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Nei quadri disperati di Tetsuya Ishida vediamo la nostra vita in trappola

Chiunque si sia sentito, almeno una volta nella vita, davvero in trappola non può che provare una sensazione di istantaneo riconoscimento davanti ai quadri di Tetsuya Ishida, pittore giapponese morto nel 2005 a Tokyo a soli 31 anni. Surrealista, si sottrasse all’imporsi delle installazioni in arte contemporanea rimanendo un artista puramente figurativo, con grande attenzione alla tecnica e ai dettagli. La sua pittura è ricca di elementi peculiari, spesso vicini alla fantascienza distopica, che lo rendono unico e immediatamente riconoscibile.

Tetsuya, nome piuttosto frequente in Giappone, riporta subito alla mente il personaggio che stava alla guida del Grande Mazinga nel celebre cartone animato. In comune hanno il carattere schivo e solitario, ma mentre l’altro Tetsuya combatte il male al comando del suo robot d’acciaio, per Ishida la tecnologia è l’incubo che lo rende schiavo. La sua arte offre in questo senso una simbologia semplice ma di grande potenza: l’uomo massificato, privato della sua individualità e umanità, schiavo di un ingranaggio, divenuto tutt’uno con le macchine che imprigionano, paralizzano, torturano la sua carne.

Non è un caso che Tetsuya sia nato e abbia vissuto in Giappone, il paese la cui lingua ha creato addirittura una parola specifica per descrivere la morte da troppo lavoro: karoshi. È infatti frequente che i giovani giapponesi, per stare al passo con gli altri lavoratori e fare buona impressione sui loro capi, lavorino un numero di ore spropositato, trascurando il riposo e gli affetti, fino a morirne di infarto, ictus o suicidio.

Un’altra parola è nata in Giappone molto prima di diventare di moda in Occidente: si tratta di hikikomori, letteralmente “isolarsi”, e indica tutti quei ragazzi che scelgono di ritirarsi pressoché totalmente dalla vita sociale, per restare confinati nella propria stanza senza alcun contatto con l’esterno, ad esclusione di strumenti virtuali.

La pittura di Hishida è la sintesi di queste due parole: karoshi e hikikomori. La pressione esercitata dagli imperativi sociali di produttività ed efficienza è presente in Giappone fin dalla scuola, strutturata per omologare più che per sviluppare i talenti (ne è chiara espressione il quadro Awakening, 1998) e arriva al massimo grado nel mondo del lavoro, accompagnandosi a un senso di profonda alienazione e incomunicabilità.

Lo vediamo già nella rappresentazione dei volti tutti simili tra loro: che si tratti di uomini o donne, giovani o anziani, hanno gli stessi lineamenti e l’identica espressione malinconica, trasognata, tra la rassegnazione e la richiesta d’aiuto.

Recalled, 1998

Nato nel 1973, Hishida visse in pieno il cosiddetto “decennio perduto”, ovvero quel periodo degli anni ‘90 in cui il Giappone attraversò una grave crisi economica che gettò le nuove generazioni in uno stato di incertezza. Nella dicotomia tra mancanza di prospettive ed educazione ultracompetitiva si trovò schiacciata la gioventù giapponese, e la pittura di Hishida esprime più che mai tale lacerazione.

Tetsuya fu a suo modo un ribelle: rifiutò gli studi scientifici, verso i quali lo pressava la famiglia, per laurearsi a proprie spese in Design della Comunicazione Visiva, finendo però in un vortice di lavoretti precari. Riuscì comunque a essere apprezzato in vita come artista, ma il successo fu soprattutto postumo e, se oggi in Giappone è celebre, l’Occidente lo sta gradualmente scoprendo. Forse perché quelle stesse paure, tra la solitudine tecnologica e una complessità che ci fa sentire sempre meno padroni delle nostre vite, gridano sempre più forte anche da noi.

Guardando il ragazzo che corre sul nastro trasportatore in Exercise Equipment, o quello smontato e riposto in una scatola di Recalled, tornano alla mente parole di Marx come “l’operaio mette nell’oggetto la sua vita e questa non appartiene più a lui, bensì all’oggetto”, scene di Tempi moderni di Chaplin e innumerevoli altri riferimenti legati al Taylorismo e al Marxismo. Ma l’interpretazione politica e anticapitalista non rende del tutto giustizia alla pittura di Hishida che, specie nelle opere degli ultimi anni, va oltre, si addentra nella psiche, esprime un male di vivere più universale che storico.

Basta guardare Letters (2003), in cui la prigione non è più costituita dagli oggetti tecnologici ma dal corpo stesso, come una matrioska da cui è impossibile liberarsi, o Body Fluids (2004), esempio di metamorfosi uomo-animale-oggetto, che ricorda un po’ Kafka e un po’ Frankenstein. In altri quadri non sarà il lavandino ma il bagno, il letto, la cabina telefonica, e compariranno crostacei, ragni, insetti, come a dirci che la depersonalizzazione non si ferma all’ambito del lavoro e della società, ma prosegue in uno spazio-tempo interiore, segreto, inaccessibile.

Tetsuya Ishida morì sotto un treno a 31 anni, e guardando i suoi quadri si tende a pensare a un suicidio annunciato. Eppure, non è una certezza. Chi lo conosceva racconta che aveva progetti, che voleva trasferirsi in America, che gli furono addirittura trovati nelle tasche alcuni dollari. Tra le più di duecento opere che ha lasciato, un quadro senza titolo del 2001 sembra contenere un presagio della sua morte: l’interno di una stanza diventa giardino e il letto una tomba di pietra, mentre all’esterno, oltre la finestra, un treno corre in lontananza. Insolitamente quel treno non è rappresentato in modo minaccioso o angosciante, come di solito gli oggetti tecnologici.

Comunica più un desiderio di libertà, di fuga. Dal Giappone o dalla vita stessa, è un mistero che porterà con sé, così come non sapremo mai come avrebbe rappresentato oggi la pandemia, i lockdown e le relative conseguenze psicologiche: forse come aveva fatto, circa vent’anni, in Prisoner, dove la casa diventa armatura e prigione.

Ora possiamo solo immaginarlo come l’altro Tetsuya, in lotta contro il male alla guida di un robot d’acciaio, ancora una volta fuso con una macchina, ma finalmente al comando.

Viviana Viviani

*in copertina Exercise Equipment

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