“Vivevo quello che mi raccontavano i libri, quella fu la mia vita segreta, invisibile”. Incontro fatale con Sylvia Iparraguirre (e brandelli del suo romanzo su Munch)

Posted on Agosto 24, 2019, 10:41 am
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Giugno 2019. Via Ottaviano. Roma. Incontro Sylvia Iparraguirre di cui avevo avuto modo di leggere e tradurre alcune sue belle interviste per Pangea. Viene da Madrid dove ha presentato il suo ultimo libro La vida invisible (Ampersand, 2018) e fa tappa a Roma prima di proseguire verso Firenze e infine Genova, alla ricerca della casa natale dei suoi avi. Suo bisnonno partì proprio da Genova nel 1859 alla volta dell’Argentina, era un abile produttore di carta da generazioni. Una figura piuttosto misteriosa, mi confessa lei.

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Notte romana: Sylvia Iparraguirre con Mercedes Ariza

Mossa dal candido romanticismo con cui si visita Roma per la prima volta, Sylvia resta senza fiato dinanzi a una (insolita) recondita Piazza San Pietro, complice il silenzio di una calda e tarda notte romana. Lungo via della Conciliazione mi parla dei suoi progetti, del suo passato, del suo amore per l’Italia e di questo viaggio voluto da tempo. Un incontro voluto dal fato, lo stesso fato che mi ha portato a tradurre la grande Dama della letteratura argentina, Liliana Heker. Ci accomunano parecchie cose a me e a Sylvia: sangue spagnolo (basco) e italiano nelle vene, un misto di nostalgica devozione/repulsione verso il proprio paese, l’Argentina, che ha saputo accogliere tante genti e culture e che tanti problemi ha avuto e continua ad avere senza soluzione di continuità.

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Giunte a Castel Sant’Angelo, Sylvia si ferma all’improvviso, pensa e dice: “Ecco i pini marittimi, sì, sono i pini marittimi dei quadri del Cinquecento, sono proprio quelli, meravigliosi davvero”. Questa sua Profonda sensibilità artistica e amore per il bello trasudano in ogni pagina del suo Encuentro con Munch (Alfaguara, 2013) che mi regala l’indomani e la cui lettura mi rapisce immediatamente in un vortice di emozioni; l’arte come libertà, rivelazione e ricerca della bellezza. La cronaca di un viaggio che la stessa autrice intraprende nel 2000 e nel quale affiorano ricordi dell’infanzia, sapori e odori del passato, un passato felice nella casa dei nonni lontana dal frastuono della grande città.

Perfeziono il piacere del ricordo, ritorno a lui, al suo centro luminoso di persistenza, da quando si apre l’androne del freddo esterno fino alla calda luce dell’interno. Somma felicità, una felicità che non conosce sé stessa; una felicità che solamente si sente, facciamo zigzag verso la cucina, sussurrando, quasi al buio: la sala, la biblioteca, la scrivania, il soggiorno, l’enorme cucina con due credenze, la tavola apparecchiata per quattro, tovaglie, portatovaglioli. A casa mia non si usavano i portatovaglioli ma a casa di mia nonna ce n’è una gran varietà come vi è una gran varietà di fodere per le borse dell’acqua calda, questi e altri dettagli collocano la casa di mia nonna in una dimensione superiore, quasi magica. Mi sento importante nella manovra di togliere il tovagliolo arrotolato dall’anello argentato. I miei genitori parlano sottovoce, gli altri dormono distribuiti nelle enormi stanze. Io e mia sorella riusciamo a malapena a stare ferme sulla sedia e non smettiamo di chiedere dei nostri cugini. Le mie zie, con l’accortezza delle fate madrine, servono la cena tenuta calda a fuoco basso, il primo piatto raggiunge mio padre, il minore, il prediletto delle sue molte sorelle. Ma non perché sia il prediletto bensì perché a casa di mia nonna vige ancora il protocollo patriarcale e così è stato con mio nonno, che non abbiamo conosciuto, e coi suoi figli maschi. Mia sorella si addormenta, la faccia appoggiata sul tavolo, accanto al piatto. Ai miei genitori tocca la camera accanto al bagno grande; io e mia sorella nel grande stanzone dove i letti dei bambini si susseguono uno accanto all’altro come allegri spettri proiettati negli specchi degli armadi. C’è tanto da fare. Ritorna un profumo della mia infanzia con una tale forza che non riesco a credere che possa perdurare nella mia memoria e che possa raggiungermi in questo luogo impersonale e meccanico: è l’aroma di mia nonna, quello dei suoi fazzoletti di stoffa: acqua di Alibour. I cassetti con i suoi vestiti e le sue camicie da notte profumano di canfora, di acqua di Alibour. A otto anni non so cosa significa l’amore, nessuno mi ha parlato di lui ma io sento amore per mia nonna. Così era il mondo, una casa grande, con cortili e bauli reconditi; così era il mondo, di una candida credulità, di una immediata allegria e così persiste nel ricordo. Ci chiedono di raddrizzare le poltrone e di allacciare le cinture. Era possibile, quindi, che fosse stato nella biblioteca a casa di mia nonna, nella Espasa Calpe e molto probabilmente durante il pisolino pomeridiano, dove avevo visto per la prima volta una riproduzione della Danza della vita o chissà della Notte a Saint Cloud. Le illustrazioni Espasa: conchiglie degli abissi marini, orchidee della selva, uccelli, illustrazioni ricoperte da un foglio di carta velina. E riproduzioni di quadri. Sul foglio di carta velina restava impresso in modo sbiadito una sorta di fantasma dell’illustrazione. Ma è impossibile, penso con gli occhi chiusi, mentre ascolto la voce della hostess che ci informa che tra venti minuti atterreremo all’aeroporto Charles De Gaulle e ci fornisce la temperatura locale e sento nel corpo la discesa dell’aereo, è impossibile per la semplice ragione che quella della Espasa Calpe doveva essere una edizione del 1913 o 1915, quando i miei nonni fecero costruire la casa. In quegli anni, Edward Munch non era approdato ancora nelle enciclopedie e men che meno in quelle spagnole. O era un pregiudizio? Mancava ancora affinché Munch fosse Munch. E ora un fatto evidente per me: nonostante il quadro sia precedente a quella data, era evidentemente troppo moderno per la Espasa Calpe. Quindi, non era possibile che io avessi visto per la prima volta a casa dei miei nonni una riproduzione della Danza della vita. Come tutti, avevo visto L’urlo centinaia di volte ma la sensazione di nebbioso vuoto attorno alla Danza della vita come di un ricordo remoto da dove proveniva? Era strano, adesso che ci pensavo, questo aspetto di Munch, la sua persistenza. Dei pittori non era quello che più mi era piaciuto o quello che più mi commuoveva”. (Encuentro con Munch, Ampersand, 2013: pp. 25-27, traduzione di Mercedes Ariza per Pangea, concessione dell’autrice).

