27 Luglio 2022

Niente sesso, siamo letterati. I Vittoriani sono più estremi di Pornhub

Domenica scorsa su “la Lettura”, si è parlato – diciamo così – di sesso. Titolo anodino, fiacco, “Le parole per dirlo”, per dire di un tema vecchio come il mondo: “raccontare il sesso”. Nicola H. Cosentino parte da un antico saggio di Douglas Bush, Sex in the Modern Novel – pubblicato nel 1959 sul “The Atlantic” – dicendoci che “il sesso è l’unica sfera della vita in cui contribuiamo a qualcosa di universale rivendicando come tutti un desiderio individualista”. Gli esempi addotti dall’articolista – i libri di Francesco Pacifico, Viola Di Grado, Valentina Della Seta, Lillian Fishman e altri che leggete qui – non mutano il clima letterario complessivo: la liberazione dei costumi, diciamo così, ha ingabbiato la scrittura del corpo in una specie di vergine di ferro. Nella civiltà di pornhub e di instagram, del corpo esponenzialmente esposto, fotografato, cliccato, sfatto, artefatto, elaborato, ossesso, disinfettato, depilato, limato, il corpo è invisibile, invitto, infine sconosciuto. Nessuno sconfina oltre il ritocco, la palestra serve a badare la superficie, per fingere che tutto sia lì. Pare una gnosi a contrario: privi di anima, depravati, idolatriamo la materia purché sia intatta, fotogenica, esatta. I corpi che ci vagano intorno, mascherati, con o senza mascherina, sono come fette di pollo sotto plastica, gli hamburger impacchettati nei reparti refrigerati del supermercato: qualcosa di risolto, depurato, che non è più carne.

I corpi, oggi, non sono più carnali. Sono corpi privi di carne.

Di fatto, siamo sotto assedio di corpi già risorti, intoccabili, che dunque non avranno alcun riscatto nell’al di là, pura putrefazione, merce per vermi.

Allo stesso modo, poiché il corpo è tutto e, cristianamente, esige la ferita – che è sempre feritoia verso gli altri mondi – e il sangue, il calvario e la passione, l’unzione e l’effrazione, la scrittura del corpo resta esangue, adatta a questa editoria vegana, socialmente utile, per lettori-vampiri senza denti, semmai bavosi. Il corpo si immagina, il sesso si fa sotto i riflettori, riflettendo; l’arcano è lontano, il mistero svanito, gli umori evaporati: oggi ci si scopa scopando un altro, accessorio.

È affascinante, a pensarci, questa sottrazione del corpo dalla letteratura; il tempo presente ha fatto della sessualità una questione partitica, per bassi coprofagi parlamentari: si denuncia tanto aperto verso le diversità da rivelarsi ultrapuritano nel gesto letterario, dove il sesso resta un tabù, l’abiezione è indecente, indegno scrivere con libertà trinitaria di alcova e latrina. Il corpo, perciò, è affare del tutto politico, mai scritto: poiché ciò che si inscrive esiste senza esitazione, assale, sessuato, divora – e tutti, in fondo, preferiscono la giusta causa alla messa in questione del giusto.  

Per questo, quando scrivono di sesso, genericamente, i contemporanei sono grotteschi, riducono l’atto a mera evidenza biologica, o a statuaria d’accatto di corpi finti, pupazzi in amplesso, roba da sega mentale, che pena. Eppure, non si scrive altro che il corpo, il corpo astrale della Sulammita, quello sprecato e claustrale della monaca manzoniana; il corpo speziato di Circe e quella spazzato di Arianna; il corpo incestuoso di Giocasta e quello recluso nel desiderio di Ikuko, protagonista de La chiave, magistrale romanzo di Jun’ichiro Tanizaki; quello di brama brumosa della Lupa, i corpi inerti delle “belle addormentate” di Kawabata e quelli esagitati della Passio di Giovanni Testori. Ma questo è un paese che ha terrore di pubblicare le pagine più violente di Marcel Jouhandeau, autore per cui il corpo è un sacrario da dissacrare, conserva l’insania del rito, entità feroce dell’ostia, nel solco della conturbante mistica femminile (Angela da Foligno, Veronica Giuliani, Louise du Néant) e della narrativa epistolare del Settecento francese (Julie de Lespinasse, Mademoiselle Aïssé, Madame de Sévigné…), dacché non c’è distanza tra cortigiane e novizie, tra intrighi di corte e preghiere nel chiostro, tra dissipazione e redenzione. Questo è un paese che preferisce il confortevole Haruki Murakami – strano, lunare, esotico, mai perturbante – all’osceno Ryū Murakami, autore di un romanzo di torbida violenza, Tokyo Decadence, un tempo stampato da Mondadori, da tempo introvabile.  

Che tempo strano, questo: tutto è possibile, dunque tutto è sotto censura. Svaginare il corpo, sconfinare nello sputo, fare speleologia nel tabù non va bene, la carne resti immacolata, la crioconservazione preserva dal massacro del tempo un corpo già morto. Desideriamo, chissà, carne in cui specchiarci, adesiva a una cronica idea di anima, al dettaglio, da acquistare – non più da acquisire.

