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“Sono un traditore, un apostata, un nemico di se stesso, uno che si fa beffe di ciò che è sacro”. Sia lode a Chaim Potok e al suo grande romanzo, “Il mio nome è Asher Lev”

Di recente ho visto Unorthodox, film in quattro puntate diffuso da Netflix da qualche mese. Me l’hanno consigliato, ho chiesto consiglio su come si usa Netflix – vivo in un’era piena di candele – e l’ho visto. Il film è tratto da un libro, Ex ortodossa. Il rifiuto scandaloso delle mie radici chassidiche, che è poi l’autobiografia di Deborah Feldman, edito in Italia da Abendstern. Il film dice poco – una ragazza legata alle regole di una comunità ultraortodossa di Brooklyn, dopo un matrimonio combinato, lascia tutto e va a Berlino – ma è ben fatto. Il tema, poi, è interessante: nella mia visione bibliografica il chassidismo è manna di miti e di riti, narrati da Martin Buber, da Isaac B. Singer (che pure con arguzia sfotte il mondo ebraico), è luce. Qui della fede si mostra la prigionia, della legge il delirio che castra, soggioga. In effetti, credo sia così: una liturgia quotidiana salva e libera se si entra nel suo ritmo; se è sterile suono è un mattatoio. Il rapporto con Dio non prescinde dalla violenza e dalla violazione.

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Unorhodox mi ha fatto venire in mente i romanzi di Chaim Potok (1929-2002). In quel caso il punto non è rigettare una fede, tutt’altro, ma sondare le fratture, ciò che non coincide, la distanza tra obbedienza e istinto, tra testo sacro e sacralità della vita, tra detto e contraddizione. Chaim Potok è nato nel Bronx da ebrei provenienti dalla Polonia, diventa rabbino e caporedattore di “Conservative Judaism”; durante la guerra in Corea del Sud serve nell’esercito come cappellano. Potok sa che l’obbedienza va tormentata: nel Testo Sacro Giobbe si scaglia contro Dio, Giona non accetta il dono profetico, Abramo intercede per Sodoma scavando nel Potente un nido di pietà. La legge c’è come panca per istituire un dialogo con il Potente. I romanzi di Potok hanno al centro, di solito, un ragazzo che deve gestire e capire il proprio talento – in tutti i romanzi di Potok protagonisti e coprotagonisti si gettano nella vita, studiano, esprimono la propria fede impegnandosi, allievi della grandezza e della luce. In ogni romanzo di Potok c’è una zona proibita da sondare, da superare.

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Il genio di Potok si accende da piccolo, ma è ostacolato dalla famiglia, che ritiene la scrittura una offesa. Nel 1967 Potok pubblica il primo libro, The Chosen (tradotto in Italia come “Danny l’eletto”), seguito, due anni dopo, dal sequel, diciamo così, The Promise (“La scelta di Reuven”). Il primo libro – nominato al National Book Award – ha un successo impressionante, nel 1981 diventa un film con Maximilian Schell e Rod Steiger. Chaim Potok si discosta dagli altri, più noti, scrittori ebreoamericani (da Bernard Malamud a Saul Bellow e Philip Roth): la sua scrittura è piana, inamovibile, inesorabile (provate: cominci a leggere e devi andare fino in fondo, senza fiato), pone al centro un tema ‘morale’, sprofonda nel conflitto senza compiacimento, scoprendo, al di là di tutto, foss’anche il residuo grammo di bene. Fino a qualche anno fa Chaim Potok era molto letto e discusso; in Italia i suoi libri sono editi da Garzanti, ristampati con lenta costanza, ma un po’ scomparsi dalla diafana sapienza letteraria in cui viviamo.

