27 Gennaio 2022

L’epopea oscura di Alekhine, “il sadico degli scacchi”. Un romanzo

Il Campionato del mondo di scacchi del 1927 fu uno dei più appassionanti di sempre: si svolse a Buenos Aires, durò 34 partire, disputandosi dal 16 settembre al 29 novembre. Lo sfidante di José Raúl Capablanca, l’invincibile, elegantissimo cubano, campione mondiale nel ’21, fu scelto tramite un torneo disputato a New York, in febbraio, tra i massimi scacchisti dell’epoca. Dominò Capablanca, è ovvio; secondo – dunque, degno di sfidarlo – si piazzò, quasi a sorpresa, Aleksandr Alekhine. Nato a Mosca da famiglia nobile, talento feroce – fu la madre a ispirarlo agli scacchi –, Alekhine giocava con lo scintillio della cattiveria: “è stato il grande esponente dell’attacco a sorpresa… Una volta che aveva atterrato un uomo, voleva distruggerlo”, ha scritto di lui Reuben Fine, che definisce Alekhine “il sadico degli scacchi”. Sfiancato dalla Rivoluzione –entrò in confidenza coi trockijsti –, riuscì a trasferirsi in Francia nel 1921, giocando, da allora, con i colori francesi, che difese con tenacia alle Olimpiadi dal ’31 al ’39 (modesti risultati di squadra, ottimi individuali: insieme a lui, nel 1931 e nel 1933, giocava un tizio di nome Marcel Duchamp…). Non eccelleva nei tornei internazionali, ma in Argentina, tra lo stupore, riuscì a vincere Capablanca. Da allora, fece di tutto per non rivedere più il cubano, impedendogli la rivincita.

La vita di Alekhine – come quella di chi è folgorato fino alla sottomissione da un unico, indiscusso talento – affascina per i colori lividi. Alcuni dicono che in Russia agisse da spia; durante il governo di Vichy, sulla “Pariser Zeitung”, la rivista tedesca della Parigi occupata, definì le differenze tra lo scacchista ebreo – un imitatore – e quello ariano: accusato di collaborazionismo, gli fu impedito di partecipare al torneo londinese del ’46, dove vinse Herman Steiner, americano, con un passato da pugile. Alekhine aveva perso il titolo nel ’35, contro Max Euwe, riconquistandolo due anni dopo; muore a Lisbona proprio nel ’46, è sepolto a Montparnasse. Negli anni in cui dominava il regno scacchistico, “beveva moltissimo e trattava le persone come fossero semplici pedoni sulla scacchiera”. Pare fosse impotente, che gradisse il sadismo, “si sposò cinque volte, e le sue due ultime mogli erano molto più anziane di lui: una di trent’anni, l’altra di venti” (così Fine, La psicologia del giocatore di scacchi). Lo splendore nel gioco, in Alekhine, era giustificato, per così dire, da una potente tensione al torbido.

Intorno alla sua vita e al suo fatale talento sono sorti romanzi: in Italia il più noto lo ha scritto Paolo Maurensig, Teoria delle ombre (Adelphi, 2015); in Francia, l’anno scorso, è uscito per Gallimard La diagonale Alekhine. La quarta ingolosisce: “Ha collaborato con Hans Frank e Joseph Goebbels, ha partecipato a tornei nei territori del Reich. Da giocatore, si rivelò giocato. Uno dopo l’altro, i suoi capolavori gli sfuggono: Grace, la moglie, i maestri ebrei perseguitati, suoi grandi rivali, Spielmann, Rubinstein, Przepiórka. Dopo la guerra, si rifugia nel Portogallo dove spadroneggia Salazar. Solo contro tutti, il campione imbattibile gioca la sua ultima partita”. Arthur Larrue, autore del libro, è nato alla letteratura nel 2014 con Partir en guerre, in cui racconta la sua vita clandestina, ventenne, nel gruppo di artisti dissidenti antiputiniani “Voïna”: la pubblicazione del libro gli è costato il posto da prof di letteratura francese presso l’Università di Herzen, a San Pietroburgo. Il romanzo su Alekhine, lo scacchista “più immorale di Richard Wagner e di Jack lo Squartatore” (così Harold C. Schonberg in Grandmasters of Chess), ad ogni modo, sta facendo il giro d’Europa: edito nel mondo spagnolo da Alfaguara, è raccontato su “El País” in una articolessa di Leontxo García, Alexánder Alekhine, el genio de ajedrez que provoca a la vez admiración y repugnancia. Larrue ha esordito in Gallimard nel 2019, con Orlov la nuit, altro romanzo dalle ascendenze russe; ama Daniil Charms, pare che presto sarà tradotto in Italia. Intanto, ecco come attacca La diagonale Alekhine.

