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Nabokov giocava a tennis, Carmelo Bene cercava “l’Emozione nell’Atto” e Martin Amis la granitica bellezza della Sabatini, “abbronzata allucinazione di fluidità e giovinezza”. Su tennis e letteratura

Se il sistema di punteggio del tennis pare un parto del genio di Lewis Carroll, magister della logica, della contro-logica, amato tanto quanto il tennis da Gilles Deleuze, da Carmelo Bene, il legame, l’affinità elettiva tra tennis e letteratura è cosa remota, come il gioco, perché si può risalire al jeu de paume o pallacorda, citata nelle vicende di Gargantua e Pantagruele a firma di Rabelais, e al capolavoro di Alexandre Dumas, in cui i tre moschettieri giocano in una palestra nei pressi delle scuderie del Jardin du Luxembourg una partita che termina con un litigio che diventa sfida a duello e quindi in rissa che è occasione d’incontro con D’Artagnan, e infatti il tennis francese avrà i suoi quattro mousquetaires in Brugnon, Cochet, Borotra e Lacoste (in tutto oltre quaranta slam tra singolare e doppio), ma già nella seconda metà del Cinquecento re Carlo XI fu informato dei primi eventi della strage di San Bartolomeo proprio mentre stava giocando, e nel 1606 Caravaggio uccise un rivale d’amore nel corso di una lite che seguiva un match e per questo dovette lasciare Roma.

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Il tennis farà la sua comparsa sin dal titolo in un racconto di Robert Musil, Quando papà imparava il tennis, edito in italiano da Henri Beyle, mentre un libro di John McPhee, Levels of the game, uscito nel 1969, descrive un punto dopo l’altro l’incontro di semifinale degli U.S. Open tra Arthur Ashe e Clark Graebnerg – mentre per il New Yorker, tre anni dopo, racconterà una partita di Rod Lever a Wimbledon –, ma La più bella partita di tennis di tutti i tempi, tra l’americano Budge e il tedesco von Cramm a Wimbledon nel 1937, è il sottotitolo di Terribile splendore, opera di Marshall Jon Fisher, uscito nel 2009, e tradotto da 66thand2nd, casa editrice molto attenta alla scrittura sportiva – genere che annovera tra i grandi Norman Mailer col pugilato, ma ancora marginale in Italia –, cui si apparentano Vite brevi di eminenti tennisti, di Matteo Codignola, edito un anno fa da Adelphi, il volume Jeu, set et match! Une anthologie littéraire du tennis, a cura di Nicolas Grenier, in cui compare anche un frammento da Maupassant, del 1889, e un piccolo saggio di Martin Amis, The Women’s Game, per Vogue, nel 1988, poi ristampato in Mrs. Nabokov, e nel quale descrive la splendida Gabriela Sabatini con queste quattro parole: “abbronzata allucinazione di fluidità e giovinezza” – Nabokov stesso era d’altronde un appassionato giocatore di tennis e così pure la sua Lolita –, formula adatta alla bella argentina quanto alla graziosa e purtroppo ritirata Ana Ivanovic –, la grazia dei gesti, i gemiti, i silenzi, le gonnelline, la pelle madida di sudore essendo notoriamente uno dei principali motivi per cui guardare gli incontri femminili…

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“Io non ragiono con l’ottica del tifoso. Il tifoso è chi conta i punti. Io mi emoziono. Io cerco l’Emozione nell’Atto […]. Che è il contrario dell’Azione. L’Atto è Joyce, […] è un servizio di Edberg”, diceva ancora Carmelo Bene, che nella sua lotta contro l’io bollava come cretino chiunque dicesse: “Se Edberg avesse più carattere” – se avesse avuto più carattere non sarebbe stato Edberg –, o per meglio dire l’assenza d’io che era Edberg nell’Atto –, perché, non l’abilità, “[l]o sport ai suoi grandi livelli è labilità, ma senza apostrofo. Immaterialità! Eccedenza pura!” E ancora, “[r]icordo che nell’antichità i teatri stavano dove si faceva sport… Vi pare pura coincidenza?”.

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Il teatro è il luogo dell’Atto e tale è Wimbledon, tale è il tennis a dispetto del suo individualismo, che come rimarcava Clerici fa il paio con la sua internazionalità e le ascendenze regali che lo rendono abitualmente alieno alle passioni fuori controllo del ben più volgare calcio che per questo gioco da dandy vagamondi abbandonò con le sue “lande sin lì desolate, percorse da analfabeti, retori, postdannunziani d’accatto” rese poi un poco più floride dal genio padano di un altro Gianni – Brera –, e se come ha detto uno dei migliori narratori di sport della penisola – Buffa –, il calcio è esperanto, nel migliore dei casi, il tennis è letteratura, e la patria non è il “noi” del tifo delle curve bensì dentro di sé, perché è solo lì che si vincono le partite…

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Lo sapevano due tennisti della letteratura italiana come Giorgio Bassani ed Eugenio Montale o i re Carlo V, Luigi VI, Francesco I, ed Enrico VIII?

