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L’ultimo viaggio di Rimbaud, l’avventuriero

Nelle rare fotografie africane, Rimbaud ha la faccia cancellata dall’usura, nera: i tratti, rari, sono aguzzi. Veste di bianco, ma la posa non è angelica: è un tizio indaffarato; dalle braccia incrociate traspare una certa rabbia. La fotografia ad Harar, di fianco a un albero, sulla soglia di una vegetazione lussureggiante, che pare prevedere Rousseau il Doganiere, l’ha scattata Constantin Chriseos Sotiro, il suo assistente, di origine greca, sagace viaggiatore. È il 1883: tre anni prima Rimbaud è sbarcato ad Aden, impiegandosi nel commercio del caffè; nello stesso anno, in dicembre, arriva ad Harar, dopo dieci giorni di marcia nel deserto. L’Africa è il culmine della mitologia di Rimbaud, l’esito, si direbbe, del viaggio del Bateau ivre: chi non vorrebbe scorgere una analogia tra lo Uadi etiope, l’immane letto del fiume dove i cacciatori vanno a braccare gli elefanti e i fleuves impassibles idolatrati dal poeta, in un tripudio di Peaux-Rouges. Eppure, l’Africa di Rimbaud non è la Polinesia di Gauguin: egli non va laggiù a cercare ispirazione, ma neppure la dissipazione (altra tara dei vagabondi francesi, per lo più librari, autori di viaggi compiuti per autorialità, perché siano scritti, celebrati in un libro di memorie). Rimbaud, semplicemente, vive: ideare una leggenda intorno al ragazzo che ha esaurito ogni possibilità di leggenda è un paradosso.

Dieci anni prima, nel 1873, dopo il disastro londinese con Verlaine, Rimbaud abbandona all’Alliance typographique Poot et Cie di Bruxelles le copie – 500 – di Une saison en enfer: ne ha regalate alcune copie ad alcuni amici, non ha pagato la stampa. Da lì comincia, imperiale imperativo del vivere, il giogo del girovagare di Rimbaud: ancora Londra, poi Stoccarda, poi Milano, poi Livorno, Vienna, Olanda – arruolato nelle truppe coloniali olandesi –, Giava, Colonia, Stoccolma, Alessandria d’Egitto, Cipro, il Mar Rosso.

Il 1883 è un anno importante. Rimbaud organizza diverse spedizioni in Ogaden, giungendo in spazi fino ad allora ignoti a piede europeo. Si fa spedire dalla Francia un Corano, per studiarlo, mentre Verlaine comincia a coniare il logo “Poetès maudits” di cui Rimbaud – ignaro – è l’angelo selvaggio, il sigillo, l’Orfeo. Il 10 dicembre del 1883 la “Société de géographie de Paris” riceve un Rapport sur l’Ogadine firmato da Rimbaud: il testo è scabro, geometrico, meramente descrittivo. Il poeta che ha profetizzato le parole colorate, ricche di odori anomali, ‘sensibili’, opta per una scrittura controllata, nuda, statistica – rivedendo, pare, alcuni appunti del compagno, Sotiro. Il testo, ridotto, sarà poi edito nel quaderno della società geografica: nel 2009 l’edizione delle Oeuvres complètes di Rimbaud, pubblicata dalla “Pléiade” Gallimard, mette ordine ai frammenti, ricalcando tutti i fogli dell’autentica “Notice sur l’Ogadine” – questo il titolo originario – redatta da Rimbaud. Poco si aggiunge a ciò che sappiamo: dietro i nomi, catalogati minuziosamente, vorremmo scorgere un bagliore esotico, la pietra focaia della lirica, la realizzazione delle “incredibili Floride”, “la foia dei Behemots” annunciati in versi, ma non c’è nulla. I toponimi sono muti, non indicano altro che sé, utili, piuttosto, a un commerciante in cerca di mercato, Rimbaud, capitato in un’Africa che gli sta stretta. Nel 1884, ai familiari, scrive dell’“esistenza desolante che conduco sotto questo clima assurdo e in queste condizioni insensate”, che “la mia vita qui è un vero incubo”, che “sto raggiungendo i trent’anni (la metà della vita!) e mi sono molto stancato di girare il mondo, e senza alcun risultato”. I suoi compagni, d’altronde, sono mercanti, avventurieri, uomini eretti nell’avidità e nel rischio: Alfred Bardey, volitivo rampollo di un commerciante di seta che, dopo un passaggio a Bombay e in Arabia, assume Rimbaud come rappresentante ad Harar, dal 1880 al 1884, quando liquida l’attività; Pierre Labatut, avventuriero e mercante sfortunato, che convince Rimbaud a vendere fucili al ras Menelik: l’impresa, folle, una carovana di allucinati, si mette in marcia nel 1886 con 30 cammelli, 2mila fucili e 75mila cartucce, proprio nell’anno in cui, in Francia, su “La Vogue” Gustav Kahn, senza avere notizie dell’autore, pubblica le Illuminations. L’impresa termina in un disastro annunciato: Labatut rientra in Francia, piagato, morirà di cancro, Menelik si rifiuta di acquistare da Rimbaud fucili che ritiene di terz’ordine. Il fallimento è radicale: “Resterò ancora il più possibile in questo orrendo buco di Aden… sono condannato a vivere a lungo, forse per sempre, in questi luoghi, dove ora sono conosciuto, dove troverò sempre lavoro; mentre in Francia sarei uno straniero, non troverei un bel niente”, scrive alla famiglia; ne glorifica la “vita tranquilla” odiata quando era ragazzino. Rimbaud ha l’ossessione per il lavoro, dimostra una scaltrezza ingenua, diventa amico del ras Maconnèn, eroico ad Amba Alagi e ad Adua, il padre di Hailé Selassié. Gli uomini lo intrigano quanto i deserti, ma nulla è sufficiente a sfamarlo: Rimbaud è un ragazzo che fa a fette gli idoli con un coltello.

