“Collego la poesia alla verità…”: Giampiero Neri, un poeta a Milano
Poesia
Alessandro Rivali
Un autore è completo se, oltre ad essere poeta, instaura rapporti plurimi con la pagina bianca. Intendo: diari, epistolari (con la madre, con altri scrittori o sodali…), romanzi, testi teatrali, se non persino sceneggiature cinematografiche. Intendo, completo, e non europeo; completo, nel senso di compiuto. Compiuto con se stesso, pieno ebbro di significato e di significanza.
Credo che questo, tra l’altro ‒ tra gli altri ‒ sia il caso di Sylvia Plath: poetessa suddita del marito (Ted Hughes) ma ribelle, poetessa suicidata, poetessa amata e odiata da Anne Sexton (tanto che le scrisse una poesia dopo la sua morte); poetessa bisognosa d’aiuto, poetessa piena di dono, poetessa aiutata ma non salvata dalla psichiatra… poetessa avvolta dalla vampa della parola.
Più guardo le sue foto, e più vedo un sorriso disturbato, quasi fosse in disappunto con la vita, con la ferocia di chi è assente ad un richiamo.
10 marzo. Post scriptum: Oh la furia, la furia. Perché mai ho saputo che era qui. La pantera si sveglia e torna a caccia e ogni rumore dentro casa è il suo passo su per le scale; tempo fa ho scritto «Mad Girl’s Love Song» in uno spirito folle simile a questo quando Mike continuava a non arrivare e ogni volta mi vesto di nero, bianco e rosso: colori violenti, intensi. Tutti i passi su per le scale che sono andati oltre li ho scambiati per i suoi e ho maledetto gli usurpatori che hanno preso il suo posto… Proprio poco fa stavo distesa, bruciante, nella febbre di questo malessere, e il sole mi ha abbagliata all’improvviso, un occhio arancione calante, vacuo e beffardo; un tramonto puntuale, l’ho cronometrato. E il buio torna a divorarmi: la paura di venir schiacciata da un’enorme macchina scura, risucchiata dalle stritolanti macine indifferenti del caso. Lo so, è a una festa adesso; con qualche ragazza. Mi brucia la faccia e mi riduco in cenere, come le mele di Sodoma e Gomorra.
Una poetessa è completa, ovvero appunto poetessa, nel momento in cui desidera di esserlo e decide di esserlo. Come se il dono, coltivato o tatuato nel cuore, non chiedesse altro che di vivere e bruciare (avvampare per gli altri e per se stessa), ma non di bruciarsi ‒ non di morire.
23 aprile 1955
Cara Mamma,
Assieme a tanti baci e tanti auguri per il tuo compleanno, ho pensato che ti avrebbe fatto piacere sapere che ho vinto il primo premio del concorso di Holyoke, ex-aequo con il ragazzo di Wesleyan, William Whitman. Significa un assegno di 50 dollari per me, più un impeto di gioia.
Più bella di tutti è stata la lettera di elogi di John Ciardi, il mio giudice preferito, che mi ha chiamata «una vera scoperta», dicendo: «È una poetessa. Sono sicuro che andrà avanti a scrivere poesie, e scommetto che lo farà sempre meglio. Ha certamente tutti gli strumenti che occorrono. A lei dunque i nostri elogi». E a sentire queste parole ero così felice da piangere. Inoltre lui vuole darmi una mano a pubblicare e mi ha trasmesso una lista di periodici a cui vuole che io mandi certe poesie sotto sua raccomandazione ‒ dunque questo mondo non è totalmente indifferente, dopo tutto!
Baci,
Sivvy
Eppure, la Plath un giorno decise di andarsene, decise con prepotenza e violenza di scomparire. Nonostante nei suoi versi il tono fosse assoluto, addirittura ogni parola, e ciò che essa rappresentava. “Suono e senso si alzano come una marea dalla lingua per trascinare l’espressione individuale su una corrente più forte e profonda di quanto l’individuo potesse prevedereˮ (Seamus Heaney).
In tutta l’opera lirica della Plath istanze psicologiche, biografiche e poetiche si fondono con un tono di libertà e perentorietà unico, un senso di urgenza e spontaneità che emerge dalla disciplina di metro, metafore, rime con la potenza di un fiat, con l’euforia di una mente che crea e supera il dolore personale, fino ad approdare a un sentimento stupefatto, meravigliato dell’esistere.
Sylvia Plath dal dono ribelle, decise, nonostante la potenza del suo fiat, che fosse meglio, che fosse giusto, che fosse liberatorio (forse), andarsene proprio con rumore, nel silenzio assordante di una sofferta solitudine.
Abbandonata a se stessa, forse più dal marito che l’adombrava, che dagli altri sodali amici/nemici, il suo verso aveva la potenza di un tuono, e il ruggito di una pantera. Ma il suo verso, soprattutto, rimarrà per sempre, immortalato sulla pagina bianca, perché compiuto e marchiato nel solco del fuoco.
Giorgio Anelli

*
Sono verticale
Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con la radice nel suolo
che succhia minerali e amore materno
per poter brillare di foglie ogni marzo,
e nemmeno sono la bella di un’aiola
che attira la sua parte di Ooh, dipinta di colori stupendi,
ignara di dover presto sfiorire.
In confronto a me, un albero è immortale,
la corolla di un fiore non alta, ma più sorprendente,
e a me manca la longevità dell’uno e l’audacia dell’altra.
Questa notte, sotto l’infinitesima luce delle stelle,
alberi e fiori vanno spargendo i loro freschi profumi.
Cammino in mezzo a loro, ma nessuno mi nota.
A volte penso che è quando dormo
che assomiglio loro più perfettamente ‒
i pensieri offuscati.
L’essere distesa mi è più naturale.
Allora c’è aperto colloquio tra il cielo e me
e sarò utile quando sarò distesa per sempre:
forse allora gli alberi mi toccheranno e i fiori avranno
tempo per me.
28 marzo 1961
Sylvia Plath