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Gli echi via Twitter, la tata in quarantena, lo sterminio della serie A e la psicanalista lacaniana: l’incredibile (e inutile) diario di Sandro Veronesi sul virus

L’Italia del virus è nella morsa dell’isolamento domestico e del distanziamento sociale. «Due estati fa otto romanzieri scrissero per “la Lettura” un romanzo a puntate: uno scrittore, una puntata», annuncia in terza pagina l’inserto culturale del Corriere della Sera. E avvia la pubblicazione di un “diario a staffetta” sui giorni del virus: otto puntate, otto narratori. «Comincia, come già due anni fa, Sandro Veronesi».

Scelta scontata, visto che è proprio “la Lettura” ad aver eletto il suo ultimo romanzo Libro del 2019, accreditandolo per il prossimo Premio Strega. Perché bisogna rispettare le gerarchie, alimentare le sinergie, proseguire la drammaturgia, sollecitare l’emozionalità dei lettori, capitalizzare il vantaggio. «Nella speranza che queste pagine di diario possano accompagnare anche la rinascita».

La rinascita. E Veronesi ci si getta subito.

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«Oggi sono morte 427 persone» è l’incipit. «427 è un numero mostruoso. Più o meno come se morissero tutti insieme i calciatori delle 20 squadre di serie A, titolari, riserve, allenatori, massaggiatori e pure gli arbitri. Proviamo a pensare come l’avremmo vissuta, a come la vivremmo».

Ci fermiamo e proviamo a pensarci. La serie A che viene sterminata, con tutti gli arbitri: un’immagine così potente che fatichiamo a riprendere fiato. (Se qualcuno si mettesse a sogghignare, si ricordi che resta la serie B).

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«È la Caporetto della scienza quella che stiamo vivendo», tuona il secondo paragrafo.

Caporetto. Della scienza. Aggirata da truppe nemiche che la mettono in rotta: un massacro.

Ma è al terzo paragrafo che lo sforzo immaginativo si mette a bombardare a tappeto: «Oggi era la festa del papà. La mia festa. Gianni se n’è ricordato subito, ieri a mezzanotte e sette, e da Prato, dov’è in isolamento insieme alla fidanzata, mi ha mandato un messaggio: auguri, babbo. Gli altri se ne sono dimenticati ― ma hanno tutte le giustificazioni. Umberto da solo, a Londra, dove si stanno accingendo a fare ancora peggio di noi, almeno in termini di arroganza e di doppiezza del messaggio: rintanato nella sua casuccia, con la sua piccola riserva di cibo e di prodotti per la casa, i suoi libri, il suo telelavoro con l’università, lo stendino in soggiorno con la roba ad asciugare».

Oggi era: ma siamo comprensivi, perché l’apprensione cresce. Non solo il figlio in isolamento insieme alla fidanzata, anche il figlio da solo, a Londra, rintanato nella casuccia. Con la riserva di cibo, ovviamente piccola, e lo stendino. E il telelavoro per l’università.

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«Cosa sta per succederti, figlio mio? Come passerai le prossime settimane? E tu Lucio, incastrato in quella che doveva essere la vacanza più bella della tua vita, in Australia con la tua ragazza, con il volo di ritorno per Londra che ti è già stato cancellato e un’infinità di domande che chiedono risposta. Soprattutto una: è meglio che trovi riparo laggiù, in Australia, e ci resti finché qui in Europa l’emergenza sarà passata, oppure è meglio comprare altri biglietti per tornare in Europa? Oggi ci saremo mandati mille messaggi, mille vocali, saremo stati al telefono mille minuti, ma non ne siamo venuti a capo. Vediamo domani, abbiamo detto. Qui ormai ogni giorno cambia il mondo, e con il mondo cambia il senso delle cose, delle scelte, del rapporto con gli altri. Vediamo domani. Ripenso ai versi di River Phoenix citati da suo fratello Joachim mentre prendeva l’Oscar: corri in soccorso con amore, la pace seguirà».

E noi seguiamo col fiato corto.

Incastrato. In Australia con la ragazza. La vacanza più bella. Con un’infinità di domande. Che, si badi, chiedono risposta. Un dramma enorme, mille e mille e mille. E cambia il mondo, ogni giorno. E ripensare a Joachim mentre prendeva l’Oscar: ecco la proiezione psichica, l’indomabile ossessione, il Premio Strega.

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Nel pieno dell’ansia, ci si butta all’esterno, fuori dal Paese infetto: «Il tema di oggi è ciò che ho detto l’altro ieri in un’intervista video via Zoom a un programma televisivo olandese ― e che oggi dev’essere andata in onda, perché me ne sono arrivati gli echi via twitter. L’ho detto in inglese, ora che mi vedo nello schermo mentre lo dico mi chiedo: ma sono sicuro? Sono almeno d’accordo con quello che dico? Ho detto questo: il coronavirus non è un virus, è un anticorpo. Noi siamo il virus, gli uomini sono il virus, io sono il virus, e questa epidemia è la flotta di anticorpi che la Madre Terra ci ha spedito addosso per cercare di fermarci. Ho detto questo. Nella mia lingua, qui in Italia, è una cosa che non ho mai detto. Nemmeno in casa, inveendo col telecomando in mano contro il telegiornale, come faccio ormai tutte le volte che accendo la tv. L’ho detto in inglese, l’altro ieri, via Zoom, agli olandesi».

