Le poesie non ci amano più, non vogliono amarci, non vogliono essere poesie. “Non chiamateci,” dicono: “non possiamo più aiutarvi.”
Ho un cuore gelido come un fiume. Le alghe muschiate paiono merletti stesi su una corrente impalpabile e avvolgono l’eroe di ieri come un verde sudario fondo. Il tempo non chiede più il permesso: sono solo parole di gessetto, potete cassarle con un soffio. Regalatemi un motivo, spiegate l’insensato se riuscite, io ho deposto ogni onore in anticipo sul suo primo vagito; se lo porta la corrente, una corrente inesistente.
Non potrei essere più dimesso, credetemi, c’è chi dice sia folle o forse peggio, invero il canto delle gole dei ciclamini mi ha rapito fianchi e braccia, ma ho il cuore morso dai cani. Posso capire questi messi minori d’anime conciliate e acquiescenti, posso comprendere chi ha liuto, velluti, e quella mollezza sudicia degli adagiati. Quel che non comprendo è come la poesia possa essere così esonerata da ogni pur distratta pupilla e come la pupilla non dialoghi con l’anima.
Venite a me anime reiette: il vostro regalo sarà miele in versi, e i tronfi, sempre occhiuti e giudici, saranno sprofondati nelle tombe della loro ignavia e assenza.
Non sto nutrendo alcun timore superfluo nel dire che la poesia è già esausta, salvatene quanta potete, perché oggi muore di una morte seriale, muore in ogni sordo cuore, in ogni lagnanza scoccata con orgoglio e in ogni orgoglio trafitto da cavilli.
La poesia si è nascosta laddove l’insipienza dei dotti e dei cretini non può più allungare le dita di un cuore ormai mesmerizzato. Noi la chiamiamo assenza perché “assenza” è una parola educata, e abbiamo imparato a dare nomi politi alle nostre rovine. Ma sotto il nome qualcosa insiste, una piccola ostinazione senza fede.
Ho conosciuto uomini capaci di spiegare gioia e dolore con una precisione metronomica e oscena. Avevano libri, date, prontuari da taglio e cucito dell’inevitabile, una certa inclinazione oziosa della testa quando ascoltavano o vedevano gli altri soffrire o gioire. Non li invidiavo. Io possedevo soltanto il mio cuore, quell’organo protervo che da sotto il serrame delle costole insiste a battere anche quando la ragione ha già chiuso i battenti. La poesia intanto chiede che qualcuno faccia acuto l’ottusangolo dell’ordinario; quando entra quel po’ di mattino, pur con pallore da impiegato, e per un istante ogni cosa sembra perdonabile: il bicchiere, il letto sfatto, il libro aperto alla pagina sbagliata, perfino noi. Poi la luce cambia. È sempre la luce a tradirci.
Eppure non mi arrendo alla desolazione. Sarebbe una forma di vanità, anch’essa. V’è una gioia che non ha il buon gusto di presentarsi come tale: in una foglia sdutta sul palmo di un sole pertinace, nel suono ipnotico delle stoviglie da una cucina lontana, in due corvi su di un campanile che non credono in nulla e tuttavia sembrano riuniti per una faccenda urgente. Forse è qui che comincia ciò che un tempo chiamavamo canto: non nel canone dell’armonia, ma nella resistenza pur minima delle cose al nostro desiderio di dargli un ordine irrefutabile.
E tuttavia il verso – il verso, non l’idea del verso – sarebbe ancora capace di un ardimento che la prosa del mondo ha obliato. Esso prende due cose e le mette l’una contro l’altra senza chiedere il permesso: un cardine e una stella, il sangue e una ricevuta, il viso di un padre morto e la luce che cade sul lavello. Non le spiega. Le espone al rischio di avere un senso e una bellezza subliminali ai più. È già una forma di coraggio. Il poeta non è colui che conosce il nome segreto delle cose; è quello che osa pronunciarne uno provvisorio sapendo che potrebbe essere apocrifo e fallace ma avere una ragione recondita e ostinatamente bella.
La poesia comincia spesso dove la prudenza finisce. Bisognerebbe dunque osare anche l’errore, una parola troppo grande per una stanza, un’immagine che quasi schianta sotto il proprio peso. Che importa se un poetare non consola? Consolare è mestiere da farisaici. I versi devono piuttosto mettere in pericolo l’ordine delle cose. Un canto non è l’orpello dell’esistenza quando l’esistenza si è fatta tollerabile e quasi suasiva; è il punto in cui essa, per un istante, non sa più a che nome aderire.
Non crediate, poi, alle poesie impeccabili. L’impeccabile è già morto e non lo sa. Una lirica dovrebbe conservare una zona di febbre, qualcosa che non fa ritorno, un inverno sbagliato in un giorno aprilino, un morto che continua a comparire in baleni di luce. Dovrebbe portare con sé qualcosa di irrimediabilmente terreno: l’odore della polvere, il ferro, il sudore, una porta chiusa male, la voce di qualcuno che non possiamo più chiamare. Ecco il rischio e la sua chiave di volta: dire la cosa senza proteggerla dal mondo. Lasciare che il verso cammini scalzo, anche su sassi aguzzi, cocci e vetro. Non coprirlo di musica quando trema, non imbellettarlo quando fallisce. Perché forse la poesia non è ciò che salva il significato, ma ciò che gli impedisce di soccombere alla nostra assenza giustificata da litanie di alibi.
Una scheggia incistata nella parola, un granello di sabbia nell’ingranaggio della lingua. Basta quello. L’abbrivio sarà una soglia; il secondo passo, già, un tradimento della soglia. Al terzo saremo forse altrove: in una città utopica, inesistente, ma che necessita alla bellezza, all’armonia e alla vastità di un sogno non posato sul guanciale. È questo l’azzardo: mettere un piede davanti all’altro nel buio più fitto e chiamare questo rischio, per una volta almeno, composizione.
Se la poesia è lontana non è per errore prospettico, è perché gli abbiamo inferto un esilio dall’adiacenza ai nostri cuori.
Fuori, il fiume continuerà il suo instancabile lavoro senza metafora. Porterà via il verde, il fango, l’eroe di ieri, le nostre piccole dottrine. Ma sulla riva resterà qualcosa che non vuole essere tratto in salvo dall’estenuazione del proprio riflesso: un verso. Infermiccio, imperfetto, quasi ridicolo. Lo prenderemo per mano. Non ci prometterà niente. Non ci amerà. E proprio per questo, magari, si avrà ancora il coraggio di profondergli amore.
E se avremo un po’ di fede da calare nel supplizio dell’inattingibile, allora forse la poesia si lascerà carezzare come uno splendido felino sornione.
Le poesie ci amano più di quanto noi oseremmo, vogliono amarci, non vogliono essere che poesie. “Chiamateci,” dicono: “possiamo ancora aiutarvi.”
Massimo Triolo
*In copertina: Odilon Redon, Caliban, 1881