14 Febbraio 2025

“Frenare una valanga”. Tra le braccia di Thom Gunn, il “selvaggio” della poesia 

Azzardo e disciplina, rigore e senso poetico: sono queste, in nuce, le “moltitudini” del mitico Thom Gunn. Riscattato ormai dal ruolo di minore, il ribelle di sangue britannico, dal cuore statunitense per elezione, è accolto a gran voce fra i migliori talenti del secondo dopoguerra, dotati almeno di una certa statura transnazionale.  

Padrone di un’eccezionale caratura metrica ed erede novecentesco dell’aura di Pope, lo si annovera antologicamente nella generazione di giovani poeti inglesi degli anni Cinquanta – le vette del Movement – insieme a Philip Larkin, Donald Davie, Kinsley Amis e Robert Conquest, quali promotori della polemica anti-romantica, in specie anti-apocalittica, dettata in forma programmatica nelle due antologie “New Lines” (1956-63), dalle cui esperienze si discosta tuttavia per aver raggiunto esiti e toni personalissimi. Lontano dalla madrepatria e scortato dalla promessa dei primi componimenti, intrisi di echi classici e testimoni del precoce dono lirico, l’espatriato del Kent attraversò controcorrente la linea tesa fra l’ancestrale tradizione anglosassone e la ricerca di un nuovo sogno d’assoluto. In bilico tra le due sponde dell’Atlantico, lasciò dietro di sé un’impronta di dirompente vitalismo, sulla scia della sua irresistibile e ardente personalità, che pochi contemporanei hanno potuto dimenticare. 

Thomson William Gunn, detto ‘Thom’ (Gravesend, Kent 1929 – San Francisco, California 2004)

Accerchiato in gioventù da folte schiere di ragazzi, incantava chiunque col suo carisma – il volto corrugato dal sorriso, il timbro puberale e l’energia sprizzante da ogni nervo. 

Compiuti gli studi presso il Trinity College di Cambridge nel 1953, l’inizio di una nuova vita – assieme al compagno di camerata Mike Kitay – giunse l’anno successivo con l’opportunità di stanziarsi in pianta stabile lungo la costa ovest. La nuova Mecca californiana lo tirava fuori dalle aule dell’alma mater per tenere corsi di poesia e scrittura nelle prestigiose università di Stanford e Berkeley, inaugurando così una lunga e mirabile carriera. Accanto alla postura del perfetto accademico, s’immerse a pieno respiro nella temperie di rinascenza della città (all’alba della “San Francisco Renaissance”), rincorrendo una libertà sconosciuta all’angusta morale insulare, per abbracciare fieramente la controcultura omosessuale che nei decenni a venire costruirà lì il suo tempio. 

Era il “selvaggio” Thom, tutto borchie e braccia tatuate, il motociclista in completo leather alla Brando, intonso e idiosincratico come un reincarnato D. H. Lawrence. Cantore degli Hells Angels, animato dal richiamo allucinogeno fino all’intossicazione, seppe condensare nei suoi versi lo spirito di dissenso e liberazione di quegli anni, corazzandolo dentro forme metriche tradizionali di esattezza cristallina. Con impareggiabile maestria tecnica, dominava tanto il distico eroico di stampo augusteo (soprattutto in Poetry from Cambridge, 1952-54, e nella prima sezione di My Sad Captains & Other Poems, 1961, salutati da calde riconoscenze dopo l’esordio in metrica con Fighting Terms, 1954) quanto la succinta scansione dei sillabici, che l’avevano ammaestrato, a suo dire, alla più tarda sperimentazione in versi liberi. 

I suoi numi comprendevano, agli albori, Keats, Tennyson, tutti gli elisabettiani, conosciuti grazie alle letture materne e affiancati agli incontri parigini con i tomi di Proust e Sartre (L’Être et le Néant istigherà poi la stesura di The Annihilation of Nothing, 1958). Nelle sue “ore inglesi”, il ragazzo avido di letture colte si avvicinava alle cime metafisiche e perseguiva con entusiasmo l’ambizione di diventare “il John Donne del ventesimo secolo”.

