“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
«Dolce è la luce, e piace agli occhi vedere il sole; ma anche se l’uomo vive per molti anni, se li goda davvero bene tutti quanti, e si ricordi dei giorni delle tenebre, che saranno molti.»
(Qohelet 11, 7-8)
«Personal relations are the important thing for ever and ever, and not this outer life of telegrams and anger.»
E.M. Forster, Howard’s End
Nemico della superficie, Qoelet è il più sublime elzeviro dell’antichità, pieno di talento per intavolare disgusti e idee inattaccabili. Scrive sulla grazia «sbattendo in prima pagina» i suoi contrari, li elenca praticamente tutti. È impressionante il bel ritmo delle pagine che ha scritto questo signore, le cui emozioni non sono mai urla tragiche alla Beethoven, fanno pensare ai valzer viennesi conditi di spleen, o ai lied molto sexy e crepuscolari di Mahler.
Qoelet vuole che si viva vicini all’interiorità e a distanza di sicurezza da un certo tipo di «soggettività», dai possessi e dai conseguimenti, perché accumulare cose, capitale o sapienza, per garantirsi un’identità o una salvezza, per lui è sintomo di nevrosi statale.Quindi si deve smontare l’orgoglio del «soggetto sovrano» per mettere al suo posto un «uomo», dimostrando che il «Re» è un’illusione ridicola, stesso letame che lega il folle e la bestia.
Cosa rimane, allora, quando oltre alle ‘cose’, pure le grandi voglie trascendenti sono state decapitate? Resta un’etica pura dell’Evento, quello che Spinoza e Duns Scoto chiamerebbero haecceitas, il pane mangiato nella gioia, il vino bevuto a cuore lieto, il calore di un amoroso corpo accanto a un altro corpo amoroso nel freddo della notte. L’autore sarà stato un intellettuale dell’epoca ricchissimo, molto anziano e sofisticato, poco interessato al suo denaro, di nobile animo e portamento, snob cosmopolita – come un Proust o un Beerbohm a Gerusalemme. Annoiato fra cortili e bazar dopo aver vissuto tanto e visto tutto: la depressione maggiore, i giardini pensili, l’erotismo meraviglioso, i libri difficili, megere, le grandi opere pubbliche, la morte dell’âme-sœur, i frutteti esotici, le jolies e la joliesse, vigneti di tendenza e trattati scientifici, musica dal vivo, vecchi catorci biliosi, accumulo sconsiderato di quadri e monete d’oro, l’ascesi e il bricolage. Scrive il suo libro certamente tornando a casa dopo l’ennesimo banchetto di corte, avendo pensato: “Ma è tutto un déjà-vu, una noia pazzesca, niente di nuovo sotto il sole!”.
Anche se Qoelet sa di interminabile resa, si intuisce che c’è la stanchezza di uno che conosce la felicità, pur sapendola nascosta come un segreto – una tipica caccia al tesoro riservata «ai pochi che hanno gli occhi in testa». E quanto è sfarzosa questa penombra qoeletica! Tenebra ingannevole, preludio a un altrove iperboreo, l’ora in cui il deserto giunto al colmo del baratro sogna il bosco. Ecco sulla scena l’esperto di apparenze, di idioti, beni ridicoli, cenere e troni marci, quasi antenato di Shakespeare; sa che c’è di più, ma vuole che resti una cosa per eletti, trattiene la soluzione dell’enigma, non la condividerà se non per tracce indiziarie. Là dove questo scrittore scopre che «nulla vi è di nuovo sotto il sole», il Nazareno arriverà poi con l’ultimo e definitivo punto del puzzle, in forma di meteora spregiudicata («chi conserverà la propria vita, la perderà»). Esplode la sintassi del mondo, con l’annuncio che «ogni cosa viene fatta nuova». Con l’hevel (acqua che si fa vapore, svanendo prima ancora di berne un sorso), Qoelet istruisce a vivere e morire con grazia, interpretando aristocraticamente la nostra caducità. Poi, Cristo rivelerà la scandalosa possibilità di vivere eternamente.
Ma cosa c’è in mezzo alle due parole assolute della bellezza, Hevel hevalim ed Effatà? Cosa rende coerente lo spazio che le collega? Come si fa propria l’arte di vivere pienamente nel primo e nel secondo termine, con quale requisito? Ci vuole un filo teso sull’orlo dei due abissi, l’Only connect di Forster. Pare folle e indiscreto l’accanimento con cui Qoelet interroga le cose, le prende una per una, le porta in tribunale e le costringe a dichiarare cosa siano. La sapienza confessa di non proteggere il sapiente dalla sorte dello stolto; il lavoro ammette di non poter garantire al lavoratore neppure il possesso dei propri frutti; il piacere, messo alle strette, si rivela ignorante in fatto d’eternità. Quanto alla giustizia, basta lasciarla parlare un poco perché si vergogni o si comprometta.
