Céline: lo scrittore scandaloso che amava i gatti e che tutti volevano morto
Libri
Luca Bistolfi
Che cosa rende un pazzo, un pazzo? Che cosa ha di diverso rispetto alle altre persone? Cosa lo rende talmente insopportabile alla società da non potergli permettere di vivere all’interno di essa? Queste sono solo alcune delle domande che possono scaturire nella mente del lettore che si addentra tra le pagine de L’uomo che guardava passare i treni di Georges Simenon. Un romanzo avvincente e brillante, sì, ma soprattutto capace di mettere alla prova l’idea che abbiamo della società. Ma forse è bene andare per gradi.
La storia si apre con il racconto di una serata tipo in casa Popinga, a Groninga, Olanda: i figlioletti giocano nel salone, la moglie – indicata, per tutto il romanzo, come Maman, sottolineando un certo distacco romantico nei suoi confronti –, sistema l’album di figurine a cui è tanto affezionata e il nostro protagonista, Kees, siede sulla poltrona accanto alla stufa, intento a fumare un sigaro. È un uomo rispettabile ed estremamente stimato nella sua comunità: ha un lavoro importante all’interno dell’azienda navale Julius De Coster en Zoon, ha una bellissima villa e abbassa lo sguardo per la vergogna quando passa vicino alle case di piacere in città. È il tipico padre di famiglia.
Questo equilibrio viene, però, turbato da un evento distruttivo: una notte, dopo averlo cercato in lungo e in largo per risolvere un’emergenza lavorativa, Kees trova il suo principale, tale Julius de Coster Jr., in uno dei bar più malfamati di Groninga, il Petit Saint Georges, intento ad annebbiarsi la mente con grandi sorsi di grappa al ginepro. Viene a sapere, dallo stesso de Coster, che la sua azienda è sull’orlo del collasso, che tutti i risparmi investiti dai dipendenti nella stessa, finiranno presto in fumo a causa di un’imminente bancarotta causata dalla sua mala gestione. Non esibisce nessun segno di rimorso o senso di colpa. Rende Kees complice della messa in scena della sua morte e scompare.
A questo punto, nella mente del nostro Popinga, scatta qualcosa, un interruttore viene premuto, un filo si spezza. Tutto il suo duro lavoro sta per essere vanificato, tutto quello che ha costruito sta per andare in rovina. All’improvviso, una realizzazione: non gliene importa un accidente!
La storia si sviluppa con un susseguirsi di colpi di scena, tradimenti e fughe rocambolesche. L’omicidio della prostituta Pamela, ad Amsterdam, che paga l’umiliazione inflitta all’olandese con il suo beffardo rifiuto venendo strangolata da un asciugamano, e la conseguente scoperta dell’identità di Kees da parte della polizia. Di quest’evento si giustificherà in seguito, lo reputa quasi un incidente:
“ho saputo l’indomani che avevo stretto un po’ troppo l’asciugamano. Del resto, sarebbe interessante sapere se Pamela non soffrisse di cuore, giacché ha rinunciato alla vita con sorprendente condiscendenza”.
Successivamente: la fuga a Parigi e l’incontro con l’entraineuse Jeanne Reozier, che presenta Popinga al suo amante, Louis, il quale fingerà di aiutare il protagonista, con il reale intento di venderlo alla polizia; la fuga dalle sue grinfie e il ritorno nella capitale francese; le precauzioni prese per fuggire ai suoi inseguitori che sembrano a Kees talmente geniali da farlo ubriacare di superbia.
Su tutti i giornali si parla profusamente di lui, viene definito il “satiro di Amsterdam”. Viene snocciolata tutta una serie di ipotesi e congetture riguardo le sue motivazioni e le sue caratteristiche. L’olandese non ci sta, ha un’opinione di sé troppo elevata, troppo grandiosa, per lasciare che gli altri lo etichettino come un semplice squilibrato. Vuole fare chiarezza.

