18 Gennaio 2022

“Persino in sogno, ecco, i fiori cadono”. La poesia giapponese: estasi politica

Anche un millennio fa, i costumi erano deprecabili, le virtù illanguidite dalla vanità, il senso del bello annacquato dal delirio del tempo; la fine, insomma, era dietro l’angolo. “Dal momento che il mondo d’oggi tende al decoro esteriore e che il cuore umano inclina ai fasti appariscenti, nascono soltanto poesie futili o versi volubili”, scrive, a un certo punto, Ki No Tsurayuki, introducendo il Kokin Waka shū, aurorale “Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne”. L’antologia, allestita alla fine del X secolo, nasce – al netto del cliché: è sfizio retorico lamentarsi dei propri tempi – con intenti ‘reazionari’; con il carisma, per lo meno, di rettificare la cattiva rotta estetica di un’era guasta, priva di guizzi, di estasi. Ki No Tsurayuki, che veniva da una famiglia di alto rango militare e aveva dimostrato fin da ragazzo doti liriche stupefacenti – la poesia, in Giappone, è sempre un gesto marziale – ha dato identità, statura, concetto alla poesia giapponese. “La poesia giapponese, avendo come seme il cuore umano, si realizza in migliaia di foglie di parole”: definizione canonica, che si manda a memoria fin da bambini. L’estrema fragilità, l’evanescenza – foglie, parole – si fonde con la carne, la volontà, il sentire, il cuore. Secondo il poeta/esegeta, “la poesia si generò da quando il cielo e la terra si distinsero”: è, insomma, all’origine del mondo. Secondo la tradizione nipponica, la poesia è la ‘via’, aiuta ad avviarsi verso la ricerca interiore: i grandi poeti-monaci, Saigyō, Dōgen, Bashō, Ryōkan, non cedono alla forma lirica, la trascendono, la eludono in un distillato di scintille; la poesia – fitta di allusioni e di lunatiche corrispondenze – è zattera verso l’insondabile.

D’altra parte, la poesia è ‘cortigiana’, è la formula prediletta con cui dialogano gli aristocratici, ha un ruolo del tutto ‘politico’. “Gli imperatori delle ere antiche, ogni mattina di primavera in fiore, ogni sera di luna in autunno, convocavano i cortigiani e ordinavano loro, cogliendo lo spunto dagli oggetti di circostanza, di comporre poesie. Qualcuno, cercando il fiore, si smarrisce nel terreno labirintico, qualcun altro, aspirando alla luna, va a tentoni nelle tenebre senza guida: scrutando il cuore di ciascuno, i sovrani avranno giudicato se fosse sagace o stolido”, scrive Ki No Tsurayuki, perfezionando il proprio ragionamento. Incorporando una tradizione cinese, gli imperatori bandivano gare poetiche: tra i poeti più capaci, più audaci, venivano reclutati ministri e burocrati di corte. La poesia era parte dell’educazione comune di un ragazzo di lignaggio che affrontava il mondo, la carriera militare o quella politica; la poesia – cioè l’arte di auscultare l’ispirazione, di comporre all’istante, come si concentrano le intenzioni sguainando una spada – era l’esercizio fondamentale per chi doveva “scrutare i cuori”. Ki No Tsurayuki, tra i poeti sapienti del suo tempo, ebbe importanti ruoli a corte, fu nominato Governatore di Tosa, nello Shikoku. Così scrive in una poesia “Composta nella visita a un tempio di montagna”:

Trovando riparo
tra i monti di primavera,
la notte nel sonno
persino in sogno
ecco, i fiori cadono.

La caducità, il confine tra corpo e ed evanescenza, legge ineluttabile e crogiolo di effimere, tra la parola levigata e quella ingenua, sono i temi eterni della poesia giapponese. Chiunque abbia sfogliato La storia di Genji, il libro di Murasaki Shikibu che fonda la letteratura nipponica, ne è una specie di abbecedario, ricorda che la poesia, sussurrata tra i paraventi, scritta su cartigli destinati a essere perduti e fraintesi, è il linguaggio cifrato degli amanti e quello meridiano dei nobili. La sua ambiguità, la prevalenza dei significati decuplicati, verbo che, insensibile, acceca, è l’emblema del regno d’ombre giapponese, fatto di maschere, fitto di trucchi, specchi, uno sventagliare di nascondigli.

