21 Gennaio 2025

“L’opera d’arte racchiude sempre un mistero”. Su Tonino Guerra

In una intervista fatta nella sua casa a Pennabilli anni fa, parlando della sua idea di poesia, Tonino Guerra mi diceva con fervore che 

“Non esistono generi letterari o teorie a cui legarsi, tanto meno adeguarsi. Tutto il bello, come si sa, è nel cercare.” 

Non poteva dire meglio, per amore di sé e degli altri.  Come aveva scritto nella prefazione alla raccolta di poesie I Bu del 1962 recensita da Gianfranco Contini. La sua è stata sin da subito una dichiarazione di poetica, associata ad una sorta di liberazione dall’estetica e dai suoi canoni. Ma poi sapeva bene che la forma, il genere, lo stile attraverso il quale un poeta vuole e decide di esprimersi conta. Significa: dice vistosamente del mondo e modo in cui vive, quanto gli stessi contenuti che esprime. Addirittura, a volte, di più. 

Viene perciò naturale chiedersi che cosa cercasse Tonino Guerra nel buen retiro di Pennabilli, isolandosi per la maggior parte del tempo in un piccolo villaggio della Romagna in Valmarecchia, alla fine degli anni Ottanta. Perché auto sospendersi e al tempo stesso continuare ad esprimersi, scrivere e ‘infastidire’ i vicini e i lontani, da parte di uno dei più importanti poeti dialettali del Novecento, poi narratore, sceneggiatore, pittore, collaboratore essenziale di registi cinematografici come Fellini, Tarkovskij, Antonioni, Rosi, i fratelli Taviani, Bellocchio, etc.? 

Poco per volta, nella mente del poeta, romanziere e sceneggiatore, si è fatta strada l’idea luminosa e vincente di recuperare, non in chiave nostalgica o turistica, un’ampia visione del mondo, nel momento in cui l’arte della letteratura volgeva al tramonto; meglio dire, era da tempo entrata in crisi, perché il lato epico della verità, la saggezza, era venuta meno, come scrisse Walter Benjamin.  

Ad esempio, una delle cose che ho scritto ha per titolo La casa dei giardini interni. In questo pezzo, già dalla prima scena, scopriamo un giovane attore che sta leggendo un diario. È la storia di un professore andato in pensione, il quale, avendo acquistato un vecchio mulino posto nel calanco di una valle, ha deciso di risistemare sei o sette stanze interne ricostruendole come se fossero dei piccoli magici musei. In occasione di questo suo lavoro ha tenuto un diario: c’è la ‘stanza del vento’, la ‘stanza dei desideri’, la ‘stanza della luna’, etc. La storia si svolge intercalando la lettura del diario con l’apparire o scomparire di queste stanze, ognuna delle quali è il luogo deputato di una delle storie dove, di volta in volta, il lettore si recherà interpretando in tempo reale il ruolo dell’autore del diario. Meglio dire le ragioni, i fatti, i sentimenti autentici che hanno dato origine alla scrittura. Non so se sono stato chiaro”. 

Ma poi non sapremo mai cosa accade, cosa sopravvive o risorge nella mente del lettore. 

È vero, non lo sapremo mai. Qualsiasi opera d’arte racchiude sempre un mistero. Spetta alle generazioni che verranno scoprirlo. Ma niente è chiaro. Niente è chiaro fino in fondo, è meglio dire così. Tuttavia io penso che nel cinema, nella letteratura, nel teatro occorre sempre l’idea del pubblico, cioè il lettore. Lo spettatore, che completi quello che l’autore semplicemente annuncia. Noi abbiamo un gran bisogno dell’apporto di chi guarda. Ma poi non sappiamo veramente chi è, o chi sarà quello che domani guarderà”. 

Proprio come nelle battute folgoranti e lapidarie del protagonista del testo teatrale A Pechino fa la neve

“L’unica verità è quella che fai crescere nella mente degli altri”. 

Un vero poeta intuisce sempre cosa scrivere e come scriverlo. Spetterà alla sua arte, al suo talento, alle ore passate sulle ‘sudate carte’ a fare il resto. Senza sottovalutare il lavoro e il valore necessario di chi legge. È un punto di vista che, nei limiti del possibile, Tonino Guerra ha costantemente perseguito, testimoniato nel corso della sua opera. 

