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Cirus Rinaldi ha scritto un saggio sul ginepraio della prostituzione (in senso ampio) maschile. Benvenuti nel 2021

Letteratura e realtà, si fa sempre un gran parlare delle relazioni tra l’una e l’altra; il dato indubitabile – mi pare – è che una relazione ci sia, ma tra le due chi è che determina maggiormente l’altra? La letteratura d’accordo è fatta di parole ma le persone sono forse composte di altro, oltre che dei muti elementi che hanno in comune con tutto il resto? La realtà magari può fare a meno della letteratura ma le persone no e, antropocentrico per gioco-forza, faccio fatica a immaginare una relazione tra me essere umano e la realtà non solo umana se non attraverso il ponte delle parole. Sul ponte delle parole, sempre instabile e forse proprio per questo emozionante in ogni caso, ho incontrato Cirus Rinaldi, sociologo qualitativo interazionista, che scrivendo un saggio sociologico sulla sessualità, a mio vedere, ha aggiunto pagine interessanti all’inesauribile racconto della realtà umana. (Antonio Coda)

Cominciamo da un dubbio, legittimo, da parte tua: Uomini che si fanno pagare è un saggio sociologico, perché interrogarlo come fosse un testo letterario? Io leggo dal libro: “Con il sex work maschile, [le] rappresentazioni si complicano e gli intrecci si infittiscono, ed è bene così.” La parola intrecci mi rimanda da subito alla dimensione delle storie e d’altronde parlare di sessualità non significa parlare di ognuno di noi, proprio come fa la letteratura?

Si tratta diun punto di vista che mi permette di vedere il mio lavoro in maniera diversa. Bisogna tener conto che scrivere un lavoro di letteratura scientifica comporta delle limitazioni, che sono: l’accademia, il settore disciplinare e il modo in cui viene analizzata la sessualità in Italia. La struttura narrativa di un prodotto scientifico però può essere sfilacciata, forzata, come lo può essere il suo linguaggio. Uomini che si fanno pagare è un volume polivocale. Ha una parte di dimensione storica, una di applicazione teorica, c’è un’analisi istituzionale sul cosa significa sex worker,e c’è un’etnografia. Infine un capitolo finale che contiene non delle conclusioni ma quelle che ho definito delle inquietudini metodologiche e quelle riguardano la mia presenza sul campo. È inevitabile che le nostre biografie e le nostre identità si costruiscano tramite le parole, soprattutto quando in ballo c’è la sessualità. Con il libro ho messo in discussione quello che io chiamo lo sfondo. Se ricordi quegli strani esercizi di psicologia della Gestalt: c’è uno sfondo bianco, ti sembra di vedere due profili ma in realtà vedi un vaso. Ecco, è stato questo il mio lavoro, portare al centro lo sfondo. All’interno della dimensione abbastanza tabuizzata della sessualità siamo portati a vedere soltanto poche immagini, sono le immagini forzate dallo sfondo della normalità che mette in risalto le identità che la mettono in discussione. Con il mio lavoro, di sociologia cognitiva, io non problematizzo il sex worker, io problematizzo la normalità: problematizzo chi ci costringe a vedere il vaso nell’immagine. Uomini che si fanno pagare fin dal titolo mette in discussione la normalità.

Un titolo disturbante?

L’editore era molto scettico sull’utilizzare questo titolo. Io l’ho giustificato dicendo che solitamente diamo per scontato che a prostituirsi siano delle donne. Rimarcando fin dal titolo che l’argomento riguarda la prostituzione maschile finalmente stiamo marcando qualcosa che viene lasciato sempre sottinteso e implicito.

Un modo per sgomberare subito il campo dall’associazione, figlia del brodo di cultura in cui siamo messi a ammollo, secondo cui la prostituzione è donna.