Durante uno dei pomeriggi parigini, decide di scrivere una lettera diretta al caporedattore del principale giornale di Parigi, che parlava molto della sua figura e aveva addirittura inviato dei giornalisti a intervistare la comunità di Groninga. Scrive per lamentarsi delle falsità che vengono dette nei suoi confronti, sia da parte dei suoi compaesani, sia da parte dei vari opinionisti cartacei. Scrive per sfogarsi e per spiegarsi, per dare la sua versione. Scrive un vero e proprio manifesto di Kees Popinga. “Signor caporedattore” esordisce “innanzitutto la prego di perdonare il mio francese, ma negli ultimi tempi, in Olanda, non ho avuto modo di fare molta pratica”.
Mantiene sempre una grande affabilità. Introduce il suo dispiacere nei confronti delle falsità che vengono dette e che vengono dedotte nei suoi confronti. Prende come spunto le parole della moglie, che descrive l’uomo che tutti pensavano che lui fosse: di buona famiglia e con un’ottima educazione, calmo e riflessivo, il cui unico sogno giovanile era quello di mettere su famiglia, un buon padre e un buon marito per sedici lunghi anni. Ella ipotizza che la causa di questi suoi malsani comportamenti sia una caduta avvenuta un mese prima in cui aveva battuto la testa. Decide di smontare punto per punto queste affermazioni. Sia la parte sulla buona famiglia che sulla buona educazione, che, secondo Kees, sono bugie che si è sempre raccontata, venendo lei da una ricca famiglia di campagna. Successivamente, confuta con vigore, la tesi secondo la quale lui sia stato un buon padre e marito:
“Non è più vero di tutto il resto. Se non ho mai tradito mia moglie è perché a Groninga si verrebbe subito a saperlo e la signora Popinga mi avrebbe reso la vita impossibile. […] A casa mia, o per meglio dire a casa di mia moglie (non l’ha mai sentita sua, ndr), per sedici anni ho invidiato quelli che escono la sera senza dire dove vanno, quelli che si vedono passare a braccetto di una bella donna quelli che prendono un treno e vanno via”.
Fa ora riferimento alle parole di un suo collega di lavoro, il quale ha affermato che, per Popinga, la de Coster fosse come una famiglia, che la sentisse sua.
“Le assicuro, signor caporedattore, che leggere queste cose fa cascare le braccia. Supponga che le dicano che per il resto dei suoi giorni lei mangerà pane nero e salame. Non cercherebbe di convincersi che pane nero e salame siano un cibo prelibato? Per sedici anni mi sono convinto che la ditta de Coster era la più solida e seria d’Olanda. Poi una sera, al Petit Saint Georges (lei non può capire ma non importa), ho saputo che Julius de Coster era una canaglia, e altre verità ancora di tal fatta. Sono stato ingiusto a scrivere canaglia. Insomma, Julius de Coster aveva sempre fatto, senza gridarlo ai quattro venti, quel che io avevo sempre desiderato fare. […] Mi creda se le dico che, per la prima volta da quando sono nato mi sono chiesto, guardandomi allo specchio: ‘per quale motivo ho deciso di vivere a questo modo?’ Nessuno! Ecco quanto ho scoperto riflettendo semplicemente, freddamente, su cose che non si affrontano mai se non da un punto di vista sbagliato. Insomma, ho continuato a essere procuratore per abitudine, marito di mia moglie e padre dei miei figli per abitudine, perché non so chi ha deciso che così doveva essere e non altrimenti. E se io, proprio io, avessi deciso altrimenti? Lei non può immaginare fino a che punto, una volta presa questa decisione, tutto diventi più semplice.
“Dunque, non sono né pazzo né maniaco! Solo che a quarant’anni ho deciso di vivere come più mi garba senza curarmi delle convenzioni né delle leggi, perché ho scoperto un po’ tardi che nessuno le osserva e che finora sono stato gabbato. Non so quel che farò, né se ci saranno altri avvenimenti di cui la polizia dovrà occuparsi. Dipenderà dai miei desideri. […]. Per quarant’anni ho guardato la vita come quel poverello che col naso appiccicato alla vetrina di una pasticceria guarda gli altri mangiare i dolci. Adesso so che i dolci sono di coloro che si danno da fare per prenderli. Séguiti pure a pubblicare che sono pazzo, se questo le fa piacere. Dimostrerebbe in tal modo, signor caporedattore, che il pazzo è lei, come lo ero io prima del Petit Saint Georges. […] In attesa di leggermi sulle sue colonne, mi creda il suo devotissimo (non è vero, ma è una formula) Kees Popinga”.