***

A quel tempo, il campione del mondo di scacchi si chiamava Alexandre Alexandrovitch Alekhine, e per civetteria, benché vedesse poco e male, non indossava gli occhiali fuori dal tavolo da gioco. Il mondo si muoveva intorno a lui; e lui barcollò. Qualcuno avrebbe giurato che era sbronzo, o che tentasse di camminare sul ponte di una nave che pende lungo la cresta di onde atlantiche.

Precisamente, era il 17 gennaio del 1940 e Alekhine, in effetti, era in mezzo all’Atlantico, imbarcato sul “Miracle”. Come ogni mattina, a colazione, si era fatto portare in cabina uova strapazzate, pane abbrustolito, una bottiglia di champagne, caffè e vermouth. Aveva spezzato il pane in piccoli pezzi, spruzzato abbondantemente le uova di vermouth, e mangiato il tutto senza posate, con le dita. Grace non lo avrebbe biasimato. Stava dormendo. Alekhine gli aveva lasciato qualcosa per riempire la tazza e allietare il suo risveglio. Era vecchia. Si chiese se fosse mai stata giovane. Quando si erano sposati, nel 1934, a Villefranche-sur-Mer, aveva già sedici anni più di lui. Quella mattina, Alekhine aveva quarantasette anni. Basterebbe un piccolo sforzo matematico per arguire la veneranda età di Grace, che la cortesia ci impedisce di scrivere. Giovane, sussurrò, sibilando, togliendosi il pigiama, che senso ha essere giovane? Che cosa c’è nella giovinezza se non pura dispersione? L’età prossima alla morte, bella come un ultimatum, rafforza la volontà e limita le varianti, le variabili. Come in un gran finale di partita, come nella morte del cigno, consente la liberazione di energie feroci, spesso irresistibili…

Detto questo, annodò la cravatta scozzese, andò via.

Aveva occhi d’acciaio, di un azzurro terreo, pericolosi come aghi; la bocca stretta tradiva il carattere marziale, infiammato dalla vanità, soggetto a frequenti esplosioni nervose. Un bell’uomo, robusto, sembrava fluttuare in un fluido. Come se per lui la resistenza dell’aria fosse eccessiva, le membra bloccate nella glassa di una crema spessa. Alekhine non sembrava muoversi: nuotava, piuttosto. Né la cattiva vista né il livido torpore del mattino spiegavano questa singolarità. No, il responsabile era un terzo occhio, una specie di ombra, che lo fissava costantemente, esigendo che egli rivestisse ogni suo gesto di ridicola preziosità.

Si ricomponeva. Interpretava il ruolo che aveva scritto per se stesso. Ad esempio, quando teneva in mano un bicchiere o maneggiava un pezzo sulla scacchiera aveva l’abitudine di gettare il mignolo verso l’esterno.

Fuori, il tempo era brutto, perfino ostile. Si aggrappò alla ringhiera, tirò fuori una sigaretta. Mise la testa nella giacca, al riparo, per accendere un fiammifero, come gli uccelli mettono il becco tra le ali. Il vento spazzava via il fumo. Navigavano da dodici giorni. Il giorno prima, il “Miracle” aveva passato le Azzorre. Navigavano verso Lisbona, cioè verso le fauci dell’inverno e dell’apocalisse, nelle forme bestiali di una guerra mondiale.

Arthur Larrue