Rimbaud inaugura un nuovo spazio per la poesia occidentale; Rimbaud è il primo occidentale a mappare territori altrimenti ignoti in Etiopia. Eppure, l’etica del ‘primato’ è di chi primeggia nei numeri dalla scrivania dell’ufficio: non pertiene a chi vive, moribondo, tra desiderio e depressione. Incontra, nel 1887, ad Ankober, Jules Borelli, esploratore ed avventuriero francese, che così lo descrive: “Conosce l’arabo e parla i dialetti locali – è instancabile – la sua attitudine per le lingue, la forza di volontà, l’implacabile pazienza, lo rendono tra i viaggiatori affermati”. Incrocia Ugo Ferrandi, il grande esploratore italiano; racconta la fine di Pietro Sacconi, che con lui si era inoltrato negli abissi dell’Ogaden: nato in provincia di Piacenza, bersagliere agli ordini di Garibaldi, Sacconi ha letteralmente girato il mondo – da Massaua a San Francisco, dal Giappone, dove ha diretto un negozio di generi alimentari, a Ceylon e la Cina – per morire, trucidato dagli indigeni, preso per una spia turca. Rimbaud ne stigmatizza l’indole, affrettata, famelica, propria di chi preferisce l’immediato dell’azione allo studio del territorio e delle tribù che lo punteggiano.

Come si sa, morì nel 1891, Rimbaud, a Marsiglia, dopo un ritorno penoso dall’Africa, rotto da un tumore maligno, la gamba sfiancata, amputata. Vent’anni prima, nel 1871, si diceva veggente, voyant; si scoprì teppista, voyou; era un uomo convocato all’altrove, a quei bassifondi, al logorio. Aprì, inconsapevole – ben più che Napoleone –, una via africana agli scrittori francesi: da Michel Leiris ad André Gide e Malraux, un po’ tutti, prima o dopo, hanno scritto delle loro imprese in Africa. Hanno scritto, appunto, bene, benissimo, meno bene, da scrittori. Rimbaud, ancora una volta, è dall’altra parte, li tiene sotto scatto, sta nell’indimostrabile, nell’indubbio, ha fatto falò di angeli, vangeli, leggende. Ha vissuto senza doversi giustificare e assolvere in un’opera – anzi, evadendola, devastandola, perché la poesia, se esiste, è questo irripetibile. Morì, dicono, oltre i fumi del battesimo imposto, tra incubi d’Africa: il 9 novembre del 1891 scrive a un fatale Direttore delle “Messaggerie marittime” di essere inviato, “completamente paralizzato”, ad “Aphinar a Suez”. Morì il giorno dopo – Aphinar non esiste – ha qualcosa a che fare con aleph, la prima lettera ebraica, e con Al Finar, il faro, in arabo – forse è il nome segreto di Dio – la parola d’ordine per l’ultimo viaggio.

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Notice sur l’Ogadine

Gli abitanti dell’Ogaden, per lo meno quelli che abbiamo visto, sono alti, di solito più rossi che neri; hanno la testa scoperta, i capelli corti, si avvolgono in vesti piuttosto pulite, tengono la sigada [il tappeto per pregare musulmano] sulla spalla, la sciabola al fianco e una zucca per le abluzioni; il bastone e una lancia tra le mani; camminano con i sandali. L’occupazione quotidiana è rannicchiarsi sotto gli alberi, in gruppo, e discutere all’infinito dei loro interessi legati alla pastorizia. A parte questo, la veglia a cavallo durante l’abbeveraggio e le razzie presso i vicini, non fanno nulla. Ai bambini e alle donne è affidata la cura del bestiame, la fabbricazione di utensili domestici, la costruzione delle capanne, l’allestimento delle carovane. Gli utensili sono vasi per il latte, tipici della Somalia, e stuoie di cammello che, montate su bastoni, creano i gasia provvisori. Alcuni fabbri vagabondano di tribù in tribù per forgiare lance e pugnali.

