Philippe Muray è un prodotto tipico – senza ingredienti d’inganno – della grande letteratura francese. Il gusto del linguaggio, dell’analisi al diamante, si fonde con la necessità di provocare, cioè di installare il lettore nell’insulto, nella bestemmia, nella beata imago dell’indignazione. Insomma: Montaigne nel cranio del Divin Marchese. Philippe Muray, fustigatore del contemporaneo – almeno dal 1981, quando scrisse un saggio al vetriolo sul suo autore-idolo, Céline (per Seuil, poi Denoël, poi Gallimard), dicendolo, in fondo, un positivo Lancillotto delle sorti umane & progressive – si riteneva un discepolo di Balzac. Attraverso il linguaggio e lo sguardo romanzesco, ha inteso descrivere la putrescente “commedia umana” della nostra epoca. In verità – in virtù, soprattutto, della rapacità linguistica, fatta di neologismi, di crepitio barocco, di dettato che unisce il superbo al pornografico – Philippe Muray s’installa in un lignaggio che conta, tra i guru, Marcel Jouhandeau, Henry de Montherlant – ripulito, però, dall’anacronistica aristocrazia –, Céline, appunto, e poi giù, fino a Richard Millet, Philippe Sollers, Pierre Guyotat, Gabriel Matzneff. Tutta gente, a differenza di altri, più pallidi noti – chessò, Annie Ernaux, Patrick Modiano, Emmanuel Carrére – che non gode di alti meriti editoriali nel nostro paese, abituato ai baciapile più che ai rompipalle (o, meglio, semmai, agli stronzi di facciata, dal profilo televisivo) e che costituisce un autentico contro-canone della letteratura francese recente.

Philippe Muray si è sempre messo dalla parte dei paria e degli scarti, ostentando la propria nudità, come un San Sebastiano: più grandinavano cori ostili, più era felice. Il suo tema dominante è l’analisi del cadavere Occidente, il mutamento antropologico che ha portato un popolo dall’ardore dell’ignoto alla cieca dedizione del ‘progresso’, al culto della ‘sicurezza’ e dell’igienismo sociale; all’azzardo abbiamo preferito il pieno dominio della legge; alla corrotta lotta il politicamente corretto; al ‘privato’ è stato sostituito il genio del ‘pubblico’, dunque del controllo; il giusto è stato annientato dalla giustizia e infine dal giustizialismo; il culto dei morti è stato annullato dal terrore della morte, dall’oblio dei morti per ragioni di agio e di ‘sicurezza’ civica (gli editti illuministi che impongono sepolture omogenee, tutte uguali, oltre le mura cittadine); la fede in Dio è sbriciolata nella fiducia nel dogma statale, dall’amore per il prossimo si è passati al socialismo imposto, per trame occulte. È, il nostro, il dominio della ‘festa’ e dei festival, del ‘tempo libero’ – ma mai liberatorio – che ripara dalla sacralità del tempio, dello ‘svago’ purché imposto – dei divieti, dell’omologazione della carineria e dell’obbligo di venerare le ‘minoranze’ con la scusa (ricattatoria) di ‘fare il bene’. In fondo, l’uomo contemporaneo, ingabbiato nei lacci di una legiferazione mostruosa (si legga il brano sotto tradotto) non è libero di sgattaiolare oltre le maglie del perbenismo. Al dominio della verità imposta – outing – fa specchio l’ipocrisia dilagante. Il principio di morte – sotto la patina del benessere – ha vinto.