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La stessa infanzia felice e spensierata che custodisco io nei miei ricordi; ricordi che nessuno sarà mai in grado di strapparti, ricordi nitidi e profondi che solo chi è stato trapiantato in un altro continente-emisfero-paese sa custodire assieme alla sua lingua. Sylvia è incuriosita dalla mia storia, dalla mia parlata, dalla mia presenza qui e ora a Roma con lei, dal nostro incontro. E io voglio congelare questi momenti di pura magia; le parole per Sylvia sono importanti, sempre, e lei riesce a incasellarle ingegnosamente una dopo l’altra. Donna di una cultura straripante e compagna di Abelardo Castillo, uno dei grandi scrittori argentini con cui ha condiviso tutta una vita invisibile, come lei stessa racconta: “Siamo stati molto fortunati: abbiamo avuto quella fortuna che hanno alcune coppie che condividono lo stesso mestiere o la stessa professione che amano. Se vi fu un segreto fu proprio questo: non ho mai cercato di addomesticarlo; né lui è mai interferito nella mia indipendenza. La nostra è stata una storia d’amore profonda e di concessioni reciproche. Con Abelardo la vita invisibile si rese visibile e fluì fino a trasformarsi in un dialogo continuo. Se la biblioteca della casa di mia nonna costituisce la prima scena del mio romanzo personale come lettrice, nella biblioteca di Abelardo, nel nostro appartamento di Pueyrredón, ebbe inizio la mia educazione letteraria” (La vida invisible, Ampersand, 2018).

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Sono passati due mesi dal nostro incontro e ci sentiamo spesso; dal freddo australe, poco fa Sylvia mi ha raccontato dei suoi progetti, dei suoi seminari letterari all’università e di una conferenza attesissima che terrà a Buenos Aires nella sala dorata del Teatro Colón a settembre. Prima di chiudere ricorda così il suo incontro con l’Italia: “Un’esperienza unica, impossibile di descrivere, bella, profonda e perturbatrice dal punto di vista storico e monumentale. A forza di non poter dire quello che ti produce, sprofonda nel luogo comune”. A ricordare che le parole sono importanti, sempre, ma a volte possono risultare totalmente vane.

Dedizione e credulità. Vivevo quello che mi raccontavano i libri, immaginavo scene in cui partecipavo come l’eroina nel momento cruciale: salvavo quelli che stavano per precipitare in un burrone, riscattavo i prigionieri da una fortezza, o decifravo, per l’ammirazione degli scienziati, l’ubicazione di una tomba faraonica. A volte, di notte, ero testimone di morti agghiaccianti: cristiani mangiati dai leoni, io stessa perseguitata nel deserto da una tarantola gigante. O semplicemente morivo di tubercolosi, come il personaggio di una ragazza della mia età di un libro ora dimenticato. Mi emozionava fino alle lacrime verificare il dolore dei miei genitori dinnanzi alla mia morte prematura. La vita invisibile era mille vite e mentre la mia parte esterna compiva i riti della scuola e le richieste della vita diurna, restavano sempre in attesa le possibilità rinnovate di un libro da aprire, di una vita segreta da vivere. Le fantasticherie della pubertà sono le più forti della vita; sono lì, in potenza, la nostra capacità di immaginare, di erotizzarci, di atterrirci, di creare storie. (La vida invisible, Ampersand, 2018).

Mercedes Ariza