30 marzo 1996

Dopo tanti anni, ho deciso di fare una festa di compleanno. Il 29. L’ho detto a Sylvia mercoledì e lei ha organizzato tutto, con la gioia che le provocano queste cose quando non sono per lei. È curioso. Non le piace festeggiare il suo compleanno ma il mio sì. Molti regali. Tutti sembravano contenti di essere a casa. Andrés Waismann ed Edgardo González Amer mi hanno regalato un dipinto ad olio di Waismann che mi è piaciuto molto. Devo chiedergli il titolo. C’erano i due giovanni, Forn e Martini, Vlady Kociancik, Liliana ed Ernesto non sono riusciti a venire perché proprio quel giorno partivano per non so dove.

In tutto, una trentina di persone che ho la tentazione di nominare tutte per una questione di lealtà nei confronti dei miei affetti, ma non voglio trasformare questo in una notizia della sezione società.

Juan Forn era un po’ impazzito. L’arrivo di Flora, la sua ex moglie, con un possente capitano della finanza – un arabo, giacca e cravatta, troppo baffuto – lo ha turbato. Sono riuscito a farlo rappacificare con Vicente, o almeno hanno finto bene.

Abelardo Castillo

*I testi sono tratti da: Abelardo Castillo, “Diarios 1992-2006”, Alfaguara, 2019

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Da La vida invisible di Sylvia Iparraguirre

Con Abelardo cominciai a imparare che non c’era una separazione tra vita e letteratura, che la letteratura era la sua vita. E che la lettura che praticava presupponeva questo vincolo. Come ho detto, esercitava, senza dubbio, l’arte della lettura assistito da una memoria fenomenale e, se uno era capace di seguirlo, i collegamenti e i riferimenti nei quali si addentrava avrebbero portato molto lontano lui e il suo interlocutore. Nella sua lettura, un libro era, innanzitutto, il puro piacere poetico, estetico; poi, una possibilità argomentativa, di refutazione o di accettazione di altre idee o di altri autori che, in caso di necessità, andava a cercare negli scaffali. Conosceva l’ubicazione esatta dei libri della nostra casa; non solo dei suoi ma anche dei miei. E aveva un modo curioso di rapportarsi con la sua biblioteca: se nella conversazione citava o parlava di un determinato autore, indicava il posto in cui si trovava, come se si trattasse di una persona lì presente che potesse confermare quello che stava dicendo. Questo poteva sorprendere un estraneo (io ridevo sotto i baffi) o poteva sembrargli eccentrico.

Nonostante fosse una parte essenziale, la sua vita non iniziava né finiva neanche remotamente nei libri. Il rapporto sofisticato che aveva con la sua biblioteca non gli impediva il contatto con le cose più prosaiche di tutti i giorni: sapeva esattamente da dove passavano le tubature della nostra casa quando bisognava chiamare l’idraulico (cosa non da poco, visto che abbiamo sempre vissuto in appartamenti molto vecchi), o si costruiva delle biblioteche inchiodando dei pezzi di legno o con quegli orribili mattoni forati, pesantissimi. Riparava sia i marchingegni di casa che qualsiasi guasto alla nostra Citroen Traction Avant 11B del 1947.

*La traduzione italiana dei testi è di Mercedes Ariza