Sono musulmani fanatici. Ogni campo ha il suo Imam che canta la preghiera alle ore precise. Wodas [studiosi] sono in ogni tribù: conoscono il Corano e la scrittura araba e sono poeti ispirati.

Le famiglie sono numerose in Ogaden. L’abban di Sotiro aveva sessanta tra figli e nipoti. Quando la moglie di un Ogaden partorisce, egli si astiene da qualsiasi commercio carnale con lei finché il bambino non è in grado di camminare da solo. Naturalmente nel frattempo sposa altre donne, mantenendo le stesse riserve.

Gli struzzi selvatici abbondano. Il cacciatore, ricoperto dalle piume di una femmina di struzzo, trafigge con le frecce il maschio che gli si avvicina.

Gli elefanti non sono molto numerosi né grandi nell’Ogaden centrale. Vengono braccati sul Fanfan e il loro appuntamento, il luogo in cui moriranno, è la sponda del Wabi. Lì vengono schiacciati dai Don, tribù somala mista a Galla e Suaheli, agricoltori stabilitisi sul fiume. Cacciano a piedi e uccidono con le lunghe lance. Gli Ogadini cacciano a cavallo: mentre una quindicina di cavalieri accerchia la bestia, davanti e ai fianchi, un cacciatore esperto colpisce, con una sciabola, i garretti posteriori dell’elefante. Usano anche frecce avvelenate.

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Le rotte generali per l’importazione verso Ogaden sono: a nord-est di Berbera, verso le tribù dei Melmil, per gli Habb-Awal; a sudest di Mogadiscio e Brawa per i Somali di questi morti (mescolati a Arabi, Galla e Suaheli) e l’Habr Braous.

Le merci di importazione per l’Ogaden sono: lenzuola di fabbricazione americana e inglese chiamati Abouguédis e Wilayéti, tessuti chiamati Taouachis, Aïtabans, Kheïlis, Boredjis, diverse specie di cotone leggero tinto in indaco, chiamate Dibbâni, Mokhaoui, Bengali, Labatbooroud, ecc. Questi tessuti avvolgono le acconciature delle donne. Perle e tabacco completano la lista delle merci di importazione in Ogaden. Le stesse merci vengono importate dai porti della costa di Berbera e da quelli dell’Oceano Indiano.

Il denaro è del tutto sconosciuto per tutta l’Ogaden; le transazioni tra gli indigeni si compiono scambiando bestiame; con gli stranieri si effettuano per messo dei beni sopra elencati.

L’Ogaden possiede il sale in vaste saline che si estendono vicino al Wabi e presso Eimeh. Questo sale è esportato ai Galla e talvolta arriva ad Harar.

I venditori entrano in Ogaden trasportando i loro rari beni a dorso d’asino o di cammello, oppure sulle spalle, spostandosi di garia in garia [villaggi] guidati dai loro abban [il nome delle guide che orientano le carovane nell’Harar], che cambiano a seconda delle tribù. La guida – o abban – prende il salario dal venditore ambulante, ma ha una quota sulla mediazione che riesce a compiere tra venditore e acquirente. L’abban è un uomo dal ruolo importante, riconosciuto da entrambe le tribù: è il vostro garante nella tribù e lungo il viaggio; è responsabile di ciò che fate durante il soggiorno nella tribù. Puoi cambiare abban anche dieci volte prima di giungere al Wabi, un abban particolare vi porta dal Wabi fino all’Aroussi. Non esiste altro modo di viaggiare in Ogaden. Ma scegliendo con saggezza gli abban, assecondando i loro consigli e seguendo i costumi politici e religiosi degli indigeni, un europeo presentatosi come mercante, con cautela, può attraversare facilmente in due o tre mesi la zona che va da Harar a Brava, attraverso l’Ogaden.

Le esportazioni dell’Ogaden sono piume e avorio. Rère Baouadley, a sud-est, è il luogo più importante per le piume, di cui una quantità significativa lascia i porti del Golfo di Aden per l’Oceano Indiano.

L’avorio viene da Gallas Aroussis attraverso Eimeh, sulla rivia sinistra del Wabi. Lungo il Wabi, una quantità di schiavi Galla viene esportata nel Sahel attraverso l’Ogaden.

A Berbera giunge anche una certa quantità di pelle bovina.

A Galimaÿ, paese dei Nokob, alla confluenza del Dokhta e del Wabi, la gente va a cercare pelle di capra e mirra.

Il caffè giunge a Berbera attraverso l’Ogaden. Ci è stato detto che al confine con il Wabi, in Ogaden, esistono coltivazioni di caffè.

Gli abitanti di Harar vanno in Ogaden a cercare bestiame e grasso, in cambio di cotone, cavalli, muli…

Arthur Rimbaud

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