Tutte queste cose – che oggi paiono pappa ovvia e hanno dato origine a un nuovo fenomeno umano: l’anticonformista a comando, l’aggressivo tout court, il cretino complottista – Philippe Muray le ha scritte quaranta, trent’anni fa in libri – L’Opium des lettres, Le xixe siècle à travers les âges, Exorcismes spirituels – che Michel Houellebecq – suo esagitato discepolo – ritiene necessari:
“Se dobbiamo parlare di modernità, occorre cominciare con i libri di Philippe Muray, sarà più piacevole e istruttivo rispetto ai tempi in cui non avevamo altro che Baudrillard e Bourdieu… La sua teoria dell’ascesa di una dittatura soft, di nuova foggia, sintetizzata in formule brillanti e definitive (l’‘iperfestivo’; il ‘desiderio penale’; ma soprattutto la tolleranza ‘che non tollera nulla oltre se stessa’) è corretta e necessaria, è ormai un classico che dovrebbe far parte del bagaglio culturale di ogni uomo degno”.
Probabilmente, non siamo abbastanza degni. In Italia, Muray non si può leggere: sia onore dunque a Mimesis, che nel 2017 ha tradotto uno dei suoi libri memorabili, L’impero del bene, e a Miraggi, che ha pubblicato il corrosivo pamphlet Cari jihadisti (2016). I veri terroristi, animati da impeto suicidale, sono i potentati d’Occidente, eugenisti, igienisti, legalisti, che hanno distrutto le rare spoglie di ciò che erano, con millenaristica violenza.
Relegato al ruolo succedaneo del cronachista di una città sotto assedio, dal 1978 Philippe Muray ha cominciato – secondo tradizione squisitamente francofona – a tenere un journal intime dal titolo intimidatorio, Ultima Necat. Negli anni, il diario è diventato un rifugio contro l’ovvietà da educande della letteratura dominante:
“Cosa vuol dire tenere un diario? Moltiplicare i pensieri clandestini, gli atti di negazione, passare la vita tra frodi e fronde, ingannando il mondo. La società è diventata una megera così ripugnante, una bagascia tanto micidiale che non possiamo che cornificarla, sempre, in ogni occasione”.
Nato ad Angers nel 1945 – il papà, Jean Muray, ha tradotto in francese le opere di London e Melville, di Kipling e di Lewis Carroll –, fautore di una vita all’assalto e nell’enigma, Philippe Muray, ascritto dai falangisti del benessere sociale tra gli ‘antimoderni’ e i ‘reazionari’, muore nel 2006, per un cancro ai polmoni. Dall’anno dopo Les Belles Lettres – che ha recuperato tutte le sue opere, di volta in volta uscite fuori catalogo – ha preso a editare il fatidico diario; quest’anno sono usciti i tomi di Ultima Necat che riferiscono delle annate 1994-1997. La violenza verbale è corroborante – l’eros, sfrenato, funge da chiave di volta. Qui lo scrittore parla di una sua amica-amante, Edna:
“Per Edna, il sesso è un corpo estraneo (di qui, il perpetuo desiderio, furibondo e quasi esclusivo, di trapassarla in modo deliziosamente ostile), ma nessuna vergogna valica la sua coscienza, posta chiaramente allo stesso rango del partner maschile. Dalla parte del cazzo. Dalla parte della verga. Edna ha un buco del culo cosmopolita. Il suo credo comporta fino in fondo l’abiezione femminina. Con uno sguardo ipernegativo verso se stessa, esige che la creatura maschile sia all’altezza della propria cattiva reputazione, arrecando quanto più danno possibile alla sua persona (alla sua ‘dignità’). Con lei, le distanze sono rispettate. È riposante. Nessuna abolizione delle separazioni. Le Mura dell’Onta sono indispensabili al piacere. Le Mura e l’Oltraggio. Dall’esterno, pare molto bella. Non attende che un tipo le parli, agisca, la pigli, perché già lei è animata da tale attitudine. Non aspetta che un uomo si fonda a lei nel coito, perché quando la si monta, si è sempre in due (lei e il maschio). Letteralmente, sono in due a possederla. Questo lato virilizzato potrebbe anche disorientare, ma lei è eccezionale nell’offrirsi come vogliono gli uomini: interpreta la donna, insomma. Di lei affascina questo: la profonda doppiezza, la quasi patologica assenza di ‘valori’, nessuna idea di ‘verità’, tutte virtù che farebbero di lei una somma conquistatrice se avesse un po’ più di slancio”.