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“I match, è noto, si vincono dentro di noi. Vanno immaginati costruiti in ogni dettaglio, quasi fossero i cartoni di un affresco. Sul campo, poi, bisogna essere svelti a mettere i colori”, scrive Clerici in 500 anni di tennis, l’opera che gli è valsa l’attenzione del mondo ma ovviamente non quella dei padroni delle italiche lettere che non esita mai a disprezzare a sua volta, suggerendo a Umberto Eco di darsi un po’ d’arie in meno, pur non mancando di osservare che anche altrove ci sono certe logiche elitarie (Non voglio fare polemiche, perché le polemiche si fanno con chi le merita. Non se le meritano in blocco, non se le meritano tutti [i letterati italiani]. Se le merita di sicuro Umberto Eco” – “Wallace non era un povero giornalista che scriveva di sport. Lui si è avvicinato allo sport facendo parte del sindacato degli scrittori, un’aristocrazia rispetto alla classe inferiore di noialtri”).

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Il calcio – se inteso come lo intende Carmelo Bene, non come lo prendono le curve del “noi” – può mostrare l’Atto e vale a dire il puro Evento, la sua grandezza estetica, può esser persino spunto per delle riflessioni da filosofi, ma non è certamente il terreno più fertile per il fair play e può concedere la vittoria ai peggiori in campo, cosa sostanzialmente impossibile nel tennis come in molti altri sport di squadra quali il basket e il rugby (la vittoria può esser sì decisa per un nonnulla ma mai immeritata), e in più il tennis ha il fascino di un punteggio illogico, per alcuni diabolico, di sicuro carrolliano, di un sistema nel quale il vincitore deve necessariamente realizzare l’ultimo punto e non stare in difesa, e al netto di doping svelato e partite vendute (per questo non bisogna andare troppo lontano dalle italiche lande – basta cercare tra Bologna e Palermo), o d’imprecazioni dannunziane e sconsiderate (l’altro giorno l’auspicio di un bombardamento sui campi londinesi – copyright di Fabio “Fogna” Fognini), il gioco resta uno spazio d’eleganza, in cui forza e grazia, genio e furore, e sregolatezza, coesistono in peculiare equilibrio provocando l’attesa dell’Atto, dell’Evento, e per i più fortunati come lo è stato Clerici l’occasione d’incontri letterari, con Hesse, Hemingway, Chatwin, Wallace, Arbasino, e non soltanto agonistici, come Laver, come Rosewall, e Federer, il mito (nel re il mito tennistico è contemporaneo e s’incontra con l’Evento – con buona pace di Bene, e di Clerici), per cui a volte una partita è meglio di un libro…

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Per lo meno per chi è cresciuto affacciandosi su un club, contemplando per anni i campi come un piccolo Gatsby, in attesa di poter prendere tra le mani una vera racchetta, udendo le voci del tennis ancor prima di leggere Dumas, e di scoprire che esiste un tennis dedicato a Montherlant, raffinando a battimuro i colpi in chop, flat, spin, lift, back, sapendo che le sfide si vincono sempre e solo dentro di sé, e che ben oltre alla vittoria c’è la bellezza del singolo atto, c’è la possibilità dello stile sublime e regale di un Federer, c’è anche la genialità di un tennis jazzato alla Dolgopolov, e che la gratuità del gioco di Safin, di Gulbis, è un dovere.

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In un semplice club, come a Wimbledon.

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Dove è possibile che un set abbia “il merito paradossale di immortalare quasi più lo sconfitto che il vincitore, un po’ come Ettore contro Achille”.

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E che oggi pomeriggio vinca il migliore…

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(Nota: “Maledetti inglesi, guarda. Maledetti inglesi, scoppiasse una bomba su ’sto circolo… Una bomba deve scoppiare!” Così Fabio Fognini il 6 luglio 2019, durante un incontro presso l’All England Lawn Tennis and Croquet Club di Wimbledon. Quanto al paragone di Clerici tra Wimbledon e l’Iliade, il riferimento è alla finale del 1980, Ettore McEnroe e Achille Borg).

Marco Settimini

(fine)

*Per vedere il torneo di Wimbledon potete andare qui.

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