Così, i vecchi vittoriani, eredi di una cultura della forma, del sospetto reciproco, della vergogna sotto il tappeto, rischiano di rivelarsi, in letteratura, molto più liberi e libertini di noi che apparteniamo all’era del culo all’aria. Piccolo esempio ovviamente inedito nell’Italia dell’inedia letteraria. John Camden Hotten, eccentrico editore londinese che divulgò in Albione le opere di Walt Whitman, Mark Twain, Bret Harte e Ambrose Bierce, aveva una passione per i libri proibiti. Pubblicò, per dire, le ballate di Swinburne accusate di indecenza. Il suo capolavoro, tuttavia, è la stampa del poemetto erotico The Rodiad, nel 1871, specie di manifesto dell’arte della flagellazione. Per sviare i paladini del buoncostume, l’editore retrodatò il canzoniere al 1810, conservando l’anonimato dell’autore. Si accesero polemiche, pulviscolari, e The Rodiad, ancora oggi, pur nella replica del tema erotico – godere attraverso il dolore, subito o inferto – resta uno dei libri ‘proibiti’ della letteratura inglese.

Lo ha scritto Lord Houghton, ovvero Richard Monckton Milnes (1809-1885), rispettabile aristocratico, uomo politico, amico di John Henry Newman, di Alfred Tennyson e di Ralph Waldo Emerson. Padre di tre figli, aveva imbracciato la causa femminista; per anni tentò – senza successo – di sedurre Florence Nightingale. Uomo retto, rispettabile, indignato, aveva scritto una biografia letteraria di John Keats; la sua collezione di testi erotici era di tale entità e importanza che la donò, perché fosse custodita e ampliata, alla British Library. Ah, la divina contraddizione, le personalità sdoppiate, l’angelo che si deforma in demone…

*

The Rodiad

[frammenti da un canzoniere erotico]

Sono maestro della buona vecchia scuola
uno che ama ascoltare la vera musica:
il ragazzo potente, coraggioso, che implora pietà –
la mia misericordia è tale che mi accontento
soltanto quando le sue braghe, calate, sono lorde di sangue –
non c’è godimento più vasto
che ammirare le contorsioni di un flagellato
quando i lunghi bastoni sferzano
le cosce o le fruste galvanizzate dalla cera
raffinano le chiappe, tatuano i fianchi.
Non esiste disciplina maggiore
a questa mi attengo con gioia.

*

La monella mi stringe le ginocchia
chiede perdono mentre la piccola pipa
sconfina sulle sue gambe pallide.
Per anni la mia sopraffina gioia
è stata flagellare la mocciosa sedicenne –
cavalca mostrando la suprema geometria
del dorso robusto; il mio John la piglia,
sorride, sperimenta i limiti e le torsioni
delle ragazze ribelli.
Alcuni maestri usano il cavallo di legno
a cui legano la preda: la carne si strazia
ma il marchingegno, in realtà, terrorizza.

*

Ridicoli sposi che nel sonno notturno
immaginano ciascuno il proprio cucciolo
dispettoso incatenato, denudato, che grida aiuto!
Non amo fantasticare – anelo alla furbizia
della carne che s’inginocchia e fugge – lo scandalo
che vibra di paese in paese.
Attieniti alla bestia vivente – alla ribelle
che aumenta la tua eccitazione:
bella come una betulla, rapace, con il culo al galoppo;
ecco cosa significa per me “venga il tuo regno”.
Non avere remore – molla lo sposo fidato
dimentica il pudore nella stanza nuziale, claustrale.  

*

Cosa? Una vergine, muta di paura –
le farò perdere le ansie da scolaretta;
la educherò con dolcezza e lei porterà
la colpa per una settimana, forse meno,
quando due verghe le si contorceranno
addosso, spezzandola.
Tutta la scuola si rallegrerà ammirando
la giovinetta gloriosamente benedetta.
Il terzo è un dilettante – lo devo provare.
Qualcuno cinguetterà, ho peccato!
La pelle è dura, il culo è piccolo:
la vittoria non mi darà soddisfazione.

*

Chi, per sua lussuria, usa i miei alberi,
si approfitta delle mie betulle.
Il culo, così, è il fine naturale
cui tendono le colpe o i fallimenti domestici –
errori, rotture, perdite, grandi e piccole,
sulla vile carne si disintegrano –
Il ragazzo con la frusta assolve tutti.
Qualsiasi uomo scornato dai rimproveri del padrone
sfoga sul culo di Billy la propria amara bile;
qualunque cameriera dileggiata dalla padrona
lo prende a pugni, lo sculaccia, finché la sua
rabbia non si frena: strani uomini quelli che
risolvono le proprie disgrazie sul culo altrui.

*

Ha abbastanza piaceri da fare impazzire un santo –
decine di splendide mogli davanti ai suoi occhi
per castigare il culo di un’intera discendenza;
è curioso come riesca a trovare il tempo per scrivere,
frustare e fottere giorno e notte – bei tempi –
ben prima della spazzatura filantropica –  
quando le carceri risuonavano di frustate
e ogni mattina incrociavi un noto ladrone
che gettava urla, legato al carro, per strada,
benedetto dalle grida gioviali della folla festante
che incoraggiava il carnevale del boia.

Gruppo MAGOG