Per tutta la vita coltivò amicizie sincere e durature con poeti e intellettuali del calibro di Ted Hughes, la cui collaborazione in varie collettanee britanniche si tramutò ben presto in un rapporto di stima e fiducia reciproca. Negli States, invece, fu primo lettore di Ginsberg, al quale era devoto, e allegro compagno di bevute di William S. Burroughs presso Los Alamos. Dal canto suo, il giovane forestiero dedicò imponenti saggi di critica ai più cari autori dei due continenti (da William Carlos Williams a Thomas Hardy), raccolti nelle brillanti edizioni di Occasions of Poetry (1982) e Shelf Life (1993). Da vero cultore della materia, i suoi giudizi su scrittori emergenti e poeti beat avevano l’effetto di una sentenza, allo stesso modo dei puntuali pareri filologici sui polverosi autori del Seicento (Thomas Campion, per inciso) che non lasciavano dubbi circa la sua sterminata conoscenza in campo rinascimentale. 
Echi shakespeariani e metafisici sono apprezzabili, tra l’altro, nelle poesie più classicheggianti, vergate dalla tempra di “un nuovo elisabettiano”.

I ragazzi-lupi della poesia inglese, Thom Gunn e Ted Hughes, Poesie scelte (1962)

Genio poliedrico e inquieto, difficilmente ascrivibile a un’unica corrente o tendenza, avrebbe attirato l’attenzione di molti letterati, sia in Inghilterra che nell’altra patria, spiazzandoli con una commistione di sobrio rispetto formale e vigorosi influssi moderni, al punto da scuotere perfino le corde esperte di Stephen Spender:

“È come se A.E. Housman stesse trattando l’argomento di Howl, o Tennyson fosse dalla parte dei mangiatori di loto…”

Consapevole di tale complessità, anche Edmund White ammirò il bizzarro ibrido poetico, scorgendo in lui un randagio bohémien d’indole violentemente anticonformista. Dietro l’attento lettore universitario dal witsfavillante, calibrato da un’inestirpabile dizione oxbridge nelle discussioni giornaliere, il tenebroso Thom restava affiliato al gergo del proprio branco durante le bravate notturne: 

“Era l’ultimo degli abitanti della comunità […] serio e intellettuale di giorno, drogato e sessualmente attivo di notte”.

Discepolo degli acerrimi F. R. Leavis, Yvor Winters e Robert Duncan – mentori di acuta sensibilità e orientamenti nettamente contrapposti, tra lustri tradizionali e “asciutte” combinazioni d’impianto imagista –, Gunn si abbeverò copiosamente alla lezione dei maestri per elaborare una poetica del tutto originale, che segue una ponderata maturazione di spirito e intelletto eretta su solide basi formali, eppure non esente da elementi d’innovazione. Spinto il potere visionario sopra ogni limite perentorio, il timbro stemperato di una profonda umanità toccava temi antichi e universali, nutrendoli di accezioni nuove. 

Da leale servo di Eros, l’ultima raccolta pubblicata in vita fisserà la sua icona alla fama di celebrità assoluta della poesia anglofona contemporanea, sotto il titolo Boss Cupid (Padron Cupido, 2000), premiato col “Triangle Award for Gay Poetry” (che oggi porta il suo nome). Agli occhi dei lettori come dei precedenti amanti, incarnava davvero una sorta di Cupido borchiato (boss, appunto, in inglese) dal fascino ruvido e il verbo impeccabile. Con richiamo a figure mitologiche del discorso amoroso, il poeta illuminato delle raccolte mature cesella fulminei incontri di ordinaria intimità (come in The Problem) muovendo da ironiche discussioni intorno alla fragilità dell’esistenza umana. Sottili tematiche omoerotiche compaiono, del resto, già nel suo caro Jack Straw’s Castle (1976) e nei segreti Passages of Joy (1982), tra scellerati sogni di passione e immagini di rassegnata innocenza. Su questa linea, il poeta-sodale Randall Mann (di cui si ricorda Breakfast with Thom Gunn, 2009) comporrà The Rape of Ganymede (1996).