Nell’introduzione a Il muschio e la rugiada, “Antologia di poesia giapponese” edita dalla Bur nel 1996 e costantemente ristampata con un certo successo, Paolo Lagazzi scrive: “Nel cuore rituale dello Shintoismo è accampato uno specchio. Nascosto sul fondo dell’altare, lo specchio di metallo è l’‘analogo’ del Kami, del dio: poiché, secondo un’antica definizione, ogni Kami è come uno specchio in cui tutto si riflette. Tutto, dunque, si riflette in tutto: l’universo non è che un immenso gioco di rifrazioni, di luce irradiante… Forse in nessuna creazione giapponese come in quella poetica vibra il desiderio di un segno in grado di farsi specchiante: capace di raccogliere in sé le forme disperse del mondo per concentrarle al proprio fuoco ottico, e per restituirle come fasci assoluti di energia luminosa”. Anche nelle segrete del culto di Dioniso, cioè della creazione per smembramento, c’è uno specchio: “Dioniso infatti, dopo avere posto la sua immagine nello specchio, la seguì, e così fu infranto nel Tutto” (Olimpiodoro); “Dicono che Efesto fabbricò uno specchio per Dioniso e che il dio guardando dentro di esso e contemplando la propria immagine si slanciò alla fabbricazione di tutta la pluralità” (Proclo; cito da: Negli abissi luminosi, a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli, 2021). Come se, appunto, il creato sia un gioco di specchi, illusione d’incendio, e la parola poetica ne sia il riverbero, la cera e il cerino, coagulo di oscurità, punto di snodo, verbo di rottura.

La poesia, però – torno a questo aspetto, all’apparenza incongruo – è una questione eminentemente ‘politica’. Ogni imperatore bandisce la propria raccolta di versi, con i massimi poeti del tempo, per suggellare il proprio ‘potere’, per invitare i secoli a venire a saggiare la squisitezza di quella particolare corte, di quel governo. Attraverso la poesia, il re impone una moda e si tramanda alle schiere eterne: il potere, anzi tutto, è estetico; il re governa sui toni della bellezza; sa che prima di assediare una metropoli devi concupire i cuori dei suoi abitanti. Così, leggere l’Antologia della poesia giapponese. Dai canti antichi allo splendore della poesia di corte (VIII-XII secolo), lavoro magniloquente, curato da Edoardo Gerlini per Marsilio, ha un valore triplice. Intanto, le poesie sono belle di per sé, vanno lette ovunque: amuleti da scagliare in mezzo alla città infernale, per ridurla a mero riflesso, a fiammata di carta, nulla. Ci insegna, poi, che la poesia giapponese dipende dalla Cina – alcune raccolte sono di poeti giapponesi che scrivono in cinese – e che era normale “per un uomo… interpretare il ruolo e i sentimenti di un io poetico femminile”. Infine, c’è la visione politica, totale. Questo è Kiyohara No Fukayabu, papà di Sei Shōnagon, autrice delle memorabili Note sul guanciale, alto diplomatico di corte:

In una valle senza luce,
anche la primavera
è fuori luogo e neppure
v’è l’inquietudine dei fiori
che sbocciano e subito cadono.

Questo è il principe Otsu, terzogenito dell’imperatore Tenmu, “versato fin da giovane nelle arti militari e letterarie”:

Il corvo dorato discende alla sua dimora d’occidente.
La voce dei tamburi incalza la mia vita ormai breve.
Sulla via dell’oltretomba né ospiti né padroni.
Questa sera alla casa di chi mai mi potrò rivolgere?

Questa è Ono No Komachi, nobildonna dal talento rapinoso, presente in diverse antologie imperiali, “nacquero leggende sulla sua superba bellezza, pari all’indubbio talento di poetessa”:

Da quando
nel lieve sonno
vidi il mio amato
nei fuggevoli sogni
cominciai a confidare.

Nel “discorso per il premio Nobel”, Iosif Brodskij sfodera il paradosso: “Credo che a un potenziale padrone dei nostri destini si dovrebbe domandare, prima di ogni altra cosa, non già quali siano le sue idee in fatto di politica estera, bensì che cosa pensi di Stendhal, Dickens, Dostoevskij”. Peccava di eccesso polemico, di protervia culturale, il poeta russo. Prima di scegliere i nostri rappresentanti in Parlamento, dovremmo obbligarli a misurarsi in una gara poetica. Scrivere una poesia significa conoscere le leggi della terra e i criteri del cielo, fondere manualità a sensibilità, sapere com’è fatta una sedia e intuire l’abisso che stagna sotto le palpebre di uno sconosciuto. Solo chi scrive, lì per lì, la poesia più bella è degno di governarci.