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Sia lode a Willa Cather, e al suo libro folle: un arcivescovo nel Far West, tra sciacalli e riti ancestrali

Come sempre, è una questione di stile. E Willa Cather (1873-1947) dalla sua ebbe uno stile superbo. Morta in gloria a Manhattan, con un Pulitzer in tasca (nel 1923), ebbe pochi scrittori che riuscirono a starle al passo. Solo William Faulkner, per onestà, ha scritto libri che la annichiliscono. Ma mastro Guglielmo scriveva per scardinare la storia, a lui della letteratura in quanto tale importava pochissimo. Tutto l’opposto della Cather, scrittrice dalla facilità liquida e impressionante, degna compagna di Virginia Woolf, che s’era nutrita in gioventù di Walter Pater e simili.

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Il sogno proibito della Cather? Fare di Henry James un cowboy. Che ci sia riuscita non vi sono dubbi. Insomma, la Cather è una scrittrice della “frontiera”. Di più, forse è la scrittrice che meglio ha interpretato – sotto il profilo letterario, obviously – il mito del West. Già, e l’ha vinta la sua battaglia. Tanto che Henry James lo leggono solo gli universitari o i folli – provate con il pur altissimo La coppa d’oro e provate a sfottere Stevenson che riteneva il maestro di stile un autore da tre soldi, che ricama dozzine di pagine su una tazza di tè o su un fruscio di bicchieri –, maledizione che va capitando anche a Thomas Mann, mentre la Cather va giù come sorgente fresca. Che poi la si legga è tutto un altro affare, e quanto scriviamo ha l’ambizione di far venire l’acquolina in bocca (da noi la Cather è, cauta idiozia, sparsa tra vari editori, da Adelphi a Fazi, da Elliot a Passigli e Mattioli). Insomma, la Cather negli States è un classico a cinque stelle, che non si mette in dubbio, da noi se facciamo la conta la conoscono in pochi. L’ennesima immigrata che hanno fermato alla dogana. Theodore Dreiser sì, John Dos Passos sì, Erskine Caldwell sì, Ernest Hemingway sì, Sherwood Anderson sì, Sinclair Lewis sì, Willa Cather nì. Il suo difetto? Saper scrivere divinamente. No, allora meglio i “beat”, sono più attuali, si occupano del sociale. Realpolitik letteraria, ecco la questione. Glielo rimproveravano anche a casa sua, a Willa Cather, che si occupava troppo poco dei poveracci, dei diseredati, degli scemi del villaggio. Sonore stupidaggini. Come se qualcosa avesse a priori più diritto di essere narrata di qualcos’altro.

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In realtà, come quasi sempre, gli americani in fatto di romanzo avevano capito tutto prestissimo: una scrittrice come la Cather, con movimenti di danza, ti stupisce nel giro stretto di una frase. Come si può scrivere che una cicatrice “solca” il viso o che una giornata è “burrascosa” e che il cielo è “azzurro” e farla franca? La Cather, con naturalezza sprezzante e traiettorie da grande campionessa di slalom, non ci annoia mai, né ci fa intendere che la sua sublime semplicità abbia possibilità di contraffazione. Che poi George Eliot, la più grande scrittrice inglese di sempre, sia dietro ogni sua frase è ovvio. Ma vale anche in quel caso il discorso di Henry James: la Cather parla di massacri, conquiste e praterie, la madrina di amorazzi estivi, ville di campagna e ricevimenti. È questione di stile, sì, ma anche di panorami. Riassunto per chi ha bigiato la lezione: negli States o sei figlio di Melville o sei figlio di Hawthorne. Che è come dire, o tagli i ponti con l’Europa salvando dal massacro Shakespeare, o cerchi di essere più bravo di qualsiasi romanziere d’Europa. Entrambe ambizioni presuntuose, non c’è che dire. Ma prima dei due amici quasi per la pelle, il nulla. Charles Brockden Brown aveva la stoffa, ma non il carattere per scrivere un libro alto e autonomo, Fenimore Cooper faceva, in tono minore, un po’ come la Cather: mascherava Balzac da trapper, da figlio della prateria, ed è per questo che era così amato dai francesi, lo ritenevano buffo. Torniamo a siluro: il romanzo “apocalittico” alla Melville produce per emanazione Faulkner, Flannery O’Connor e giù fino a Cormac McCarthy (per altri versi sono suoi figliocci Nathanael West e Thomas Pynchon); Hawthorne, assai meglio imitabile – l’altro scavalca la letteratura, questi la perfeziona –, è il padre putativo dei vari James e Cather e Fitzgerald e giù fino a Philip Roth.

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Risolta la discendenza resta da dire cosa leggere. Esponiamo i palmi: questi giganti della scrittura vanno affrontati interamente, ci si deve inabissare in loro, e nel momento della lettura non esisterà altra scrittura nella storia che la loro. Ma il tempo è tiranno, e il mio mestiere è quello di farvelo guadagnare. Harold Bloom tiene a precisare che il suo romanzo preferito è La mia Antonia, del 1918; ne preferisco un altro. La Cather è romanziere dall’esordio tardivo quanto fulmineo (ha trentotto anni quando viene pubblicato, nel 1912, Alexander’s Bridge; lo precedono una dimenticabile raccolta di poesie e una manciata di racconti), e dalla crescita imperiale. La morte viene per l’arcivescovo (1927) è romanzo che mozza il fiato. Ardita la trama: trattasi degli sforzi del vescovo di origini francesi Latour e del suo fedele aiutante Vaillant di consolidare la diocesi del New Mexico, no man’s land d’inaudita asprezza, sterminato luogo che «a fatica continua a considerarsi un paese cattolico e cerca di preservare le forme della religione pur senza ricevere alcun ammaestramento». Compito del vescovo Latour, di cui si racconta l’impresa fino, a onore del titolo, alla morte, non è tanto rinfocolare una fede che è salda e vivacissima, congiunta a cilici e riti ancestrali, quanto costruire nel niente del deserto un nuovo mondo e un nuovo uomo. In realtà il romanzo è la cronaca di questa epopea. Dove alla religione, per così dire, dei terrazzi romani («Ciò che so del vostro paese mi deriva per lo più dai romanzi di Fenimore Cooper, che leggo con grande piacere in inglese», proclama un cardinale in Vaticano) si sostituisce quella degli arroyo, dei canyon, degli sciacalli e degli spazi sconfinati. Luoghi in cui solo battezzare un bambino, dall’altra parte del mondo, diventa un’impresa da leggenda. La statura dei personaggi, a partire dai due protagonisti, è speciale, per nulla da commedia dell’arte. Il pioniere Kit Carson, il frate gaudente Antonio José Martínez, sostituito dal severo vescovo con astuto colpo di mano, la bellissima Doña Isabella, giganteggiano perché l’asprezza del deserto rende la storia futile di ogni uomo leggendaria. A lato la ritualità degli indiani, religione misteriosa per Latour, ma da cui è magneticamente sedotto (si legga il capitolo nucleare Serpentaria). E su tutto, il genio aristocratico di un classico. (d.b.)

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