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Nel 1972 Chaim Potok pubblica Il mio nome è Asher Lev – completato, molti anni dopo, nel 1990, da Il dono di Asher Lev, più debole, a cui avrebbe dovuto far seguito un terzo tomo, mai realizzato. Il cuore del libro è il contrasto tra la creazione dell’uomo e il creato, tra la potenza individuale e la comunità, la famiglia, tra l’io e Dio. Il tema, secondo la formula della narrazione a ritroso, è spiegato nell’incipit del romanzo: “Il mio nome è Asher Lev. Sono io l’Asher Lev di cui avete letto nei giornali e nelle riviste, di cui tanto parlate durante le vostre cene di lavoro e ai cocktail, il famigerato e leggendario Lev della Crocefissione di Brooklyn. Sono un ebreo osservante. Sì, non c’è dubbio, gli ebrei osservanti non dipingono crocefissioni. Anzi, gli ebrei osservanti non dipingono affatto, perlomeno nel modo in cui dipingo io. Perciò si dicono e si scrivono parole grosse su di me, si creano miti: sono un traditore, un apostata, un nemico di se stesso, uno che copre di vergogna la sua famiglia, i suoi amici, la sua gente; ma sono anche uno che si fa beffe di ciò che è sacro per i cristiani, un manipolatore blasfemo di modi e forme che i gentili venerano da duemila anni. Ebbene, io non sono nessuna di queste cose, anche se, in tutta onestà, devo confessare che chi mi accusa non ha del tutto torto: io sono infatti, in qualche modo, tutte queste cose insieme”. Che incipit folgorante. Da qui Asher Lev parte a raccontare la propria infanzia, la scoperta del dono, l’ostilità – ogni dono è scandalo e ha la sua dote di male –, la pervicacia nel non dissipare il proprio destino, la scelta di obbedire al dono (e non al padre). Fino alla pittura della fatidica Crocefissione. Il romanzo si chiude (lo sappiamo dall’inizio) con il crisma del dolore: Asher è cacciato dalla propria comunità, si trasferisce a Parigi. “Mi capisci Asher Lev? Questo non è un giocattolo. Questa è una tradizione; è una religione, Asher Lev. Stai per abbracciare una religione che si chiama pittura”, dice al giovane talento Jacob Kahn, il suo maestro, ebreo libero, libertino. Come si può prestare fede a due religioni? Come è possibile sottostare ai precetti di una fede quando l’altra sfida l’illimite? Tutti i doni vanno espiati e sofferti: l’arte può creare un bene, ma fa del male, sempre, a chi ama l’artista. Crea divisioni, porta la spada e il fuoco, come Gesù. Asher Lev soffre la sua scelta, prega, resta in Dio pur fuori dai canoni della comunità – a differenza della protagonista di Unorthodox, che non prega, non vede il sacro, fa coincidere, credo in modo superficiale, almeno nel film, Dio con la comunità chassidica da cui è divorata. Eppure, per Asher Lev, che non ripudia Dio – anzi: crede di onorarlo aderendo al dono –, non c’è scelta.

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Il mio nome è Asher Lev è un romanzo magnifico. Non è un capolavoro, ma non è giusto che tutto stia a una altezza priva di ossigeno. È un grande romanzo, che sviscera un tema fondamentale. Qualche tempo fa Gian Ruggero Manzoni mi ha fatto scoprire Isaak Levitan (1860-1900), eccezionale pittore lituano, ebreo. A differenza di Asher Lev, Levitan dipinge attenendosi ai precetti ebraici, compreso quello di non raffigurare l’uomo. I suoi paesaggi hanno la bellezza di un salmo, sono limpidi come ciò che è stato creato ora, tra vetro e vento, con la più pura maestria. Sono paesaggi stupefacenti, i suoi, che testimoniano lo splendore, l’obbedienza al primo. Qualche anno dopo il romanzo, Chaim Potok, dedito all’arte, ha dipinto la sua Brooklyn Crucifixion. Diciamo che è molto più bravo come scrittore. (d.b.)

*In copertina: Isidor Kaufmann, “Il Cabbalista”, tra 1910 e 1920

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