25 Gennaio 2022

Con un cristallo di fiato: discesa negli inferi di Paul Celan

scintilla l’anima – il cuore tintinna
ha una casa il corpo 

Salmo 16, 9

Fare della memoria un progetto, renderla una Atemwende, una svolta del respiro: sul valore creaturale della parola, che si attesta ben al di là di quello estetico, ed anzi in netta contrapposizione ad esso, si concentra Il Meridiano, il discorso che Paul Celan pronuncia a Darmstadt il 22 ottobre del 1960, quando gli viene consegnato il premio Georg Büchner per la letteratura.

Nella sua breve, folta disamina Celan mette a confronto due diverse concezioni del linguaggio: l’Arte e la Poesia. Con il termine Arte (un essere marionettesco, giambico-pentapodale, un meccanismo di cartapesta e ingranaggio) egli designa l’aspetto più esteriore e irrilevante della parola poetica, il sistema retorico studiato per suscitare un effetto preciso, l’apparato funzionale che sovrintende ad una elaborazione meramente tecnico-intellettualistica della realtà e che è paragonabile a un fantoccio vuoto, a una figura scimmiesca vestita in giacca e brache; l’Arte non è portatrice di alcuna verità, al contrario produce un’alienazione, un nascondimento della verità di cui chi scrive è portatore.

La Poesia è qualcosa di diverso: è un atto che si identifica con il respiro, vale a dire con quanto di più individuale, di più umano possa esistere. In essa si alternano due momenti: il primo è l’inspirazione, che per il poeta equivale ad accogliere il mondo che gli sta intorno e di cui non può mutare il corso, accettare la storia che ha ereditato, i morti a cui è sopravvissuto. Ad essa segue l’espirazione: espirare significa conferire il calore di un corpo all’aria che prima è entrata dentro, è infonderle un ritmo, un senso, la traiettoria di un’esistenza e di una scelta; è ciò che Celan chiama la creaturalità della creatura, il sigillo di individualità apposto all’abisso del tempo, una patente di infinito data a quanto è pura mortalità e vanità.

Posta in questa luce la poesia è libertà, è destino: essa non imita la realtà, non è subordinata ad essa, ma non è nemmeno elitariamente distaccata dal reale. È un cammino che parte dall’individuo e va incontro a un altro, all’Altro; è un messaggio nella bottiglia rivolto ad ogni potenziale tu, una testimonianza che convoca al di là del presente, in un luogo ancora da venire, a nord del futuro.

Nel cuore di questo cammino, sul fondo lucido del fiato, sta il punto di svolta, la pausa del respiro: essa è, dice Celan, sperare e pensare. Nell’ambito di un’opera vasta e variegata come quella celaniana, di una parabola che si dispiega nell’arco di oltre tre decenni in nove raccolte poetiche, questo punto di svolta, questa pausa trasparente di pensiero e speranza, è senza dubbio rappresentata da Atemkristall, il Cristallo di fiato: un ciclo di 21 poesie, scritte tra l’ottobre del 1963 e il gennaio del 1964 e pubblicate nel 1965 in un’edizione per bibliofili, corredata da otto incisioni di Gisèle Celan-De Lastrange.

In componimenti scarni, caratterizzati da versi di straordinaria concentrazione e nettezza, Atemkristall si presenta come una progressiva discesa agli inferi, nella forma di un dialogo serrato tra un io che tende verso un tu e un tu femminile in cui si sovrappongono le figure di una musa-madre-memoria, garanzia testimoniale dell’orrore e dell’assurdo che verso dopo verso vengono alla luce, e in cui è presente e vivo anche il ricordo di Friederike Schrager, la madre del poeta, vittima delle persecuzioni antisemite ed emblema di tutti i morti nei campi di sterminio.