Una serie di eventi, di cui non si farà una dettagliata descrizione, per non rovinare qualunque tipo di sorpresa al lettore, porta l’olandese sull’orlo della crisi paranoide.
Sentendosi in trappola, smette di frequentare le birrerie – che davano sollievo al suo corpo, ma soprattutto alla sua mente –, per paura di essere catturato. Smette di dormire insieme alle donne di strada, non riposa più. La sua gelida mente calcolatrice si trasforma in una gabbia di isteria e paranoia, che lo porta a isolarsi dal mondo esterno che tanto si stava godendo sin dal momento del suo “risveglio”. Ci si mette di mezzo la sorte: un truffatore lo attira in un bar e gli ruba tutti i soldi che gli sono rimasti.
Perde il senno e decide di riprendere il controllo della sua vita in modo estremo. Decide di togliersela.
Si ritrova praticamente nudo, coperto solo dal cappotto, con la testa appoggiata su una rotaia della ferrovia, aspettando di essere ucciso dal primo treno di passaggio. Fallisce. Viene scoperto, identificato e catturato. Finisce così l’avventura di Kees Popinga. Il satiro di Amsterdam si trova in manicomio, dove viene trattato, ovviamente, come un malato mentale, ma non si rassegna. Continua a ostentare un grande senso di superiorità dei confronti degli altri. Sente le urla dei suoi coinquilini e li biasima, lui non sarebbe così stupido da farlo a sua volta. Vede i pazzi e prova pietà per loro.
Chiede un quaderno per scrivere le sue memorie. Scrive soltanto il titolo: “La verità sul caso Kees Popinga”. Questo non passa inosservato al medico che lo segue, il quale gli chiede il motivo per cui non abbia scritto altro. L’olandese risponderà: “non c’è una verità, ne conviene?”. In effetti, se ne conviene. Non è facile riuscire a dare un giudizio definitivo alla figura di quest’uomo. Indubbiamente è un violento e un egoista, facilmente condannabile e spregevole per tanti versi. Però è un uomo che solleva molte domande. È davvero pazzo colui che cerca di vivere la vita secondo i propri desideri? È davvero pazzo chi non ne può più dei ruoli e delle falsità imposte da una società fredda e non curante? In 1984, Orwell scrive: “Che cos’è un pazzo se non una minoranza composta da un solo uomo?”. È davvero lui il folle? Oppure lo sono tutte le persone che lo circondano, le persone che mai una volta nella loro vita si chiedono se il sentiero che percorrono fosse proprio quello a cui erano destinati?
Sicuramente Kees non è un personaggio adatto a vivere in società, ma che, grazie alle motivazioni che lo hanno spinto a rivoluzionare il suo modo di vivere, riesce a suscitare anche una sorta di amara simpatia nel lettore. Quest’ultimo, infatti, potrebbe pensare che sia effettivamente ingiusto passare la vita come quel poverello che col naso appiccicato alla vetrina di una pasticceria guarda gli altri mangiare i dolci. Anzi, potrebbe addirittura arrivare a condividere il principio secondo il quale ci si debba attivare per prendere quei dolci che tanto si desiderano. Possibilmente senza strangolare a morte nessuno. Infatti, niente di tutto ciò potrebbe giustificare le azioni spregevoli compiute dal personaggio di questo romanzo.
In definitiva, il signor Popinga è, sì, un uomo da cui prendere drasticamente le distanze, da giudicare negativamente, mancante di una bussola morale adeguata, ma è anche un uomo capace di far riflettere e di fornire insegnamenti preziosi. Una cosa molto importante, nell’esistenza di una persona, è la capacità di vivere la vita cercando di evitare compromessi, di vivere una vita tale da essere riempita di soddisfazioni, di cercare il più possibile di realizzare i propri sogni e desideri. Tutto questo per evitare di svegliarsi, all’alba della mezza età, pieni di rimorsi e frustrazioni, con il rischio di incappare in una crisi esistenziale, possibilmente risultante, per alcuni, in acquisti folli, come macchine da corsa o simili, mentre per altri – ma speriamo di no – in omicidi, furti d’auto e fughe in giro per l’Europa.
Daniele Moglia
*In copertina: Alex Colville, To Prince Edward Island, 1965