Parlare delle soggettività che mettono in discussione il concetto di identità mi serve molto per parlare della normalità, della convenzionalità. Torniamo al linguaggio: la prostituzione è femmina, culturalmente. Se sei a Napoli, per esempio, e sei a Piazza Garibaldi e vedi delle donne semivestite la prima cosa che t’immagini è che siano delle prostitute. Se vedi dei ragazzi, allo stesso modo a giro per la stazione, non dai per scontato che siano dei prostituti, anzi potrebbero essere qualunque cosa, l’ultimo pensiero semmai ti venisse è che siano dei sex worker. Questo perché il nostro immaginario è costruito per riconoscere nell’abitante dello spazio pubblico il maschile: un maschio, a meno che non abbia delle caratteristiche che mettono in discussione la sua apparenza maschile, ne è considerato un abitante naturale. Il prostituto è invisibile non perché non lo vediamo di fatto ma perché i nostri modelli cognitivi sono filtrati dalla collettività e i filtri attuali non lo prevedono. Prendiamo come esempio il modo con cui i medici di metà Cinquecento immaginavano l’utero femminile: a vederne le illustrazioni l’utero sembra un pene, una guaina da riempire. Non perché gli anatomisti non vedessero com’era fatto l’utero ma perché secondo i modelli della collettività dell’epoca la realtà attesa doveva avere quell’aspetto e a quella si conformavano. I sex worker sono invisibili proprio perché sono ipervisibili, sono nello sfondo bianco, non vengono mai problematizzati. Dicevamo, il linguaggio: dire puttana a una donna conserva il suo valore di offesa, dirlo a un uomo fa quasi ridere e chi se lo sente dire potrebbe gongolare. Gli epiteti per i lavoratori sessuali sono molto retrò: marchettaro, per esempio, a noi fa venire in mente tanta di quella letteratura italiana del secolo scorso, oppure ci sono gli escort, con un subitaneo cambio di livello. Io mi sono occupato dei sex worker di strada, di chi spesso ha fatto del sesso di sopravvivenza, persone che non avevano uno smartphone da utilizzare per app o siti web dove proporsi.

Scrivi: il sex worker “amplifica gran parte delle simmetrie esistenti”. Nel tuo libro dai vocea chi tuttora non fa richiesta di averne una?

Domanda difficile che porta la persona che fa ricerca sul campo a comprendere quanto sia violenta la ricerca. Io sapevo che dopo le mie ore di osservazione tornavo a casa, lasciando gli altri là dove li avevo osservati, che fossero stazioni, piazze centrali, cinema porno. Io non credo di avergli dato voce. Non so neanche fino a che punto questo fosse il tipo di libro giusto per dargliela. Inoltre per la gran parte del campione che ho intervistato e seguito negli anni vale ancora quanto detto sul rapporto tra sfondo e figura: il non definirsi in un certo modo porta anche al non avere un’identità. I sex worker non si identificano nelle cose che fanno. Ti faccio un esempio pratico: quando chiedevo l’intervista non è che mi dicevano “Mi devi dare i soldi” o “Mi devi pagare”. Lo avessero detto, si sarebbero rappresentati simbolicamente come delle donne. L’espressione più utilizzata era “Non ti scordare il regalino.”

Non si può esercitare un lavoro che non c’è.

Nel volume quello che cerco di evidenziare è la difficoltà a definire esattamente cosa sia il lavoro sessuale. Nelle nostre vite di tutti i giorni c’è un continuum sesso-economico indipendentemente dagli orientamenti sessuali, dai desideri, dalle forme erotiche. Se il compagno A della persona B decide di fare sesso tutte le sere con B perché gli ha promesso di portarlo alle Seychelles, questo è lavoro sessuale o no? Se vado a un appuntamento al buio e faccio sesso con chi mi ha offerto la cena, è lavoro sessuale? In termini operativi nel mio studio do una definizione di cos’è il lavoro sessuale, però di fatto resta tutta una dimensione della sessualità a cui il concetto di lavoro sessuale non è del tutto estraneo. Pensa a dei ragazzi, li ho incontrati a Palermo, molto giovani, quando li ho intervistati avevano diciannove-venti anni, mi dicevano: “Sai, io passavo per la strada, in questo tal posto, e vedevo movimento di macchine, gente che si riuniva. Un tipo si è fermato e mi ha detto: Vuoi fare qualcosa? Io ti faccio un pompino, ma ti pago”. Questi giovani che hanno utilizzato questo tipo di espediente come forma di ammortizzatore sociale, o per comprarsi la roba o le Nike nuove, come puoi chiamarli se non si professionalizzano, se non si identificano in questo modo? O ancora: è semplicemente un modo per esprimere delle omosessualità latenti? Io dico di no, e questo apre un altro scenario sulle narrazioni.