Rinunciando a qualsiasi premonizione, i versi di Gunn dichiarano fin dal principio l’ebbrezza del “secolo veloce”, l’energia nietzschiana del movimento nell’era dei motociclisti Harley-Davidson (The Sense of Movement, 1957, in cui svetta la ruggente On the Move) e delle bande di teddy boys, tratteggiando a punte acuminate la sua personale rete di follie sentimentali e degenerazioni metropolitane. Sensibile alla cultura popolare, venerava le maggiori star del tempo, finendo per approdare, tra schitarrate rockgay zine e rivisitazioni di driadi miltoniane, alle “porte della percezione” spianate dalla carica di LSD (Moly, 1971). A questi feticci fa da contraltare il valore eterno dell’amicizia, il brivido della pulsione giovanile e l’elogio whitmanico dell’amore cameratesco. 

Elegie per gli amici. L’uomo in preda ai sudori notturni (1992)

Uscito indenne dalla crisi dell’AIDS, lamenterà con premurosa dignità la separazione dagli affetti più cari, nell’opera somma The Man with Night Sweats (1992), divenuta l’elegia di una generazione, che consacrerà la voce di un eroe per la futura comunità lgbtqia+. In questa serie di intimi ritratti, appena schizzati dalla minaccia del sangue, Thom Gunn riunisce tutti i suoi fantasmi – mentori, compagni, coinquilini, amanti, fratelli adottivi – portandoli con sé in pagine di commossa sincerità. Si delineano, al contempo, i nuclei fondamentali della sua poesia: un misto di precisione di tocco e incisivo effetto sensoriale-emotivo. Difatti, sotto la pelle dei lividi soggetti, il contorno pellucido della strofa trattiene, come un argine robusto o una serie di isolate camere iperbariche, il fiotto del dolore incombente. A distanza di più di quarant’anni, riemergeva alla memoria anche il sinuoso spettro della madre suicida asfissiata dal gas, in The Gas-poker, scritto interamente alla terza persona, quasi ad allontanare il trauma impresso nella sua prima pagina di diario. Lo sguardo del poeta si posa allora su singoli dettagli, gesti e pose dal nitore analitico, fedeli al vero come strappi di istantanee (sviluppando su toni più cupi i precedenti Positives, corredati dalle fotografie del fratello Ander, 1966). 

Nelle ultime liriche, Gunn interpella, con una nuova lente, sé stesso e il proprio passato, il periodo migliore della vita che è svelto ad andare via, mentre apre e ricuce la ferita che non può sanare. La sfida più estrema sarà quella contro il tempo, puntellata da antiche reminiscenze marvelliane. Travolto nell’impeto di un’attardata giovinezza, custodita al suo meglio in lucide giacche di pelle e numerose coppe di merito, la duttilità del verso si fa sempre più meditativa, più coraggiosa. Pena del ritrovato vigore, l’annichilimento rapido nella morte, che è per lui un sonno muto o un vuoto riempito di musica.

Pierluigi Piscopo

***

I miei capitani tristi 

Uno ad uno appaiono 
nel buio: alcuni amici 
e altri dai nomi famosi. 
Iniziano a brillare così tardi!
ma prima di svanire restano,
tutti, perfettamente incarnati,

il passato che li avvolge come un
mantello di caos. Erano uomini
che credevo vivessero solo per
rigenerare la forza dissipata
in ogni ardente convulsione.
Mi ricordano di loro, lontani ormai.

Invero non riposano neanche ora,
ma adesso che sono altrove, 
giudicati dai loro fallimenti,
si ritirano in un’orbita
e roteano con dura
imparziale energia, come stelle.

*
L’abbraccio 

Era il tuo compleanno, avevamo bevuto e cenato
Mezza nottata con il nostro vecchio amico
Che alla fine ci indicò un letto
A cui mi avvicinai a passo ebbro.
Mi stesi subito al caldo e
Assonnato dal vino, mi addormentai su un fianco.