È un’opera complessa quella di Tonino Guerra, libera, dalle mode, dalle loro asfissianti costrizioni. Gian Luigi Rondi, in apertura degli atti pubblicati in occasione della manifestazione dedicata al poeta, promossa dall’Assessorato alla Pubblica Istruzione e Cultura di San Marino nel 1985, ne fece un ritratto folgorante e verosimile. Almeno per quelli che hanno avuto il privilegio e il piacere di conoscerlo da vicino. 

“Se dice una cosa è quella, perché l’ha sentita, l’ha esplorata, maturata e ci crede. Ma prima di arrivarci ha vissuto una battaglia: in bilico tra la tentazione ed il dubbio, per vagliare, provare, cambiare, cercare soluzioni diverse, formule nuove”.

Nella vita e nell’opera, aggiungerei senza tema di smentita, Tonino Guerra è stato lo sguardo apocalittico eppure ironico di un poeta che ha saputo parlare di noi anche quando fuori il tempo non promette nulla di buono e Piove sul Diluvio

Walter Valeri

Tonino Guerra insieme ad Andrej Tarkovskij, fotografati da Michelangelo Antonioni nel 1983 in Sardegna

**

Sognavo che in una tradotta
andavo in Germania deportato,
nelle stazioni davano il via al treno
con bicchieri colmi di birra e di schiuma.
M’han preso su e portato al processo
nell’ultimo vagone
mentre il treno passava per Sant’Andrea,
che era pieno di gente vestita da tedeschi
con i pennelli da barba sul cappello.
Il comandante sdraiato in un letto di ferro
tutto a riccioli come le antenne delle farfalle
dice qualcosa, poi carica la sveglia:
un manico d’ombrello diventa una maniglia,
la maniglia una vecchia rivoltella.
“Mi raccomando che non gli scappi un colpo!”
Lui nemmeno mi ascolta, tocca il grilletto e
pum! Dico “è diventato matto?
adesso mi ha accoppato.” E mi sono svegliato.

*

Da ragazzo anche la faccia mi luccicava
quando arrivava la festa di Natale.
Per tutta la notte si muoveva il setaccio
e la mattina mi davano il vestito bello.
Allora scappavo di corsa
per andare in piazza a farmi vedere;
e a mezzogiorno in punto alla tavola addobbata
si mangiava tutti in santa pace.
Il mio Natale! L’odore delle ciambelle!
Oggi l’ho passato in giro, per una strada,
senza pane, con una tuta in prestito,
lontano da casa e senza l’amore di nessuno.

                  *

Contento, proprio contento
sono stato molte volte nella vita
ma più di tutte quando
mi hanno liberato in Germania
che mi sono messo a guardare una farfalla
senza la voglia di mangiarla. 

*

Ditelo ai miei buoi che l’è finita
che il loro lavoro non ci serve più
che oggi si fa prima col trattore.
E poi commuoviamoci pure
a pensare alla fatica che hanno fatto per mille anni
mentre eccoli lì che se ne vanno a testa bassa
dietro la corda lunga del macello. 

*

Se ho potuto studiare
lo devo a mia madre
che firma con una croce.
Se conosco tutte le città
che stanno in capo al mondo
è stato per mia madre, che non ha mai viaggiato.
Ieri l’ho portata in un caffè
a far due passi perché quasi non ci vede più niente
Sedetevi, qua. Cosa volete? Un bignè?

*

Quando mi hai portato per la prima volta
a vedere il Bolschoj
sembrava che tutti i palchi
fossero una montagna d’oro
che mi cadeva addosso. E io stavo con la schiena piegata;
ma tu mi hai detto:
“Stai dritto che la bellezza non pesa”.

*

L’aria è quella cosa leggera,
che sta intorno alla tua testa
e diventa più chiara quando ridi. 

*

Non è vero che uno più uno fa sempre due                                                   
una goccia più una goccia fa una goccia più grande.

(versione in lingua italiana di Tonino Guerra)

*In copertina: Tonino Guerra ritratto da Fabio Lovino

Gruppo MAGOG