skip to Main Content

Sul reato di scrivere. Una lettera di Leo Ninor

Dietro l’identità sfuggente di Leo Ninor alcuni hanno creduto di riconoscere Jean Grosjean, viaggiatore, prete poi spretatosi, amico di André Malraux, poeta, traduttore dell’Apocalisse, del Vangelo di Giovanni, di Eschilo e del Corano. È lui, in effetti, sulla “Nouvelle Reveu Française” (n. 249, Septembre 1973), a pubblicare questa lettera di Ninor, come reperto testamentario, insieme a una scarna nota biografica. Vi si legge: “Sono debitore a Leo Ninor di alcune miliari osservazioni sull’Apocalisse, di una amicizia frugale, felice, a tratti plumbea. Nato a Reims, ‘dove si incoronano i re e bruciano gli eretici’, diceva, pubblicò pochi testi, spesso mirabili, introvabili, sotto pseudonimo. Di uno porto memoria, s’intitola Un désert livide. Paradigmatica e astratta la sua collaborazione con gli editori francesi: Malraux lottò per espellerlo dal novero dei ‘lettori’ di Gallimard; ha lavorato, sotto mentite spoglie, per Plon, e soprattutto per José Corti. Aveva un appartamento a Parigi; preferiva lavorare da Ripe, nel Sussex, dove era morto Malcolm Lowry. La sua cupezza aveva tratti avventati, avventurieri: mi chiese di aprire una casa editrice ad Aden, di aiutarlo a raggiungere una sua amata, a Riga. Ha curato per Flammarion l’opera intera di Horacio Quiroga, è morto lo scorso anno [il 4 dicembre del 1972, ndr] a Quito, in Ecuador, dove, mi scriveva, ‘le nuvole hanno la nobiltà dei cervi e i fiumi corrono come il prolungamento di un’idea’. Tendo a credere che si sia ucciso; ha espresso il desiderio che i suoi testi non vengano ristampati. A volte occorre deludere gli amici”. Intorno a Leo Ninor esplode un florilegio di pseudonimi: Jean Coup, Michel Caillou, Salvator Rosa… René Char lo chiamava semplicemente ‘Leo’, in Le Nu perdu lo ricorda come “il poeta che rincorre le volpi brune, gioca a decapitare l’alba e incide i suoi poemi anonimi nel refettorio di chiese abbandonato, con un falcetto”. Nessuna nota Wikipedia ricorda Leo Ninor, presente, come poeta, in rari reperti antologici (ad esempio, nell’Anthologie de la poésie française du XXe siècle Gallimard), con ilnome di Nicholas Le Sidaner. Secondo alcuni Leo Ninor è stato l’ultimo amante di Dominique Aury; viaggiò con Dominique de Roux in Portogallo; conosceva la falconeria e l’arte zodiacale, aveva chiamato ‘Aby Warburg’ la sua motocicletta, una Brough Superior. Si trasferì in Ecuador affermando che “la giungla e il vulcano sono connaturati alla scrittura”. Questa lettera ne definisce, per oscure suggestioni, il carattere.

**

Parigi, 4 maggio 1971

Gentile amico,

In realtà non “intraprendo” nulla con il mio editore (su cui d’altronde non faccio nessun affidamento… quelli come lui, più ingannano e più cercano di apparire gentiluomini), meno che mai collane. La sua richiesta di occuparmi di una nuova collana, non vuol dire altro – se tutto va bene e il lavoro non svanisce tutto in una bolla di sapone, com’è probabile – che io farò il manovale dei libri. Passeranno tutti dalle mie mani, per essere tradotti oppure per essere rimaneggiati… ahimè, le vecchie edizioni. E sempre con mie note editoriali, scarne introduzioni prive di anima, prodotte con lo spirito affranto nel cottimo. Cose estranee, che non sono capace di fare, con tutta evidenza. Ovviamente, il tutto rigorosamente sotto pseudonimo. D’altronde, perché vantarsi di sciocchezze che non sono il parto della mia anima, dei miei interessi, e perché andare fiero di essere quello che non sono, o di ciò con cui non si ha alcuna affinità? Nulla mi importa di “collane”, meno che mai di “dirigere”. Ambisco, vilmente, solo allo sporco danaro. Mi eccitano solo i soldi. E forse mi seduce l’idea, totalmente puerile, da aristocratico emarginato, di mettermi a lavorare, in solitaria, seduto al tavolo di una bella pasticceria (sapete che amo i dolci almeno quanto le fessure delle donne) o caffetteria, circondato da belle fanciulle, da carne fresca, da circuire brutalmente con un sorriso e uno sguardo in apparenza affabile… per qualche motivo, che ignoro, ancora capitolano – sono un martire del piacere.