Dormii, sognai. Il sonno si ruppe in un abbraccio,
D’improvviso, da dietro,
Quando i nostri corpi si strinsero:
Il tuo collo del piede avvinghiato al mio tallone,
Le mie scapole contro il tuo petto.
Non era sesso, ma percepivo
Tutta la forza del tuo corpo teso
e saldo contro il mio,
Serrandomi a te
Come se avessimo ancora ventidue anni,
Quando la nostra grande passione
Non era ancora diventata familiare.
Il mio sonno cancellò rapidamente
Ogni luogo e tempo trascorso.
Riconoscevo solo
La fermezza del tuo sicuro, stretto, asciutto abbraccio.

*

Da Duncan

Con passo incerto, esitante e stanco,
barcollò e cadde giù per i gradini del Wheeler – 
E disse, come se fosse pronto a cadere
“fra le braccia forti di Thom Gunn”.
Be’, be’, l’immagine è comica e generosa, 
avrei dovuto saperlo, ma trasforma la realtà in mito:
perché cadde da solo sui gradini bianchi,
nonostante io fossi lì con lui.

Non lo afferrai, non lo vidi in tempo,
lo sollevai soltanto da dove si era posato dolcemente,
un cuscino pieno di piume. Cercava forse
una rima, con cui assumere più tardi
il ruolo di H.D., anziana e dall’anca spezzata,
quando, scendendo dal leggio,
era inciampata sulla pedana, ma fu sorretta
e trattenuta dalla mano di un altro poeta?

Adesso è diventato un poeta postumo, dissi
(perché dalla malattia non aveva più composto),
in vista di una fine, il cui grande terrore
era la chiusa,
la vita arrestata prima del tempo
come il volo di un passero sopra gli amici in festa,
dispiegato in un istante, quando il petto cattura la luce,
sotto il lungo tetto, tra due estremi,
essi stessi i margini di una notte immortale.

*
L’uomo in preda ai sudori notturni

Mi sveglio infreddolito, io che
Vivevo di sogni di calore
Mi ridesto al loro residuo,
Sudore, e un lenzuolo appiccicoso.

La mia carne era il suo stesso scudo:
Laddove era ferita, rimarginava.

Crescevo esplorando
Il corpo in cui confidavo,
Pur adorando il rischio
Che lo rendeva più robusto,

Un mondo di meraviglie 
In ogni sfida sulla pelle.

Non posso che dolermi
Dello scudo spezzato,
La mia mente ridotta alla fretta,
La mia carne lacerata e devastata.

Devo cambiare il letto,
E invece mi sorprendo 

Fermo, ritto dove sono
Mentre stringo il mio corpo
Come a proteggerlo
Dal dolore che mi attraverserà,

Come se le mani bastassero
A frenare una valanga.

*
Parole per un mucchio di cenere

Pover’uomo disidratato, dovemmo premere
La spugna emostatica contro i tuoi denti,
Perché l’umidità, a poco a poco,
Stillasse nella bocca sottostante.

Il giorno di Natale i tuoi occhi incrociati
Fissavano la punta del naso,
Cercandovi l’aria perduta,
Ansimando ancora, con labbra secche.

Ora sei una sacca di cenere
Sparsa sul dorso di una costiera,
Dove guardavi infrangersi da lontano 
L’oceano su un bordo distrutto. 

La morte ha spazzato via ogni senso;
Il fuoco s’è preso muscoli, ossa e cervello;
Forse la pioggia laverà via i tormenti
Dalla tua polvere, ciò che rimane,

Fino a insinuarsi nel suolo umido
Lasciando che i granuli trovino la strada
Verso rivoli invisibili,
Trascinati nel gioco veloce dell’acqua.

Che tu possa infine raggiungere la riva,
Fonderti con la marea senza fine,
Preoccupato soltanto
Della disputa delle correnti.

*La scelta e la traduzione dei testi sono di Pierluigi Piscopo

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