Il tu di Atemkristall è una sorta di Virgilio dantesco che accompagna l’io fino al fondo, dove si schiude la soglia di una verità pura, indimostrabile, che non si identifica con la storia – è oltre, Tief/in der Zeitenschrunde, In fondo/ al crepaccio del tempo – ma che allo stesso tempo non fugge dalla storia, la attraversa, ne sostiene il peso, ne progetta la svolta: il Cristallo di fiato è questa verità.

Da subito l’io si pone dalla parte delle vittime: ha attraversato l’estate spalla a spalla/ con il gelso, è stato testimone dell’orrore, del grido che non ha risparmiato neanche il fogliame più fresco; adesso è pronto all’inverno, a cibarsi del ghiaccio, della neve che gli verrà offerta in pasto lungo la discesa al Cocito (I). Ora che il tetto è stato smantellato tegola dopo tegola,/ sillaba dopo sillaba (III), ora che il Cielo è una congerie di relitti (Himmelwracks, X) che navigano senza direzione, il cammino sarà sotterraneo, cieco: come quello di una talpa che scava nell’ombra, le dita tese, aperte come occhi, e a illuminargli il cammino, stretta tra i denti, una Hungerkerze, una candela di fame (II). Il tu che lo accompagna è l’unica figura che, lungo il fiume del tempo (Die Schwermutsschnellen, le rapide della tristezza), nuota controcorrente (Gegen-/schwimmerin), l’unica che attesta l’orrore che l’io ha attraversato nel corso dei suoi quarant’anni, l’unica a toccare tutti i quaranta/ tronchi di vita/ scorticati (VI). Altri hanno cercato di sopprimerla, l’hanno tratta lungo/i bianchi cipressi, in un Ade senza memoria, dentro un carro-serpente: ma lei è sopravvissuta all’oblio, perché la luce di una memoria più forte dell’oblio le appartiene per natura (Ma in te, per/ nascita,/ gorgogliava l’altra fonte,/ sul nero getto/ della rimembranza/ rampicando ritrovasti/ il giorno, XVII). Per questo la sua parola proscritta adesso è un meridiano di luce che illumina e unisce i poli, che stringe nel suo nome tutti i perseguitati, tutti i morti (Vera come il nord./ Chiara come il sud, XVIII); ad essi l’io si dichiara legato in modo indissolubile ed esplicito (XV), all’ombra di un Cielo che rimargina la sua ferita, che mostra adesso la sua gran cicatrice (XIII).

Lei, la Madre interamente vera (ganz wirlich, XX) che si piega su un Figlio divenuto ormai del tutto folle (ganz Wahn, pura follia), è la sola a contrapporsi alla parola pomposa delle anti-creature che percorrono la superficie delle acque: sono i servi della storia, che la parola autentica, come una luna capace di suscitare un’inarrestabile marea (Wortmond, XIX), spazza via. Infine è ancora la sua parola che corrode e cancella la parola dell’Arte, definita con due neologismi Meingedicht (Miapoesia, Poesia che parla soltanto per l’Io, che coincide con l’Ego) e Genicht (Nullesia, Poesia che coincide col Nulla), aprendo la via che conduce fino al fondo, presso il favo di ghiaccio (XXI): l’io è ormai scomparso, come schiacciato dal cammino, ingoiato dall’assurdo, dalla follia che lo ha trafitto; resta però il Cristallo ad attendere la testimonianza, in uno spazio vibrante di speranza ed attesa, sopra un fondo capace della svolta, di un’autentica, liberatoria espirazione.

È questa la spirale disegnata dalle 21 poesie di Atemkristall: 195 versi in tutto, nei quali si attesta uno dei punti apicali, dei vertici adamantini della poesia del XX secolo. Passeranno pochi anni prima della morte del loro autore: nella notte tra il 19 e il 20 aprile del 1970 Paul Celan si toglie la vita con un salto, gettandosi nella Senna dal ponte Mirabeau, ormai irrimediabilmente travolto, come l’io di queste poesie, dalla follia, che lascia però intatta, alle spalle scorticate di quell’ultimo salto, la luce abbagliante delle sue speranze e delle sue parole.

Luca Campana