“Perché mai la gente viene al mondo? Solo per morire? Tanta fatica per nulla…”. Mi sono immaginato Aldo Busi nella Cuba violenta di Pedro Juan Gutiérrez

Posted on Luglio 10, 2020, 9:57 am
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Bello e spietato come Il re dell’Avana, di Pedro Juan Gutiérrez (L’Avana, 1998), per la letteratura italiana a me viene in mente solo La camicia di Hanta, di Aldo Busi (da appunti presi su settantadue fogli di scartafaccio nell’aprile del 1998). Leggendo il primo e rileggendo il secondo a stretto giro l’uno dall’altro si sono formate strane connessioni, sono saltate le coordinate geografiche e temporali, alla mente del lettore d’altronde è consentito qualsiasi cortocircuito, allora perché Reynaldo, il mulatto cubano protagonista del romanzo di Gutiérrez, non potrebbe essere uno dei tragici e commoventi personaggi di scorcio annotati nelle pagine scritte da Busi nel suo tour turistico nel Madagascar? Senza star lì a guardare il continente.

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Gli approcci e gli esiti linguistici non potrebbero essere più distanti l’uno dall’altro. Gutiérrez è il narratore onnisciente che tutto vede e che niente giudica: di Rey conosce la vita e la morte, non gli ha staccato gli occhi un attimo di dosso, c’era quando in carcere Rey si è fatto cucire nel glande i pallini d’acciaio presi da un cuscinetto di bicicletta (“Se le sai usare le femmine impazziscono”), quando stava per annegarsi in mare (“Quella sensazione deliziosa di andarsene per sempre lo attraeva”), ricorda i ricordi che Rey rifiuta categoricamente di ricordare (“Rey si girò sui tacchi e se ne andò. Si annusò le ascelle. Era lercio, puzzava di sporco e di sudore. Quell’odore gli piaceva. Gli ricordava casa sua. Ma non voleva avere ricordi, di niente e di nessuno. Li cancellò”). Reynaldo a diciassette anni compiuti da poco ha l’aspetto smangiato, usurato di un trentenne arrivato al termine della sua notte e Gutiérrez in 250 pagine spedite, frenetiche, fameliche, lanciate come sassi risucchiati dallo stagno, ha raccontato una vita e molto più della vita di Rey: ha raccontato quella Cuba di tutti in cui nasce e muore l’animale umano quando non impara niente, quando non c’è nessuno che abbia provato a insegnargli che si può essere altro da così, un altro rispetto all’io che la biologia e la storia personale e ancestrale ti hanno tatuato addosso come la colomba che Rey si tatua nella parte interna dell’avambraccio usando un ago da cucire e per inchiostro mescolando un po’ di sapone alla fuliggine di una lampada a kerosene. “Perché mai la gente viene al mondo? Solo per morire? Non c’è un cazzo da fare. Tanta fatica per nulla. Vivere, combattere ogni momento perché gli altri non ti rompano i coglioni, nient’altro che merda”.

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Busi è agli antipodi del giornalismo gonzo o platealmente ingaggiato, oltre che dello stile scarno e sporco di Gutiérrez. La camicia di Hanta non è un reportage con incorporati i diritti per farne qualcosa di hollywoodistico subito dopo l’iter burocratico della pubblicazione. Nel libro il Busi che ricordando racconta ha quarantanove anni, ha raggiunto uno status stabile quanto occorre per potersi far passare per un etero in pensione e prenota il viaggio in agenzia. In Madagascar ha una guida e un autista, si sposta da albergo e albergo, come a dire: per vedere quello che però ha visto lo stesso non c’è bisogno di coperture o operazioni da infiltrato, basta scorgere nel fuori il fuori che c’è e non ricoprirlo sempre con le proprie aspettative indebite e prepagate, non fingere di vedere lo spettacolo che non c’è il cui unico indizio d’esistenza era nel quanto t’è costato. Per di più, che fai: viaggi fino in Madagascar e al ritorno invece di raccontare quanto è bello il mare e che belli sono i lemuri bianchi, dovrai testimoniare che anche lì hai trovato quell’umanità dalla quale sei in fuga continua pur correndole perennemente incontro? Incontro all’umanità invisibile in piena luce: “il colore della pelle è di un bruno tragico e solare dentro tutti quegli indumenti laceri e bucherellati, vestine e sottovesti in cui manca una spallina o che sono senza schiena, senza bottoni, con gli orli a giorno scuciti e penduli; le acque in cui le donne e i bambini sbattono e strizzano e risciacquano sono marrone e spesso vicine agli sfoghi di fogna, che li laveranno a fare, santa pazienza?”.