Apriamolo.

Dico di no perché molti di loro, lavoratori subalterni quando non appartenenti alla grande massa dei diseredati, i soldi che prendevano facendo i sex worker li spendevano per fare i maschi normali. Cioè a performare quella maschilità che gli era preclusa per la loro appartenenza di classe. Anche i migranti, così facilmente identificati come predatori sessuali: devono fare i conti con la maschilità com’è prevista dai loro paesi d’origine: non possono farvi ritorno senza aver guadagnato nulla. Ma se i soldi guadagnati sono haram, sono soldi sporchi, vanno utilizzati solo per quel che comprano i soldi sporchi. Bisogna fare attenzione: per alcuni il lavoro sessuale può essere una risorsa per raggiungere i modelli di maschilità che noi proiettiamo, da vincitori economici. Come vedi, sono tante le asimmetrie in cui siamo tutti co-implicati. Alla fine, l’espediente della condotta omosessuale è quello scelto per poter entrare in qualche modo nella convenzionalità.

Nel tuo lavoro di racconto della realtà colgo il non voler cedere alla facile semplificazione, all’utilizzo di un modello magari immediato da spiegare ma che si allontanerebbe dalla realtà che è quel posto dove poi tutto si complica.

Le etnografie ti danno la possibilità di raccogliere molte storie ma non puoi scriverle tutte. Ricordo una persona, un migrante, che si accompagnava con altri uomini non perché avesse una dimensione sessuale erotica di spinta verso gli uomini, ma perché non era accettato dagli altri cuori. L’incontro sessuale per lui era una forma di riconoscimento. Una cosa straordinaria, e straordinariamente dolorosa. Straordinaria perché a dimostrazione di come in determinati contesti, in questo caso quello di un cinema porno che è poi stato chiuso negli ultimi anni, era l’ultimo di Palermo, si creava una sorta di comunità. Una cosa che per esempio avevo notato nel cinema porno è che gli omosessuali anziani e grandi anziani lo usavano come fosse una bocciofila, un punto di incontro. Per i ragazzi che ci incontravano lì alla lunga potevano diventare delle figure di riferimento. Al cinema porno ci si organizzava a mangiare la pizza. Era un luogo inclusivo per quegli omosessuali anziani e grandi anziani che altrimenti sono esclusi dalla piazza mainstream, glitterata, del canone gay.

A me viene in mente Aldo Busi e il suo fare metafora globale del Porno Cinema Mondo.

Non ho analizzato fino in fondo le relazioni di potere che si instaurano all’interno del mondo del cinema porno, sono molto complessi. Chi ha potere lì, in realtà? Di certo non sempre chi si darebbe per scontato che lo avesse: di sicuro non il più ricco.

Quel che a me piace in generale della saggistica è il come si deve preoccupare di avere una terminologia esatta, proprio perché deve diminuire nei limiti del possibile l’ambiguità dei significati. Scegliere la parola esatta è indice della buona scrittura stretto senso. Lo scrittore deve decidere quali parole usare e ancor di più quali scartare. Proprio perché so che ogni parola scritta è stata passata al vaglio, mi colpiscono quelle solitamente riservate all’argomento e che tu registri: popolazione patologica o a rischio, soggettività imbarazzanti, contaminazione, contagio, corruzione. Queste sono le parole prescelte dallo sfondo per mettere in mostra l’aberrazione delle figure dissonanti.

La normalità identifica sé stessa tramite il distanziamento. Le entità normali non hanno bisogno di dire chi sono, si identificano per negazione. Come succede nella socializzazione di genere tra maschi in qualunque città del mondo: alla domanda “Cosa significa essere maschio?” non rispondono facendo riferimento ad una identità positiva, cioè a un fare, ma a un non-essere-qualcosa: essere maschi significa non essere froci, o non essere femmine. Da qui le domande che mi sono posto nelle Inquietudini metodologiche: in che modo quello che io ho osservato è stato distorto da quello che sono, dalle mie caratteristiche emotive, corporee, di orientamento sessuale, di bianchezza, di etnia, di abilità, di classe sociale? La problematizzazione dell’osservatore che nei classici lavori di saggistica non viene posta.