Il processo è condotto con impavida lucidità, il verdetto è hevel, il mondo, la vita, «sfuma», tra le mani sia di chi pretende di possederlo, sia di chi non vuole esserne sopraffatto, è il caos. Ma il critico, quando un autore così raffinato gli presenta conclusioni troppo lineari, si insospettisce. Non è forse strano infatti che Qoelet, dopo aver dichiarato «vana è ogni cosa» continui a occuparsi comunque di tutte le cose? E che dopo aver constatato l’inutilità della sapienza, si ostini a esercitarla, e addirittura a renderla vittoriosa nel conflitto con l’idiozia? Se fossimo davanti a un nichilista passivo, avrebbe il buon gusto di tacere, invece Qohelet parla e parla. A che gioco gioca questo dandy anacoreta?
La formula «Only connect», consegnata da E. M. Forster al suo Howard’s End, potrebbe spuntare a questo punto della faccenda con l’aria indisponente di quell’eccentrico ospite inglese arrivato a pranzo finito, esigendo di rimettere ordine nella conversazione. Getta il poker sul tavolo e dice «Connettere!»: una parola semplice, quasi troppo per essere innocente. A che serve? Forster, si sa, la sferra contro le mutilazioni ipocrite della coscienza moderna infelice, la separazione intelletto/sentimento, esperienza e cultura, fra individuo e contingente. Sembra tutto tranquillo con questa parolina magica. Ma se la gettiamo come una molotov nell’austera bottega di Qoelet, assume improvvisamente un volto insidioso, beffardo. Nasce quindi un dubbio atroce: e se il difetto non fosse nelle «cose», ma nell’abitudine di esaminarle dando loro credito separatamente? come se ognuna dovesse fornire una giustificazione dell’universo? Il sapiente è vano se gli si domanda di vincere la morte; il lavoro è vano se gli si chiede di assicurare il futuro; il piacere è vano se deve farsi eterno. Però, Qoelet, dopo aver misurato l’inconsistenza del lavoro, invita a goderne; dopo aver ricordato l’ineluttabilità della fine, raccomanda il pane, il vino, la compagnia, l’amare e l’essere amati, la gioia. Il godimento per Qohelet non è un antidoto alla morte, né un risarcimento anticipato per la perdita, è di più, è un bene che non ha bisogno di essere eterno per essere vero. Forster, dispettosissimo, parla qui, e invece di riconciliare il vecchio Qoelet con il mondo, complica la sua disperazione. Il celebre invito a connettere prevede che nessun frammento dell’«esperienza esteriore» (i «telegrammi e la rabbia») si scambi per il «tutto». La sapienza andrà allora posta accanto alla vita, il piacere vicino alla sua povertà intrinseca, il lavoro a lato a chi ne riceverà i risultati; ma in cima a tutto c’è l’individuo da «legare alla presenza altrui». Anche Qoelet allora connette: l’esperienza del limite con quella della verità. L’impossibilità di trattenere il bene «per sempre», come fosse un oggetto, non significa non poterlo conoscere, ma farlo proprio come «realtà dell’anima»; si sposta così l’accento dalla forma tattile e pulsionale del possesso a una dimensione estetica, mediata dal Desiderio e custodita dalla Sensibilità.
Tornando a Forster, la frammentazione non è una fatalità da contemplare con rassegnazione, ma condizione su cui è possibile agire la ricomposizione, preservando gli estremi (in un movimento quasi hegeliano di Aufhebung). Connettere il prosaico e la passione senza ridurre l’uno all’altra. Il «ponte» di cui parla Margaret – sperando Henry sia uomo non banale e gretto e fatto di pienezza inespressa – è un congegno immaginativo che potrebbe condurlo a «tenere insieme tutto». Quella bellezza latente nell’anima di Henry Wilcox rimane tuttavia inaccessibile a lui, a tutti, perché considera la propria interiorità un luogo irrilevante. Purtroppo, il suo motto non è connect ma «concentrate», restringere il campo dell’esperienza per conservare una forza che, in realtà, si rivela insignificante e vuota, una difesa da opporre a ogni ampiezza, confusa preventivamente con la «dispersione». Mister Wilcox difende fino alla morte i cimeli della vita borghese, separa la concretezza dalle spinte vitali dell’interiorità, e perderà tutto: in Casa Howard la connessione resta solo un fiore da cogliere, oppure da rigettare. Margaret può mostrare a Henry la grandezza latente nella sua anima, cioè che «in lui esiste il labirinto» ma non può condurlo lì. Nemmeno Qoelet potrebbe, quel vecchio saggio che odia gli idioti, e che grazie a lui scoprono che tutte le cose di cui si sono attrezzati – il denaro, il titolo, il prestigio, le abitudini, le certezze – non sono prove di superiorità, sono solo bende che hanno travestito la loro mediocrità. Sono punito per aver creduto buon senso lo stato di miseria della loro immaginazione (Parmenide, poveretto, avrebbe trovato in loro una confutazione grottesca dell’Essere: «l’Essere è, il Non-Essere non è, ma loro sono quel che sono senza essere mai esistiti»).
Rubina Mendola
*In copertina e nel testo: prove di volti e autoritratti di Rembrandt (1606-1669)