La più bella storia d’amore: dialogo con Sylvia Iparraguirre (prima parte)

Posted on giugno 10, 2018, 7:19 am
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Solo più tardi avrei capito quello che intendevo. “Era nell’ordine delle cose inspiegabili che capitano in ogni istante”. Così lei ricorda l’incontro con Julio Cortázar, era il 1972 e per caso la radio dava Charlie Parker. Diciamo così, allora. L’inspiegabile mi porta a occuparmi dell’Antartide e della Terra del Fuoco. La terra del fuoco è il titolo del romanzo più alto di Sylvia Iparraguirre, pubblicato vent’anni fa in Argentina, tradotto nel 2001 da Einaudi. terra del fuocoLibro meraviglioso, tradotto in mezzo mondo, dalla struttura complessa. L’inspiegabile si lega a un esperimento giornalistico. Antimoderno, è certo. Forse antigiornalistico. Magari. Sylvia ha settant’anni, ha studiato letteratura inglese con Jorge Luis Borges, è stata la musa, l’amante, la moglie di Abelardo Castillo, che è il guru della letteratura argentina contemporanea. Lei, Sylvia, però, è più tradotta di lui in Italia (Luna park è in catalogo Crocetti; L’Asino d’oro è l’editore di Sotto questo cielo e de Il ragazzo dei seni di gomma). L’unione tra Sylvia e Abelardo – si conoscono nel 1969, lei ha 21 anni, si sposano nel 1976 – che ha per sfondo un paio di riviste letterarie importantissime (El Escarabajo de Oro e El Ornitorrinco), una dittatura militare, tanti libri, tante amicizie (Borge e Cortázar, ad esempio), è, a usare un linguaggio da fiction, la più bella storia d’amore della letteratura contemporanea. Di certo, la più proficua per la letteratura argentina. Sylvia Iparraguirre ha da poco pubblicato – ancora una volta, le “cose inspiegabili” danno logica al caso – una autobiografia eccentrica, s’intitola La vida invisible per Ediciones Ampersand. “Nella vita visibile c’erano i miei genitori, mia sorella, la mia casa, la scuola. La vita invisibile iniziava e terminava con la lettura. Ospitava balene bianche, castelli di Scozia, mummie e piramidi, i cavalieri di re Artù, un naufrago nell’isola deserta. Non restò, però, il mondo immaginario di un bambino. L’universo parallelo della vita invisibile continuò nel tempo… un luogo mitico, ideale, speculativo che ha forgiato una versione mutevole di me stessa e che si è ampliato man mano che crescevo come lettore”. La vita invisibile è molto più vasta, labirintica, complessa di quella visibile. L’esperienza anti-giornalistica è questa. Ho chiacchierato a lungo con Sylvia. L’intervista si è dilatata in confessione e testimonianza. E mi sono detto. Sono stanco delle interviste. Fai delle domande. Sistemi. Pubblichi. Passi oltre. A volte bisogna fermarsi. Sostare nel dialogo. A lungo. Così ho deciso di fare con Sylvia. Nelle prossime settimane, a puntate, pubblicherò brandelli del nostro dialogo. Siamo partiti, ovviamente, da Abelardo Castillo. “Ad Abelardo” è dedicato il libro che amo, La terra del fuoco; “ad Abelardo, perché tutti i libri, quelli condividi e quelli che restano da leggere, vanno verso di lui in un dialogo infinito”, è dedicato La vita invisibile.

Mi dica di Abelardo Castillo, allora…

Parlare di un uomo con cui hai condiviso la vita intera, tentare di spiegarlo, sarà sempre, necessariamente, una semplificazione. Se quell’uomo è, inoltre, uno scrittore, un intellettuale, membro del Consiglio di Presidenza dell’Assemblea Permanente per i Diritti Umani, che ha dominato gran parte della vita culturale argentina degli ultimi sessant’anni, che avrebbe potuto diventare un maestro internazionale di scacchi (gioco che ha amato e che fu il suo fedele alleato), ma che ha scelto la letteratura, è ancora più difficile. Ci proverò, pensando a un lettore italiano, che conosce poco o nulla di lui (i suoi unici due libri pubblicati sono I mondi reali, raccolta di racconti edita da Del Vecchio e Il Vangelo secondo Van Hutten, un romanzo, edito da Crocetti). E di noi, visto che siamo stati una coppia di scrittori per quarantasette anni.