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La storia di Busi sono le storie degli altri: ascoltate, spigolate, sottratte con gli occhi al mondo per renderle righe di letteratura, sfiorate senza mai toccarle veramente, come se chi le riporta non compisse mai l’ultimo passo, per pudore e per dare all’altro l’opportunità di essere lui a colmarlo: se nell’altro non ispiri la volontà di imparare a camminare da solo, fosse pure per poi fare quel passo che lo separa da te, quella che seguirebbe non potrebbe mai essere una storia d’amore, dunque di libertà, ma la prossima storia di possesso e di dipendenza, un altro sasso inghiottito dallo stagno, un’ennesima vita umana vissuta nella banale condizione animale che non s’è voluta emancipare in nessun grado perché già solo il vivere le sa di torto irreparabile, di bernhardiano affronto subito. “Prendere gli individui per quel che sono non significa altro che sfruttarne i rami morti: ma a me non interessano i rami morti, e del resto spetta a me cavarne la linfa che non hanno e restituirne memoria alle radici”.

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I lettori, quelli stupidi come me, cercano i lieto-fine che gli scrittori che lo sono per davvero, come Busi, come Gutiérrez, non scriveranno certo per conservare intatta la stupidità. Sono troppo lungimiranti: per poter continuare a scrivere i libri belli che scrivono lo sanno che hanno bisogno di lettori meno stupidi, di lettori disposti a capire che la letteratura è sì un’evasione ma che alla fine del tunnel che ti scavano dietro gli occhi si sbuca esattamente nello stesso punto dove ci si trovava prima, e se prima eri in una prigione alla fine del tunnel sarai di nuovo in prigione, con la differenza mica da poco che adesso hai una scusa in meno per non chiamarla prigione, per non chiamare vigliaccheria il tuo non fare nulla di concreto per tirartene fuori. Il lettore stupido che sono però un lieto fine se lo immagina lo stesso e si immagina Rey il re dell’Avana che nella discarica delle carrozzerie marce e arrugginite, nel vecchio autobus sventrato in cui s’inventò un riparo per sé e per Magda, circa a pagina 242, ci trova una copia strapazzata de La camicia di Hanta, sono disposto a sacrificare la mia purché Rey la trovi prima che Magda riappaia per l’ultima volta e per l’ultima furiosa litigata (“Io invece non ti rispetto un cazzo (…) Con il padre di mio figlio, sono stata! Sì, perché quello è un vero uomo! Che mi aiuta, mi dà di che vestirmi, mi fa mangiare, mi dà dai soldi, mi porta a passeggio! Quel negro sì che è un uomo vero!”). Voglio che Rey, esasperato dalla fame e dall’attesa, compia persino l’atto inconsulto di leggere La camicia di Hanta… No, meglio l’audiocassetta. Rey non sa leggere, per lui ci vuole l’audiocassetta della traduzione spagnola de La camicia di Hanta, ci vuole sia l’audiocassetta che un mangianastri funzionante… Vedi cosa pretende la stupidità?

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Nel ’98, data che Gutiérrez indica come fine stesura del romanzo, certo non come data interna al romanzo, nel romanzo si viene a sapere che la vicenda si conclude nel mese di gennaio, la stupidita vuole che il personaggio analfabeta inventato dallo scrittore cubano entri in contatto con la copia del libro dello scrittore italiano che esisterà sottoforma di scartafaccio soltanto tre mesi dopo, a stampa ci andrà nel 2003. Nel gennaio del ’98 il viaggio di Busi in Madagascar non è ancora stato compiuto ma la stupidità del lettore vuole ricollocare tutto, piegare le circostanze in base a quella che chiama volontà di immaginazione e che invece è capriccio, l’ammissione del suo disagio, del suo non sapere star di fronte alla realtà, neppure quand’è letteraria. Eppure come mi sarebbe piaciuto che il diciassettenne dell’Avana avesse ascoltato la frase del narratore di La camicia di Hanta quando, dopo aver assistito alla scena di un padre che insegna al figlio come si lanciano le pietre sullo stagno perché ci facciano qualche rimbalzo prima di andare giù a fondo, gesto di cui si sente incapace, scrive: “abbiamo dovuto imparare tutto da noi e quel poco da soli, come se nessuno l’avesse mai appreso prima per insegnarlo dopo (…) così male che è una fortuna… una vergogna risparmiataci… non avere nessuno cui tramandarlo”.