È la preoccupazione della posizione del narratore, che riconosce come la materia narrata diventi un di cui di chi la narra, e fingere che non sia così significa non essere trasparenti, dare per scontato un candore che non c’è e che non ci può essere. Ti sottopongo un’altra frase che mi ha molto colpito, in particolar modo per il verbo che viene utilizzato: “il sex worker deve autorizzare sé stesso a compiere un’interazione sessuale stigmatizzata”.

È la cosa più interessante, è quando la parola anticipa l’azione o meglio è la parola stessa che diventa azione. Io compio un atto non perché indotto da una strana perversione o costituzione fisica, biologica o psichica; è bene chiarire che tutti possono essere dei sex worker. La mia azione è resa possibile non da caratteristiche che dipendono dal soggetto ma da come il soggetto si pone rispetto a quello che vuole fare o che s’intraprende a fare o che impara facendo. La giustificazione “Lo sto facendo perché devo portare soldi dentro” che effetto fa? Fa un effetto a me, quindi non mi devo sentire schifoso per questo. Mi serve? Allora la persona per cui lo sto facendo non mi considererà un soggetto abietto. Pur all’interno di alcuni percorsi di azione che potrebbe non condividere, giustificherà anche lei il mio scopo, renderà il mio sé più presentabile, e se il mio sé è più presentabile io posso compiere l’azione che non viene spiegata da una mia predisposizione interiore e resta al di là della riflessione sulla mia natura.

Leggendo il tuo libro l’impressione forte è che sotto sotto basti un soffio per far venir giù tutta la baracconata della normalità.

Siamo arrivati a un punto della messinscena in cui si ha l’impressione che anche il padrone si sia stancato di apparire come il padrone; ma in realtà non si è stufato affatto di esserlo. In molti ancora non sanno di essere degli oppressori. Molti giovani però stanno iniziando a riflettere e a problematizzare questi aspetti, sono al “Basta! Che noia questa normalità!”.

Il prostituto maschile così come ciascuno di noi si deve misurare con l’aspettativa morale. La morale, la norma che la determina, può essere solo oppressiva-repressiva? O gabbia o barbarie?

La norma non è semplicemente una forma di repressione, neanche la sanzione di per sé è una forma di repressione. Per fare un esempio preso dal passato, pensando al libro Psychopathia Sexualis di Krafft-Ebing: siamo a meta dell’Ottocento e molte persone sanzionate moralmente, transgender o omosessuali o lesbiche, per la prima volta anziché peccatrici diventavano malate, e per queste persone potersi dire malate significava comunque potersi identificare in qualcosa. La sanzione può identificare, viceversa la mancata sanzione nella norma nega l’identità, e un esempio di quest’altro tipo lo abbiamo nel Codice Rocco: all’interno del codice non era prevista una sanzione dell’omosessualità, semplicemente però per l’effetto retorico dell’identità: era un modo per negare nel periodo fascista anche solo la possibilità dell’inquinamento del maschio italico. D’altronde il fatto che non ci sia una persecuzione legale può avere e in certi casi ha avuto come conseguenza il fatto che non si venga a costituire un movimento omosessuale forte che si contrapponga alla sanzione. È il modello italiano: puoi fare tutto quello che vuoi basta che nessuno sappia quello che fai. Sono strategie storiche, e sai quando tutto cambia? Quando si rendono visibili i prostituti gay, quando ci sono le battaglie delle identità e il movimento delle persone omosessuali si sposta dall’America all’Europa e il maschio in strada deve cominciare in chiedersi: “Se resto qui mi possono scambiare veramente per gay?”. Quando non esiste una norma puoi esistere informalmente, non puoi esistere pubblicamente.

Continuando sul tema, e pensando a quando scrivi del rischio del non interrogarsi “sulla possibilità che sia il controllo a causare la devianza”: può esistere una morale non ideologica?