Iparraguirre

Sylvia Iparraguirre e Abelardo Castillo nel 1972

Abelardo Castillo è nato nel 1935 e ci ha lasciato appena un anno fa e, mi costa scriverlo, è stato una delle figure centrali della cosiddetta ‘generazione dei Sessanta’. Narratore, romanziere, saggista, autore di teatro, il suo lavoro è stato pubblicato in Argentina dal 1961, quando vinse il premio Casa de las Américas per il suo primo libro, Las otras puertas. Le sue opere teatrali continuano a essere rappresentate a Buenos Aires e all’estero. Nel 1963, Israfel, la sua opera su Edgar Allan Poe, ha vinto il primo premio internazionale per gli sceneggiatori contemporanei latinoamericani dell’Unesco, con giurati come Eugène Ionesco, Christopher Fry e Diego Fabbri. Nelle riviste letterarie che ha diretto, El grillo de papel (1959-1961) e El escarabajo de Oro (1961-1974), si sono sviluppate le polemiche fondamentali del decennio, che evidenziano il cambiamento politico, ideologico e culturale che ha scosso non soltanto il nostro paese ma tutto il mondo. El ornitorrinco (1977-1986), l’ultima rivista che ha diretto, fu parte essenziale della resistenza culturale argentina durante la nefasta dittatura militare del 1977-1983. In queste riviste hanno cominciato a pubblicare scrittori argentini decisivi come Ricardo Piglia, Miguel Briante, Liliana Heker, Isidoro Blaisten e poeti come Alejandra Pizarnik e Juana Bignozzi. Nel suo leggendario – la parola non è mia, circola a Buenos Aires – laboratorio di scrittura si sono formate generazioni di scrittori che sono già parte della letteratura argentina contemporanea, Juan Forn, Marcelo Caruso, Pablo Ramos, Gonzalo Garcés, Inés Fernández Moreno, Alejandra Kamiya, Paola Kaufmann, solo per nominarne alcuni.

Fu inizialmente influenzato da anarchici come Rafael Barrett, dal marxismo, dalla letteratura e dal pensiero francese, quello di Sartre e di Camus. Ricordava che, a sedici anni, nel suo piccolo paese, San Pedro, con un amico, seguiva con avidità la polemica tra Sartre e Camus. Dico questo come esempio della domanda di letteratura e di filosofia negli anni Cinquanta. A vent’anni, durante il servizio militare, gli capitò di leggere L’essere e il nulla: non poteva comprarlo, glielo aveva prestato la sua ragazza. Amava teneramente Rilke, un poeta che lo accompagnò fino alla fine. Ha riletto continuamente Kafka, Gide, Tolstoj, Dostoevskij, Poe, Cervantes, Borges, Nietzsche, Platone, Kierkegaard. È stato un lettore onnivoro, fenomenale. E fu la voce della nuova sinistra indipendente, con un organo indipendente per esprimersi: le riviste che ha fondato. Cosa significa ‘sinistra indipendente’ negli anni Sessanta? Dopo la Rivoluzione cubana si agitarono venti di cambiamento in America Latina e la sinistra argentina desiderava risolvere i propri problemi da sola. Ciò significava essere vicini ma critici verso l’ortodossia del Partito Comunista. In questo senso, Abelardo ha avuto una polemica con Héctor Agosti, segretario della cultura del PC argentino: ‘Discussione critica sulla crisi del marxismo’, pubblicata su El escarabajo… Inoltre, ha compiuto una riflessione sul peronismo, una questione da sempre centrale per la sinistra argentina.

In linea di principio, Castillo era anti dogmatico, aperto al dialogo, con una vena anarchica che gli faceva mettere tutto in discussione. Era un polemista temibile. La sua massima ambizione, da adolescente, era essere poeta e scrivere poesie; aveva letto i romantici tedeschi, e Whitman, Poe, Vallejo, Neruda, Verlaine, Vaudelaire, Hernández. Amava i russi, conosceva perfettamente Tolstoj e Dostoevskij, era devoto alla letteratura tedesca. Il lupo della steppa ha segnato la sua adolescenza; come Opinioni di un clown di Heinrich Böll; il Doktor Faustus di Thomas Mann è stato importante per la scrittura del suo romanzo Crónica de un iniciado. Il racconto, genere fondamentale nella letteratura argentina, lo ha appassionato e oggi Castillo, insieme a Cortázar e a Borges, è ritenuto uno dei grandi scrittori di racconti argentini. Tuttavia, non abitava in una torre d’avorio, era vitale, detestava quello che chiamava ‘l’ambiente’, ‘il circo letterario’ dal quale si è isolato negli ultimi vent’anni; al contrario, era un uomo precipitato nella vita di tutti i giorni e nella realtà sociale e politica più urgente.