Gli echi via twitter. Gettarsi attraverso la Rete con la foga del predicatore che ha ricevuto le stimmate della rivelazione, che grida: io sono il virus, noi siamo il virus, alziamo le mani tutti insieme! Ma non si azzarda a dirlo qui, perché potrebbero non capire; in Olanda fumano la ganja, sono avantissimo, mentre da noi è meglio andarci piano, il romanzo deve vendere, lo Strega deve arrivare, sono tutti suscettibili.

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«La natura sta cercando di sbarazzarsi di me, tirando alla cieca nel mucchio, uccidendo ogni giorno migliaia di miei simili». Ma lui si sta salvando. E questo ha costi altissimi: ineluttabili, nel sogno arrivano i tormenti della colpa: «Ero in un ristorante, di notte tardi, insieme a Vinicio Capossela e altre quattro persone, dopo aver presentato insieme un libro in pubblico. Il libro non era né mio né suo, forse aveva la copertina bianca (Einaudi?), forse era stato scritto da una donna. Forse l’autrice era al tavolo con noi. Vigeva una regola ferrea, per la quale si poteva stare in gruppi di sei persone al massimo: si fosse aggiunta una settima, una delle sette sarebbe morta».

Ecco. Nei tormenti dell’incertezza, nell’angoscia per le persone che muoiono ogni giorno, cosa si può sognare? Di presentare un libro. Erano lui e Vinicio Capossela, ed erano in sei. Forse il libro era addirittura stato scritto da una donna. Forse quella donna – addirittura – poteva essere seduta al tavolo con loro. Con loro. Ma non si sa, perché non si vedeva: forse non c’era. Su sei persone la donna è una figura paventata, invisibile, inconsciamente rimossa dai due patriarchi. È la copertina bianca (Einaudi?) il vero sogno proibito, la possibile chiave per un futuro Nobel.

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E qui, inevitabilmente, interviene la psicanalista: «La bellezza di essere in analisi con una lacaniana è che la cosa più importante di questo sogno, partendo dalla quale abbiamo svolto un’interpretazione assai ricca di nettare, è il significante “sei”: non già inteso come numero bensì come seconda persona singolare del verbo essere. Un punto di partenza formidabile per precipitare subito, senza tanti preamboli, nei crepacci del sé, con tutto quel che segue».

La bellezza: ecco la parola salvifica in tutta questa sofferenza. Farsi psicanalizzare da una lacaniana, nel grande impegno per «accompagnare la rinascita», come dice l’intento programmatico: l’interpretazione illuminata del sogno, ricca di nettare, per precipitare subito nei crepacci del sé.

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Ricapitolando.

Forse c’era una donna, che forse era un’autrice, ma forse non era un’autrice e nemmeno c’era (l’ovvio patriarcato). Mentre i figli soffrono con le fidanzate, o in isolamento o incastrati in vacanza, o soli nella casuccia-a-Londra con lo stendino (classica upper class radical-chic, che spedisce i figli in London o a spassarsela nell’emisfero australe), la Madre Terra ci manda addosso gli anticorpi per distruggere il virus che siamo noi (se io sono il virus, perché violento la Terra col mio stile di vita da upper class writer, lo siete anche voi, non potete chiamarvi fuori: alzi la mano chi non ha mai mandato un figlio a Londra in telelavoro per l’università). Ma tutto questo lo si dice agli olandesi (lo scrittore primario, internazionale, pluritradotto, se dice una cosa scomoda là, subito arrivano gli echi via twitter). Non lo si può dire qui, nemmeno inveendo col telecomando contro il telegiornale dal divano: perché anche il televisore può avere orecchie, e qui si rischia di essere giubilati in un’ora (Italia arretrata, con la Rete che pullula di ignoranti livorosi leoni da tastiera, haters pieni d’invidia sociale verso gli illuminati radical-chic e major writers che raccolgono premi). E quando la lacaniana (come nell’upper class in stile Greenwich Village, mettersi in psicanalisi è un must) dice che il numero sei significa che tu sei, e sei tu il virus, subito si cade pieni di nettare nei crepacci del sé (a Prato, però).

E tutto questo, sia chiaro, «facendoci veramente un grandissimo culo – perché non ho avuto il tempo di dirlo ma noi abbiamo la tata in quarantena in casa, una persona in più di cui occuparsi, una in meno a dare una mano».

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Un diario studiato per mettere in chiaro le cose come sono, con una chiarezza invidiabile, quasi lapalissiana. Uno spaccato concettuale che inaugura una staffetta promettente, non privo di perle di saggezza: «Intanto, cominciamo a entrare nell’ordine di idee di rimettere i debiti ai nostri debitori. Sarà il primo passo, inevitabile, perché i nostri vengano rimessi a noi – e, dopo, ripartire».

Amen.

Paolo Ferrucci

 

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