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Di cosa parliamo quando parliamo degli altri. Dialogo di un metafisico e di un fisico

Che succede quando due lettori si danno appuntamento su Skype per parlare di letteratura cioè di tutto e niente ovvero di come resistere alla tentazione di far coincidere l’uno con l’altro? Succede che appunto dopo aver parlato di tutto – dalle vasche idromassaggio agli shock cognitivi leggendo Le 120 giornate di Sodoma a dodici anni, dalla teoria dei climi di stampo settecentesco ai retaggi da gamer o da fumettaro, da Stendhal a Harry Potter che ha bucato l’immaginario collettivo con la lancia in resta di un Don Chisciotte – resta niente poiché nessuno dei due si è ricordato di avviare una registrazione e allora con il rossore degli smidollati ci si chiede a cosa sia servito sottolineare qua e là durante la conversazione ordini-di-regia del tipo “Magari quanta parte durante la sbobinatura la cancelliamo…”.

Il finale ribalta la premesse: il lavoro non deve più essere di cancellatura e limatura ma di ricostruzione, dunque d’invenzione: dove sono andate le parole e com’è possibile richiamarle indietro come aquiloni dopo che si è mollato il filo che li dirigeva da terra per lasciare prendessero la direzione decisa dal vento? Il motore iniziale del dialogo posso provare a farlo risalire alla domanda: perché parliamo ancora di letteratura? Devo essere stato io a tirare in ballo un testo di Aldo Busi pubblicato sul quotidiano il manifesto, a ricercarlo adesso su Google era il gennaio del 2015, con il titolo Fine anno di un fantasma in aspettativa nel suo casello: il fantasma era quello dello scrittore che non può vivere della sola scrittura in un’epoca storica in cui o scrivi da scrittore o scrivi da venditore di libri e senza poter negare il caso di uno scrittore che venda molto pur essendolo, resta pur vero che il lavoro della letteratura e le competenze che richiede sono fuori mercato e con questo non si sta facendo nessuna colpa al mercato, si prende pacatamente consapevolezza del fatto che qualcosa è cambiato, che laddove prima c’era un uomo adesso può bastare uno sportellino automatizzato e la nostalgia che t’avanza di incontrare uno sguardo pagando il pedaggio non vale il senso di liberazione dell’addetto costretto per ore nel loculo del casello e ora non più: certo, con la speranza abbia saputo ricollocarsi presto, magari diventando il tecnico deputato alla riparazione degli sportellini automatici in caso di guasti.

Scrittori come fantasmi di altri tempi, e i lettori altrettanto o quanto meno quei lettori a cui piacerebbe sentirsi di-un-certo-tipo mostrando sprezzo del ridicolo? Quei lettori convinti che esista un lungo discorso della letteratura che a seguirlo passo passo come il sentiero di mattoni gialli conduce alla gioia-senza-ritorno? La gioia non sarà troppo naïf? Fosse sopravvissuto il di che sbobinare, il passaggio sulla gioia sarebbe potuto essere uno di quelli da tagliare: troppo alto il rischio di passare per gl’invasati rapiti dalla missione del peregrinare porta a porta per recare a ciascuno la buona novella contenuta ne Il gioco del mondo di Cortázar e in 2666 di Roberto Bolaño e via andare, la lista è lunga: la letteratura è benamatamente politeista. “Adesso tutti a dire di voler leggere Solenoide di Mircea Cărtărescu, manco la trilogia Abbacinante l’avessero già mandata a memoria.”

Sul serio non riesco a immaginare che risposta possiamo aver provato a formulare attorno a domande del tipo “Cosa ne pensi della trasmigrazione digitale delle anime? E delle scuole di scrittura?” Ricordo però la sensazione di potenziale stanchezza che può dare la letteratura stessa, al punto di provare come l’ultimo Philip Roth il bisogno di tornare ad aggrapparsi alla storia intesa come disciplina umanistica ben piantata piantandola con le storie romanzate, pur senza essere passati prima per tutta una bibliografia di romanzi di rilievo.

Si smette di palpitare per la letteratura quando i romanzi cui si va incontro smettono di far palpitare il cuore della mente che non è il ritiro nel fortino delle stretta osservanza razionale ma il far precipitare fino all’estremo i propri sensi dandogli da sperimentare lo svarione di un senso complessivo, il qualcosa che emerge dalle singole opere dei singoli scrittori fino a rappresentare il fenomeno della letteratura che è l’esortazione a vivere da vivi smettendola di angosciarsi sul come fare per continuare a vivere dopo morti senza averlo mai fatto prima: “L’uomo è nato per vivere, non per prepararsi a vivere” è un aforisma di Pasternak che bene fanno le librerie di catena a gigantografare sulle pareti. “Ci sono i libri che informano e i libri che formano: i primi possono scriverli giornalisti, saggisti, storici; i secondi sono letteratura.” La letteratura è l’esperienza di leggere un libro che annienta tutto quello che hai letto prima di leggere lui: è provare il primo amore come non lo si fosse mai provato pur avendolo provato centinaia di volte.