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Il lettore stupido che sono avrebbe voluto che il personaggio di Gutiérrez potesse così fare a tempo per pensare: allora non è successo solo a me di sentire del tutto il suo fondo, non sono il primo e non sarò ultimo, la mia storia può essere un’altra storia se mi dispongo a raccontarmela come va a me. Avrei voluto che Reynaldo cambiasse il finale che Gutiérrenz aveva in serbo per lui. Che finale laccato e posticcio! E inutile: Gutiérrez non ammette scampo, il suo romanzo è inattaccabile, la psiche di Rey non si può più deformare o riformare poiché Rey non ha mai avuto il tempo e il modo di averne una. “C’è chi vive alla giornata: Rey viveva al minuto. Solo il momento esatto in cui respirava. Il che era decisivo per la sua felicità, ma al tempo stesso gli rendeva impossibile una proiezione positiva. Viveva come l’acqua stagnante di una pozzanghera: immobile, contaminata, in perenne evaporazione nel mezzo di una putrefazione nauseabonda. Scomparendo pian piano”. D’altronde: “Il tempo dei poveri scorre in modo strano”. Ancora di più: Busi non procaccia panacee, al contrario: la vicenda di chi racconta le storie degli altri non è mica meno drammatica dei protagonisti dei drammi raccontati. Chi li scrive li rivive in sé forse patendoli più di chi li ha messi nella scena della propria vita con bestiale inconsapevolezza.

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Una morale? “C’è posto per tutto, e niente deve provare nostalgia di non essere stato altrove invece di essere dov’è: sarebbe stata assolutamente la stessa cosa, la stessa posizione, lo stesso rimpianto dell’ingrato”. Il lieto fine non esiste: esiste la vita e la responsabilità di viverla a partire dal così com’è. Che resti in vigore il verdetto del re dell’Avana sul regno della sua vita? “Perché mai la gente viene al mondo? Solo per morire? Non c’è un cazzo da fare. Tanta fatica per nulla. Vivere, combattere ogni momento perché gli altri non ti rompano i coglioni, nient’altro che merda.” Rey è stato sedotto e vinto dal rimpianto dell’ingrato. Rey è pienamente legittimato a rivendicare la sua ingratitudine ma tenendosi stretto a quella ha perso l’occasione di detronizzarsi da sé dal reame della desolazione.

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Gli scrittori che non scrivono per rendere più stupidi i lettori stupidi sanno che i veri lieto fine si scrivono durante i romanzi, non alla fine. Gutiérrez scrive: “Proseguì lungo Belascoaín osservando le donne che passavano sul marciapiede: negre, mulatte, bianche (…) Lussuria, desiderio, sensualità, il sudore lungo la schiena, l’andatura morbida e ancheggiante, lo sguardo di sfida. Era un buon posto. Sporco, in rovina, ogni cosa a pezzi, le case semidistrutte, ma la gente sembrava invulnerabile (…) Fra rovine e sporcizia, godevano.” Busi scrive: “È apparsa così, di prima mattina, come appaiono gli aquiloni colorati dietro un casamento abbandonato, e se non se ne va via, resta là seduta a ricamare sullo sgabellino contro il cielo così sereno che sembra lei stessa una sfumatura isolata sulla cresta del niente che dà prospettiva a un miraggio. È regale, austera, è semplice e remota, è lì…”. Stupido lettore, cosa ci può essere di lieto in una fine? Sii lieto piuttosto finché la fine non c’è ancora e ci sei tu, con la tua occasione in corso di proseguire lungo il Belascoaín, di incontrare Hanta e di chiederle di ricamare il suo nome sulla camicia che porterai via con te, lasciando lei lì dove l’hai incontrata, per sempre in un ricordo senza più requie.

Antonio Coda

*In copertina: l’album di fotografie di Aldo Busi è tratto da qui