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“Non siamo, ahimè, degli Yeti! Ma a volte ci avviciniamo, più di quanto sia concesso, all’ignoto”. René Char & Nicolas de Staël

L’amicizia tra René Char e Nicolas de Staël pare, a posteriori, inevitabile, sono bolidi stellari della stessa galassia. Dei due colpisce l’indole alla lotta, la severità olimpica, l’azzurra potenza. Come si sa, Char, tra i grandi poeti del secolo, combatte per la resistenza francese come “Capitaine Alexandre”: dalla morte e dalla guerra trae un fascicolo eccezionale, quasi un codice, Feuillets d’Hypnos. De Staël, più giovane di sette anni, veniva da una famiglia di militari: nato a Pietroburgo nel 1914, il nonno fu generale di cavalleria per lo zar, il padre, Vladimir Ivanovic, prestò servizio tra i cosacchi e gli ulani della Guardia Imperiale, diventando vice comandante della fortezza di Pietro e Paolo a San Pietroburgo, fino al 1917. Con la Rivoluzione, i genitori di De Staël sfollano in Polonia, dove moriranno. Il futuro artista è orfano a otto anni, viene affidato a una famiglia di Bruxelles, studia ingegneria, è preso dalla pittura, viaggia tra l’Olanda e il Marocco, scopre i ‘primitivi’ del Trecento italiano, El Greco, Mantegna, Bellini. Nel 1939 si arruola nella Legione Straniera. De Staël è un artista brusco, dalle rabbiose malinconie: dipinge e distrugge, tanto. Si lascia lacerare dalla pittura che ne invade ogni mania. Si ammazza nella casa di Antibes il 16 marzo del 1955, “Non ho la forza adatta per completare i quadri”, scrive a Jacques Dubourg. Scrive anche alla figlia Anne, che ha tredici anni – che coglie, dal dolore, l’eredità del padre.

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Dieci anni fa le Editions des Busclats pubblicano un libro luminoso, la Correspondance tra René Char e Nicolas de Staël. Per René Char la collaborazione con i pittori è naturale: quando scrive, sembra adottare la tecnica del chiaroscuro, una luce colpisce come un’ascia. Ci sono un bosco e una decapitazione nelle poesie di Char. È amico di Salvador Dalí, le sue poesie sono illustrate da Picasso e da Braque, da Jean Miró e da Giacometti, a cui dedica una prosa, Célébrer Giacometti: “Fuori dal suo alveolo di desiderio e crudeltà. Si rifletteva, il bel volto senza passato sorto a uccidere il sonno, nello specchio del nostro sguardo, provvisorio ricettore universale per tutti gli occhi futuri” (la traduzione è di Vittorio Sereni). Le parole di Char, come braci scagliate nella serpe della notte, evocano visioni: per questo la congiunzione con l’artista. L’artista dipinge il tamburo suonato da Char nella sua danza alchemica lungo i campi di Francia. Solo il verbo può dare lignaggio, corona.

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L’amicizia con De Staël, però, ha la profondità del riconoscimento. I due s’incontrano nel 1951, si legano (“La sua opera mi commuove”, scrive Char al pittore; Giuseppe Zuccarino ha scritto un saggio ricco di dati, ispirato, sull’amicizia tra il poeta e l’artista, leggibile qui). Si sfidano. Alla fine di quell’anno il gallerista Jacques Dubourg espone una serie di xilografie realizzate da De Staël intorno alle poesie di Char. “René, arrivo alla fine, quasi con i nervi a pezzi […].  Non ti ripeterò mai abbastanza quanto mi abbia dato lavorare per te. Di colpo mi hai fatto ritrovare la passione che avevo, da bambino, per i grandi cieli, le foglie d’autunno, e tutta la nostalgia per un linguaggio diretto, senza precedenti, che ciò porta con sé”, scrive l’artista all’amico. Nel 1952 esce a Parigi una edizione d’arte dei Poèmes di René Char con le incisioni di De Staël. Nel 1953 l’editore parigino Jean Hugues pubblica Arrière-histoire du Poème pulvérisé di Char con una litografia di de Staël a mo’ di frontespizio. Una macchia bianca, un viso-voragine, una specie di sigillo, marca un cerchio rosso, sfatto, dentro una cornice blu.  

1951: opere di Nicolas de Staël per le poesie di René Char

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La morte del pittore sorprende il poeta. Char ha una sapienza che pare precedere la vita; De Staël una pittura votata alla dissoluzione, pur nel fragore. Un’amicizia non salva ciò che fugge. “Ciò che importa, in fin dei conti, è la sua opera. È spesso bellissima, colpita col martello delle luci. In essa si lascia scorgere una regalità fracassata”, scrive il poeta, per ricordarci che la morte è un panno, un pezzo di legno. In un autografo sulla propria copia di Retour amont, Char ricorda Nicolas de Staël, Georges Bataille, Albert Camus, angeli del vagabondaggio, icone. Nel primitivo scritto del 1951, che qui ricalco, Char guarda al poeta – che sia scrittore o artista – come all’uomo delle nevi: creatura di cui si sussurra, sospesa sull’inaccessibile, genitore della pietra e figlio del fugace, ferita dal bianco, che nessuno ha mai visto. (d.b.)

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Di recente ho letto su un giornale che alcuni esploratori inglesi hanno fotografato su uno dei versanti più estremi dell’Himalaya, poi di seguito, per diversi chilometri, le impronte, nella crosta nevosa, di un paio di esseri la cui presenza in quel luogo cruento e deserto è incomprensibile. Impronte, intendo, di un piede nudo, di uomo, enorme, che comprende dita e tallone. Questi vagabondi delle vette, che quel giorno avevano segnalato il loro passaggio in modo tanto innocente e mostruoso, non erano più visibili agli occhi degli esploratori. Una guida himalayana ha assicurato che quelle erano le tracce dell’Uomo delle Nevi, lo Yeti. La sua certezza, la sua esperienza, hanno dato sostanza alla favola.

Anche se ascolto il ragionevole parere di uno scienziato del Museo che, interrogato, risponde che le tracce potrebbero essere quelle di un plantigrado o di un quadrumano di specie rara, i legni giganti che Nicolas de Staël ha inciso per le mie poesie (pur avvezze alle scalate e ai sarcasmi) appaiono per la prima volta su un campo di neve vergine che il raggio di sole del vostro sguardo, visitatori, tenterà di sciogliere. Staël ed io non siamo, ahimè, degli Yeti! Ma a volte ci avviciniamo, più di quanto sia consentito, all’ignoto e all’impero delle stelle.

René Char

*In copertina: Nicolas de Staël, “Paysage”, 1952

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