Castillo

Abelardo Castillo (1935-2017) in una fotografia di Nora Lezano

Le racconto un aneddoto: nel 1958, a 24 anni, Castillo scrisse il primo testo critico pubblicato a Buenos Aires su Le armi segrete di Cortázar. Cortázar aveva lasciato il paese nel 1951 e pochi conoscevano la sua vita e i suoi libri. Nel ’59 venne a visitare il paese per una settimana; già imbarcato sulla nave che avrebbe dovuto riportarlo in Francia, legge la critica (un amico gli aveva passato la rivista). Cortázar chiese una macchina da scrivere, a bordo, e scrisse ad Abelardo, dicendogli che era la prima volta che aveva letto una critica intelligente – ho ancora la lettera – e che, sul punto di partire, gli rispondeva per tramite di quell’amico. Da quel momento, cominciarono a scriversi. Cortázar pubblicò su El escarabajo… fece parte del suo comitato editoriale.

Al principio, l’idea di Castillo era quello di dirigere una rivista che si occupasse unicamente di letteratura e di poesia, non di politica. Era solito dire che i tempi lo avevano costretto a teorizzare e a commentare questioni ideologiche e politiche; ciò divenne necessario nella rivista. Bisognava testimoniare la realtà.

Lo conobbi durante una riunione della rivista al Café Tortoni a cui fui invitata da un amico dell’università, che mi chiese se desiderassi conoscere scrittori in carne e ossa (in facoltà leggevamo solo morti venerabili). L’anno seguente, Abelardo fu, a sua volta, invitato in università da due studenti, per parlare di uno dei suoi racconti, Los ritos. Frequentavo quel corso. Nel 1970 andammo a vivere insieme e non ci siamo più separati; nel 1976 ci sposammo. A questo punto, devo citare dal mio ultimo libro, La vida invisible: “…il nostro non fu un incontro intellettuale o letterario. Fu un incontro vitale, emozionale. Ci piacevamo; ci siamo innamorati delle nostre virtù e dei nostri difetti e così è stato per tutta la vita. Anche se ero molto giovane e la differenza di età mi pesava, all’inizio, fin da subito, superando gli allarmanti alti e bassi che corrispondevano, fondamentalmente, al nostro carattere testardo, abbiamo cercato di condividere un nucleo profondo, centrale, un senso generale dell’esistenza e delle cose, che gli anni hanno approfondito. Questo è stato l’essenziale. La letteratura, oltre a essere stata la causa del nostro incontro, ha dato alla nostra relazione una dimensione e una felicità ulteriori. Con ‘dimensione’ intendo la possibilità di una unione di altro tipo, una complicità in qualcosa che ci ha portato oltre, che proveniva dal prima e ci gettava nel futuro: i libri. Fummo fortunati; abbiamo la fortuna di alcune coppie che condividono un mestiere o una professione che amano e di cui gioiscono. Se c’è un segreto, è questo: non ho mai tentato di domarlo; lui non ha mai interferito con la mia indipendenza. La nostra è stata una storia di amore profondo e di reciproche concessioni”.

Lo conobbi che avevo 21 anni ed ero una studentessa di letteratura e divenni parte di El Escarabajo… in modo naturale. Così ho conosciuto il gruppo di scrittori e poeti che facevano la rivista: Liliana Heker, Bernardo Jobson, Irene Gruss, Ricardo Maneiro. La differenza di 13 anni all’inizio pesava; nel corso degli anni si è accorciata, diventando un dialogo tra eguali, pieno di discussioni, di coincidenze, di discordie e di interminabili conversazioni sulla letteratura. Eravamo entrambi nottambuli e ci piaceva fare riunioni in casa, con i collaboratori della rivista, con attori, musicisti, amici di ogni tipo. Ma Abelardo è stato anzi tutto il mio maestro. Mi ha incoraggiato a scrivere e a pubblicare il mio primo libro, a essere il più spietata possibile verso i miei testi, educandomi a una assoluta onestà per la letteratura. Parlo di lui con una ammirazione che non ha motivo di essere mitigata. Con le sue virtù e i suoi difetti, è stato un uomo eccezionale: con l’alcolismo, che lo ha ghermito per 13 anni, ed è l’oggetto del suo libro El que tiene sed, con la sua arbitrarietà, i periodi di intensa introspezione e desolazione, con la sua costante idea di un cristianesimo primitivo come fonte originaria dell’equità, è stato un uomo che non si è permesso alcuna concessione, che ha mantenuto una etica e una coerenza in tutto, in tutta la sua vita, lasciando un marchio su tutti quelli che lo hanno conosciuto.