La letteratura offre occasioni di morte e rinascita senza che giocoforza ti si debba inchiodare a una croce per lo mezzo. Ah, il gusto delle asserzioni spocchiosette che sanno di lasciare il tempo che trovano, intanto essendosi prima date la pena di trovare un tempo dove sia possibile sentirsi legittimamente cittadini, un tempo all’interno del quale sia consentito da lettori poter commentare Dostoevskij o Nabokov neanche li si fosse tenuti a scuola o a battesimo. Quale diritto hanno i lettori di parlare degli scrittori e del posto che occuperanno nel futuro che sarà sconosciuto a entrambi? Sempre ammesso un futuro ci sia per la specie come la conosciamo noi: la letteratura è eterna finché dura una specie capace di decifrarla, dopodiché qualsiasi libro diventerà un rebus irrisolvibile; se si compirà la transizione dal cartaceo all’elettronico non ci sarà neanche bisogno di estinguerci, occorreranno i pochi anni tra una tecnologia e la successiva per perdere i codici d’accesso a tutta la letteratura della volta prima.

“Felice l’umanità che non avrà più bisogno di scrittori?”: gli scrittori saranno necessari fino a quando i viventi faranno fatica tenere in riga ciò che sono con ciò che fanno con ciò che dicono di fare e di essere. Gli scrittori riavvicinano il mare delle cose e il mare delle parole che i patiti del potere hanno tutto da guadagnare a tenere separati: chi è più manipolabile di colui che è il primo a plagiare sé stesso? Una proposta non definitiva di definizione: che la letteratura sia l’arte di rendere più visibile quella parte del visibile per cui non sono state ancora individuate e inventate le parole per potersela raccontare? Letteratura come accesso aumentato alla realtà che resta inattingibile fino a quando qualcuno non la dice per gli altri ogni nuova prima volta? Intanto una evidenza fattuale: i lettori non sono dei fantasmi fino a quando almeno un lettore ne cerca un altro perché possa continuare un altro po’ il discorso della letteratura: vero, se dai un appuntamento l’importante è che all’appuntamento ci sia tu, facendo seguire atto a parola, ma se all’appuntamento ci viene anche l’altro tanto meglio.

Perché ci sia uno scrittore ci deve essere un lettore. Perché ci sia io ci devi essere almeno tu che mi garantisci di non star blaterando tra me e me. La letteratura conferma che nessuno è solo quindi la faccia finita con le manfrine del sentircisi.  “E tornando agli storici che scrivono bene, mi avevi fatto il nome di Marc Bloch: sai che Michele Mari ne ha fatto un bel personaggio in quel romanzo per viziati di letteratura che è Tutto il ferro della Torre Eiffel?”, “Allora me lo segno.” Di una chiacchierata tra due lettori cosa può restare di scritto se non il titolo di un altro libro da leggere, di un altro incontro al buio?                    

Antonio Coda

Da tre anni evoco figure prima in forma di parole, poi in carne e ossa. Ne sono nate un paio di amicizie, un fraintendimento e qualche rottura. Le figure aggregate intorno a una rivista online che potrebbe essere la presente o un’altra (esisterà, da qualche parte) si sono materializzate a cadenza mensile: uomo, donna, fante. Fante, donna, uomo. L’ultimo della lista ha bucato lo schermo di una conversazione Skype coi suoi occhi azzurri e il suo accento inconfondibile, delizioso. In origine volevamo darci un tono e impaginare in due o tre puntate una conversazione ma poi il dialogo l’ha preso in mano lui e mi toccava solo di arginarlo: era un fiume in piena, impietoso e senza clemenza. Non restava altro da fare che attaccarmi a citazioni sparse. Ponevo una domanda citando Cortázar, un’altra volta andavo a braccio con Stendhal (“diffidare della troppa verità, non è credibile”) e poi giù coi massimi sistemi del mondo, quel senso inebriante di usare le parole come quando si si può parlare sia prima che dopo il gesto a conferma del fatto che non siamo animali: il mio essere falso introverso (quindi falso estroverso) ha fatto precipitare su Antonio domande del tipo “che ne pensi della trasmigrazione delle anime sul digitale?” alle quali non aveva risposta.

A questa domanda Antonio che è informatico per professione non ha saputo dare un confine preciso ma il tono avvolgente del suo dire era tranquillizzante e potevo pensare con grazia a un nonno che mi ha dato il senso delle storie con quella identica pacatezza meridionale, col linguaggio lento e proverbiale: allora mi chiedo, è proprio necessario mettere altre parole a disposizione e per iscritto, a sostituzione di una conversazione che era nata in forma colloquiale? Certamente, perché il testo di Antonio che mi è arrivato ore dopo l’incontro era troppo bello, voglio dire troppo stringente per essere affidato a un giornale online senza un tocco di trucco, una riga di spiegazione: come per quelle parole di “gioia senza ritorno” in letteratura e nello sguardo che si può avere sulla vita e che mi è uscita sulle labbra non so come. Forse volevo dirgli che siamo sempre gratuiti o almeno proviamo a esserlo o che magari è solo l’ombra di un nonno che aveva provato a dare qualcosa, prima di toccare il punto sconsolato in cui si sente debole la carne e c’è la proiezione di un’estate che si annuncia simile alla passata nelle triangolazioni, e forse sarà anche uguale solo per dirci che l’anno prima era qualcosa di carino e in fondo sconosciuto.

Andrea Bianchi

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