Se sapessero, agli occhi di tutti non potrei che essere quello che sono, una frode. Un’anomalia passata di contrabbando nelle Lettere. Un equivoco. Si trovano di fronte una strana quanto singolare creatura, e nessuno si è accorto di nulla. Più cerco di deludere, di distruggere, più scrivo cose sconvenienti, puerili assurdità, meno li cerco e più mi chiamano, mi chiedono di fare cose che sarebbe meglio io non facessi. Dovrebbero fuggire da me. Dalla mia mediocrità letteraria. Dalla mia mancanza di forma e struttura. Dal mio disprezzo per la cultura. Dalla mia non scrittura, che non esiste… in fondo, nulla ho da dire. I miei editori in fondo sono degli sprovveduti, se avessero un minimo di lucidità, avrebbero dovuto intuire, ormai, l’impietosa differenza che esiste tra il modo in cui confezionate voi certi lavoretti editoriali, e le sterili sciocchezze che faccio io.

Quando si è estranei al pregiudizio della finezza, dello spirito e dell’intelligenza, lo sfruttamento erudito delle sensazioni e dei fenomeni del mondo – il territorio privilegiato del letterato, dove ci si sente a casa tra le parole – appare per quello che è… mera agricoltura spirituale. Se proprio devo commettere il reato di scrivere, io penso a un universo extra letterario, di cui in fondo non sono neanche più degno. Penso a un bosco come una cattedrale. Al pregiudizio della strada. Alle vie non battute che lambiscono la calligrafia di un dio inghiottito dal caso, refrattario alla liturgia. All’istante che tocca e svanisce, nella polvere. A una messe di creature sfuggenti che formulano una natura, screditando il prestigio dell’Uomo. Solo qui toccate le immagini, il “tutto è simbolo”, come si tocca la terra con le mani, non disdegnando il fetore degli odori.

Mi parlate di immaginazione. Ma oggi abbiamo disprezzato la realtà della immaginazioneper esaltare, nell’arte, la magia della finzione. Guardate il vostro amico, quello che vive all’ombra del concetto scientifico di realtà, ossessionato da Proust e Darwin. L’algido cinico che si rinchiude in casa a scrivere la sua opera, lontano da tutti e da tutto, che adora tutto ciò che è artificiale… in luogo di essere almeno un incendio freddo, un continente bianco, l’Antartide, glaciale per risonanza, in lui avverti solo il gelo asettico del laboratorio, il sentore delle provette, il frigido delle celle frigorifere. Una prosa priva di immagini, e dunque una lingua morta. Blatera di estremo, ma è ancora e sempre impigliato nella letteratura da note a piè di pagina… guardate il suo Proust.Le note a piè di pagina! Sedotto dall’estremo, di profondo riesce a esprimere solo un’inclinazione intellettuale. Ecco l’epilogo di una lucidità tutta astratta. Di una Testa che cammina. Di colui che pensa, si pensa e pensa di pensarsi. Di un pensiero che si pensa e smette di partecipare alle cose.

I poeti, poi… la maggior parte, oggi, faranno la fine di quei poetastri che, tatticamente dolenti, vantano a getto continuo la bellezza, la potenza, l’unicità dei poeti e della poesia, al pari di quelle belle donne, fatue per stupidità, che dicano continuamente di sé: – sono tragica, cerco il martirio, ma guardate come sono bella, unica, superiore a tutti voi, ammirate dunque la mia sensualità, il mio corpo, la luce del mio volto!Questa genìa di poeti e donne sono la plateale negazione delle loro pretese… quello che vantano fugge via per la vergogna, emettendo grida di dolore.