In realtà anche nelle situazioni che potremmo definire le più immorali possibili, chi ci dice non esista una forma di solidarietà e di comunità e quindi di una moralità legittima al suo interno? Penso a una delle forme più estreme che mi vengono in mente e attinenti al tema: le comunità di barebacking, i cui soggetti sanno di aver contratto l’HIV e giocano alla roulette russa contagiandosi. Da cittadino l’unica cosa che avrei da appuntare è che spererei non gravassero sul sistema sanitario nazionale. Poi mi dico: io sono un fumatore. Se mi venisse il cancro? La questione diventa complessa quando prendiamo in considerazione i rischi che associamo a delle condotte. Qualunque lavoratore deve tenere in conto i rischi a cui lo espone il suo lavoro. Perché quando abbiamo a che fare con la sessualità non dovremmo pensare ai rischi a cui ci espone e accettarli? Il problema è sempre il come pensiamo socialmente la sessualità. Lo sforzo deve stare non nel giustificare le cose ma nel comprenderle. Nella cultura del barebacking c’è una idea dell’infezione che porta a costruire dei legami familiari di sangue per sempre, tramite la siero conversione. O soggetti che compiono queste azioni in modo rituale immaginano di infettarsi passandosi il virus del paziente zero, formando una continuità, una discendenza. Il soggetto che riceve il seme infetto si considera portatore di un dono e il soggetto più penetrato anche in maniera violenta da più persone diventa il più resistente, il più virile, mettendo totalmente in discussione le idee comuni sulla virilità. Ponendosi adesso sul piano morale da sociologo qualitativo interazionista quale sono e tenendo conto di come ad oggi i progressi della medicina offrono delle terapie che riescono a rendere l’HIV undetectable, tale che è impossibile anche nella persona infetta individuare il virus, quello che mi chiedo è: si stanno costruendo tramite la bio-medicalizzazione dei nuovi soggetti sessuali responsabili come il neoliberismo li vorrebbe? Secondo i quali sono io che mi assumo i rischi, io che mi curo e che rispondo soltanto al mio desiderio individuale? Oppure: è possibile che lo stesso tipo di comportamento possa essere spiegato come un’assunzione di responsabilità e di solidarietà dove è il desiderio che ti spinge a creare delle comunità? Consiglio a questo punto, per chi non lo conoscesse, il film Shortbus. Cosa succede in Shortbus? In periodo post-AIDS e post-Bush, durante il quale stare assieme era pericoloso, in un momento in cui la Thatcher diceva che non esistono la collettività e la società, esistono solo l’individuo e la famiglia, ecco che per superare la paura i personaggi in Shortbus si mettono a fare sesso tutti quanti assieme: è il desiderio che li salva dalla mancanza di socialità. Come vedi possono coesistere e coesistono di fatto entrambe le realtà: quella della sessualità come rivendicazione individualista e quella della sessualità come piano di rifondazione comunitaria. Mondi morali alternativi posso convivere pacificamente e in alcuni casi già lo fanno.

Continuando a problematizzare il tuo lavoro e la tua scrittura, quello che vai a raccontare proprio così, sento quanto sia importante nel libro un’etica del racconto, per esempio quando scrivi che: “il soggetto conoscitore è dunque un ‘soggetto passivo’”. Portando a termine la mia suggestione di leggere il tuo saggio sociologico come fosse un arco narrativo e volendoci individuare una spia lessicale parlante, la scelta dell’aggettivo passivo la leggo come un’ulteriore azione di messa in discussone della figura dell’attivo quale unico soggetto non stigmatizzabile.

Etica del racconto per me ha significato cercare di capire perché ho visto le cose che ho visto, giustificando il mio averle viste, evitando qualunque tipo di retorica della scoperta da ricercatore razionale che mi sembra un po’ da macho. La scoperta della ricerca: ma siamo poi sicuri di star scoprendo e conquistando qualcosa, di essere così sistematici, rigorosi? Oppure incontrando i co-ricercatori, i co-soggetti della ricerca, stiamo ricercando un po’ anche noi stessi? L’obiettivo è sempre quello di mettere in discussione il modo in cui la ricerca che si fa può poi produrre degli standard. L’idea di scrittura distaccata e distante era qualcosa che mi pesava. È stato rileggendola successione dei capitoli, quando il libro era in bozze, che mi sono accorto di come via via ero sceso sempre più nel particolare, fino a
presentare l’incarnazione di una soggettività che era la mia.

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