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“Cristo 63”, lo spettacolo osceno di Carmelo Bene. “Per tutta la stampa, nera e rosa, ero diventato l’anticristo”

“Le parole farfugliate in croce ai ladroni restarono il mio testamento di quell’esperienza  irripetibile”. E irripetibile lo fu davvero, Cristo 63, nonostante la locandina avesse annunciato che lo spettacolo sarebbe andato in scena “da” venerdì 4 gennaio 1963 all’interno del Laboratorio Teatro in Via Roma Libera al civico 23. Alla fine la replica c’è stata, ma fu l’unica. Esattamente venerdì 4 gennaio del 1963. Bene, bravo. Ma senza bis.

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La pièce venne filmata dal regista Alberto Grifi con due macchine da presa. Il fotografo di scena fu Claudio Abate. Lo spettacolo si sofferma sugli ultimi momenti della vita di Gesù Cristo: l’ultima cena, il tradimento da parte di Giuda Iscariota che lo vende ai messi del Gran Sacerdote il quale, dopo aver giudicato un bestemmiatore, lo manda dai Romani. Il fedele Giovanni, il più giovane tra gli Apostoli, Maria e la Maddalena seguono Cristo nel suo processo sino alla flagellazione e alla morte con la crocifissione. Tutto secondo i Vangeli Canonici quando si accendono sulla Pasqua. Apparentemente.

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“Giuda tradì Cristo in sogno. Il ruolo di Maria Maddalena l’avrebbe interpretato la prostituta di lusso nordamericana, […] ma a questa Maria Maddalena non le importa nulla di Cristo né di nessuno. Questi le grida: ‘Puttana, prostituta’. Ella riattacca il telefono in faccia”.

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Il teatro-laboratorio era diventato Betlemme. “La nostra infanzia Nazareth, una ragazza squillo di nostra conoscenza la Maddalena, il sonno che si abbatte su di noi verso l’alba invece il Calvario”.

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La parte di Cristo se la assegnò Carmelo Bene, quella di Giovanni Apostolo invece fu affidata ad Alberto Greco. “Siccome non avevamo legno – disse più tardi Greco – Carmelo ruppe tutti gli armadi dei camerini e con questi grandi pali lui stesso si fabbricò la croce”.

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La sera della prima successe un parapiglia infernale. Greco, poco assuefatto al bere, si ubriacò. “L’apostolo – disse Carmelo Bene – cominciò a dare in escandescenze. In ribalta si alza la veste, mette il lembo fra i denti e comincia a orinare nella bocca dell’ambasciatore dell’Argentina, della consorte in visone e dell’addetto culturale. Nel frattempo, si faceva passare le torte destinate al dessert e le spappolava in faccia a quel diplomatico e signora. Fui condannato in contumacia e poi assolto per essere estraneo ai fatti”. La stampa fu impietosa. “Un attore e il capocomico denunciati per atti osceni” fu il titolo con cui il 6 gennaio lo spettacolo venne descritto su “Il Messaggero”. Un lavoro “volgare e blasfemo”, frutto di un “simbolismo cervellotico” tipico di quei personaggi che “i trattati di psicopatologia definiscono esibizionisti” scrive Marta Marchetti in “Cristo 63 di Carmelo Bene. Omaggio a Joyce”.

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Cristo 63 era uno spettacolo senza copione e molto improvvisato. Si andava in scena alla prima, salvo alcune idee pre-determinate che costituivano il soggetto o un accenno di trama raffazzonata. Un happening provocatorio quindi, tra il derisorio e il blasfemo. C’era una locandina dello spettacolo fuori fatta a mano con la scritta “riduzioni I.N.R.I”.

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Cristo 63 scatenò un vespaio di polemiche per via della presenza di una rappresentazione non convenzionale della crocifissione, giudicata blasfema. La polizia fece irruzione nel teatro. Dopo la pisciata di Greco, Carmelo Bene, per evitare il peggio, tolse la luce, ma i fotografi, con flash a raffiche, scattarono una gran quantità di foto. Il teatro fu chiuso il giorno dopo, con procedura d’urgenza e tanto di sigilli. Del resto, non c’era più nulla da recuperare, solo bottiglie vuote e avanzi dell’ultima cena. “Per tutta la stampa, nera e rosa, ero diventato l’anticristo” commentò Carmelo. Fu comunque condannato in contumacia a otto mesi con la condizionale. Un amico avvocato, un habitué del locale, gli consigliò di non farsi vedere in giro per un po’ di tempo, almeno tre giorni e tre notti, altrimenti gli sarebbe toccato il processo per direttissima, per atti osceni in luogo pubblico, turpiloquio, vilipendio e oltraggio. Bene sparì dalla circolazione per circa un mese, cambiando domicilio ogni tre giorni, travestito da arabo ammantato alla maniera berbera, con indumenti ceduti da alcuni suoi amici nordafricani.

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Ancora Marta Marchetti. “Bene si sofferma con precisione sul lavoro ‘dell’uomo della merda’ che durante cinque giorni di prove aveva cercato di sturare il gabinetto senza riuscirci, con il risultato di un lezzo indescrivibile che faceva dell’atmosfera in sala una specie di inferno dantesco”. Alla “prima” vi andarono “un centinaio di persone pronte a pagare un prezzo esagerato (cinquemila lire) per farsi ammassare in una sala concepita normalmente per 40 persone”. Nessuno si muoveva, anche per motivi di spazio. Stipati come sardine. “L’ingresso – raccontò poi lo stesso Carmelo – era chiuso. La calca era tale che non ci si poteva muovere. Alberto Greco era nel frattempo svenuto dopo la bravata, abbioccato in un angolo. Io me ne stavo crocifisso riverso a terra, con la testa rivolta verso il pubblico; loro (gli apostoli) che mi inchiodavano e io in balia delle ultime parole prima di spirare sulla croce sussurrando alle orecchie dei ladroni tre parole: ‘Fate il copione’. Buio”.

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Ci fu anche una “seconda”, ospitata in una villa lungo la Cassia Antica: una gallerista facoltosa volle far rivivere quella pagina di storia di teatro nella sua dimora. L’Apostolo Giovanni si trattenne. A pisciare addosso alle signore impellicciate e ricche furono i Re Magi.

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Carmelo? Bene, bravo. Anche senza bis.

Alessandro Carli

*In copertina: una fotografia di scena da “Cristo 63”, di Claudio Abate

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