Sogno un poeta che faccia a pezzi la poesia e i poeti delle Lettere e che, tuttavia, continui a scrivere poesie immense, poderose, che uniscano il mondo vegetale, animale all’umano. E nessuno coglie il paradosso… pensate, amico mio – incredibilmente, per tributare il massimo onore a un poeta, un letterato, un critico o un filosofo, la “cultura” pretende di riconoscere in loro un dono. Il cosiddetto demone dell’analogia. Il privilegio di un contatto con una forza che precede e sconfessa il gioco dell’erudizione, il teatro del sapere, la commedia della conoscenza. Ecco l’origine del complesso che ridicolizza tutti, che restaurano la mediocrità, il carisma dell’ovvio. Nessuno è più degno di questo demone. Avere il pregiudizio della cultura vuol dire essere sopraffatti da un plagio letterario che si fa temperamento, per rivelarsi compulsatori del prestigio altrui. Sono tutti vittime di una catena bibliografica, di cui in nessuno caso riescono a fare a meno. Nessuno riesce più a creare senza aprire o avere un libro in mano. Sono tutti sprofondati negli abissi libreschi, ne hanno abusato. Si sono aggrappati troppo alle parole, alle idee, ai concetti… la scelta di un vocabolo è diventata la loro divinità.

Devo protestare… siete di quelli che coltivano l’amicizia e, chissà perché, si fanno qualche illusione su quelli come me, che sembrate elevare, a torto, al rango della suggestione. Voglio dire, scrivere, essere un “autore”, è una frode contro tutto ciò che esiste di sacro.

D’altronde, l’unica conferma, l’unica plateale consacrazione che si possa ricevere, rispetto al reato di scrivere, è quando una donna, a tratti così più aderente alla vita, ti rivela che è stata toccata a tal punto dalle tue parole, che ha sentito l’impulso di toccarsi, di fotterti e leccarti. È l’ammirazione di una creatura nelle cui vene scorra ancora un distillato degli elementi. L’ambrosia della zoologia. Il gorgo degli istinti. La razzia del mesencefalo. L’umido di una fessura che è una voragine. Cosa ce ne facciamo dell’ammirazione di un dotto inghiottito dai libri, di uno sbadiglio della letteratura? Chi ha metabolizzato l’inlicenziabile sa che le sole parole che hanno un senso, e vita, uccidono ogni disputa intellettuale, artistica, letteraria… sono uno sputosul foglio, una rasoiata alla gola.

Mi parlate della fede religiosa, a me, che non ne ho mai avuta. Provo una qualche ammirazione per il modo che avete di scrivere di Dio, in un’epoca, come la nostra, in cui le cattedrali ormai si stagliano sull’urbano come un manufatto frastagliato e grande gioiello di mani operose, o come un tramonto bellissimo e infuocato che avvolge tutto in un incendio incruento… ossia stupore per turisti, semplici opere d’arte, dal momento in cui si è smesso di credervi – dove un tempo regnava una leggenda equivoca, viva, all’improvviso la terra si è rovesciata e la miniera dell’impossibile pende dal sangue del cielo, amico mio.

Mi chiedete come sto? Come uno che ha una nostalgia infinita di sé, inconsolabile, come uno che abbia ripetuto troppo a lungo: – niente, mi aspetto… aspetto che il resto di me torni. Mi avete offerto in dono un vostro libro su Kafka, accompagnandolo con queste parole, “ieri ho memoria di un corvo, bellissimo, e di labbra che non ho osato baciare; di oggi, una luce terrosa, atavica, cattiva, e una donna dal sesso immenso, capace di accogliere più uomini, a decine, in un solo istante”. Ripenso a queste parole di una intimità poderosa, surreale, mentre raccolgo a mani nude le fragole nella Valle del Rodano, per un tozzo di pane, immerso nel verde e tra i perduti, dopo aver frequentato foreste e castelli e dopo aver perso tutto, perfino me stesso. Stasera nasconderò le mie sconfitte al riparo del buio, nella camerata che mi ospita, in un lettino che ricorda la scarna crudeltà del riformatorio… neanche i letti mi concedono più la loro grandezza, ormai.

Avete mai ammirato da vicino gli occhi di una balena? Lo sguardo rivolto a voi, così mobile e attento, quando emerge dall’acqua. Quella luce così viva, incontestabile, che vi scruta dagli abissi. Una bellezza che inghiotte nei millenni. Guardate gli occhi di un giaguaro, un lupo, una giraffa, un asino, un cavallo, un pitone e poi guardate un essere umano. E siate impietoso. Riconoscerete l’inferiorità del nostro enigma, della nostra presenza su questo pianeta. Gli unici esseri umani a rivaleggiare ancora con lo sguardo animale, forse, sono i limitrofi della terra. C’è solo da arrossire dalla vergogna.

Redigo gli astri affinché vi sia propizia la vostra passeggiata sulla terra,

Leo Ninor

Continua a leggere su Pangea

Back To Top
Cerca