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Per sopravvivere al Premio Strega giocate sulla sabbia con la tigre di Rudyard Kipling… (Ops, ha vinto Veronesi, chi l’avrebbe mai predetto?)

Tutti questi romanzi premiati, tutte queste liste alla lavagnetta.

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Non sarò mai tra quelli che spingono altri a scrivere un romanzo. Non adesso, almeno. I romanzi sono cose da borghesi o no? Sono veramente orribili i borghesi che domani compreranno il libro premiato?

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Ma che hanno questi borghesi che non va? guardate che non è bello essere non-borghesi: vedete in America che succede: da sotto i non-borghesi muoiono, oppure, dall’alto, comandano ad altri di uccidere i non-borghesi. Teniamoci stretti la nostra ipocrita miniborghesia: è il meno peggio di tutto. Con tanto di romanzi.

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I romanzi sono cose che si scrivono dopo, essenzialmente dopo averli vissuti: e quasi tutti invece hanno ancora tantissimo, anzi tutto da vivere. Non si dica poi di quelli che i romanzi li scrivevano a vent’anni, quando a vent’anni avevi già finito di vivere. E adesso, invece, vedete come siamo ancora arzilli a cinquanta, a sessanta, addirittura a settanta, viagra e Premio Strega permettendo.

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E oltre a scrivere privatamente, cioè a comunicare a qualcuno, si deve continuare anche a prendere appunti, nella propria testa o sui fogli: che non una brezza, o una piega di pelle di un qualche cliente o di un qualcuno di cui noi siamo stato clienti possa mai sfuggirci.

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E che un incontro casuale sulla spiaggia, che sia con il fantasma di Kipling o con una sagoma reale, abbia sempre la stessa intensità (narrativa) della preda a lungo cacciata e mai presa. E che trionfi sempre l’amore, anche quando non si sa bene cosa sia. E il madistomaco.

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Mentre strologo così, su Rai3 i vari pretendenti allo Strega sciorinano le loro convinzioni e Sandro Veronesi dice sicuro di sé che “il romanzo è borghese”.

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I romani antichi, come Veronesi e diversamente dai greci e dalla loro divina follia, non hanno capito però che la scrittura deriva dall’Olimpo. Così i romani si sono fatti cristiani, inventando lo spirito borghese ben prima della borghesia, ed è per questo che il genere romanzo porta il loro nome nella sua etimologia e nella sua storia: cosa c’è di più stucchevole di un popolo che rinuncia ai baccanali per apparire buono? E Nietszche lo diceva, però si arrabbiava di più per l’aver rinunciato ai baccanali che per il cercare di apparire buoni, che in fondo è molto peggio, anzi, è del tutto demoniaco.

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A mio modesto parere, il problema non è nello Strega ma in un certo modo di dire ‘romanzo’: che deve apparire buono, che deve apparire risolto in sé, come gli uomini adulti, come gli edifici, le epoche storiche. Quando non c’è nient’altro in natura che abbia quella stessa forma, quando la natura (cioè la realtà non travisata con questi occhi sognanti di ombra e di uomo) è essa stessa incompiuta e non ha architettura o impalcatura, ma solo vertigini.

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Basta.

Credo di avervi detto abbastanza sul perché non dobbiamo scrivere ancora altri romanzi per precipitare invece altrove, nei desideri e, ancora di più, nel desiderio di continuare a desiderare: per avere storie da scrivere dentro al romanzo che non vorrete scrivere mai. Fino a che il romanzo sarà scritto, la ragazza pretesa e lasciata, i figli partoriti, i genitori invecchiati e tutto il resto andato avanti, senza nemmeno quella dannata vertigine che i maghi sanno vedere.

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Se così non sarà, si rimarrà nella gioiosa e ipocrita noia che i romani cristiani borghesi hanno edificato per proteggere le loro perversioni e fare, in fondo, dei romanzi più o meno brutti.

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In ogni caso, che rimanga poesia, umanità e dolore. Ma questo basterà a fare un uomo o della buona scrittura? Non credo, ma devono esserci necessariamente per non fare una brutta persona e un pessimo scritto. Il resto poi può essere qualsiasi altra cosa (persino l’odio, come insegnano Céline, Bukowski e altri).

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C’è un’altra cosa che si profila, sotto il terreno, pur solido, della poesia, umanità e dolore contrapposte ai premi borghesi dello Strega. C’è rabbia: va usata con delicatezza, lasciata sempre come un condimento che non prenda mai il sopravvento sugli altri tre che sono fondamentali. Alla fine anche la rabbia, più degli altri, caratterizzerà la scrittura o l’essere di un certo animo, ma se finisce per soffocare poesia, umanità e dolore, potremmo essere da buttare, divenire l’oggetto stesso della nostra letteratura e non più il soggetto, come è successo ad Aldo Busi, ad esempio.

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Per sopravvivere, infine, leggere in pullman la Bellonci che fondava lo Strega.

Leggere Virgina Woolf in una montagna dove stanno scavando una galleria.

Invece di Carofiglio, andare alla radice del suo stile alla Hemingway leggendo i racconti di Kipling venticinquenne. Sentire la sabbia bollente sotto i piedi e sognare una tigre del circo che gioca sulla spiaggia con Kipling.

Andrea Bianchi

P.S. Incidentalmente, Sandro Veronesi ha vinto il Premio Strega. Chi l’avrebbe mai predetto…

 

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