L’effetto, a tratti, può essere quello di aver letto Muray, incolpevolmente, in alti scrittori d’alto lignaggio – dunque, gettati nel mero fango del mondo. Ciò censisce due cose: il genio della ‘tradizione’ – che esiste, nonostante i tentativi di sostituirla con il servile diktat della ‘trama’, anglocentrico – e il fatto che a certi concetti, in Italia, si arriva con decine d’anni di ritardo.

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Il desiderio del pene, ovvero: delle pene
Com’è possibile che nessuno sia terrorizzato dall’attuale legiferazione galoppante, da questa peste giustizialista che si sta rapidamente impadronendo di un’epoca? Com’è possibile che nessuno si inquieti per questo desiderio sempre crescente di leggi? Ah, la Legge! La marcia implacabile della nostra società al passo della Legge! Nessuno dei viventi può permettersi di ignorarla. Niente di ciò che è legislativo deve esserci estraneo. “C’è un vuoto giuridico!”. Ecco cosa si grida dal palcoscenico. Dalla poltiglia dei dibattiti pubblici emerge soltanto una voce, un cupo latrato: “Dobbiamo colmare il vuoto giuridico!”. Sessanta milioni di persone ipnotizzate da tale sortilegio. La natura umana contemporanea ha orrore dei vuoti giuridici, cioè delle aree di vaghezza in cui un po’ di vita, dunque di disorganizzazione, potrebbe infiltrarsi. Ogni giorno, un giro di vite più stretto. Progetti! Commissioni! Piani di studio! Proposte di legge! Deliberazioni! Elaborazione dei decreti parlamentari! Tutte le associazioni plaudono con le loro chele di granchio. Colmiamo il vuoto giuridico! Riempiamolo! E riempiamolo ancora! E ancora! Agiamo! Legiferiamo!
Sante Leggi, pregate per noi! Insegnateci il salutare terrore del vuoto giuridico e il perpetuo desiderio di colmarlo! Sosteneteci, proteggeteci dal precipizio dell’ignoto! Il minimo spazio vuoto fuori dal controllo della neolibertà giuridicamente garantita è divenuto un buco nero intollerabile. Il mondo in balia di una lacuna del Codice! I nostri pensieri più retrivi, i nostri più miseri gesti rischiano di non essere previsti in alcun paragrafo, di non essere protetti da un’appendice, di sfuggire alla vigilanza della giurisprudenza. “Dobbiamo riempire il vuoto giuridico!”. Questo è il nuovo grido di battaglia del vecchio mondo, ringalluzzito dal trasloco dei suoi elementi primi nella pattumiera mediatica.
Ci sono voluti tempo e impegno, tenacia, abilità, buoni sentimenti e cause filantropiche per modificare profondamente la mente di tutti, inculcando il tarlo del dispotismo legalista. Ma adesso che c’è, è fatta. La cronaca quotidiana è diventata, di fatto, il resoconto delle conquiste entusiasmanti della Legge. Nuovi capitoli di storia della schiavitù volontaria si vanno compilando. L’orgia procedurale non conosce limiti. In Svezia, di recente, un tizio si è indignato perché in un film di Bergman, mandato in onda in televisione, un padre schiaffeggiava il figlio. In un film. Sì. In tivù. Non nella realtà. Eppure, l’hanno giudicata un’azione immorale. Soprattutto: in violazione delle leggi in essere in quel Paese. Il tizio ha intrapreso dunque una congrua denuncia. Perseguire. Perseguitare. Chi non approva questo cittadino così sensibile? Il cinema, del resto, è pieno di atti di violenza, crimini, stupri, furti, brutalità: bisogna, con urgenza, epurare, emendare, proteggere.
Ci sono sere in cui la televisione – per chi la guarda, con la dovuta dose di ripugnanza – si tramuta in una specie di fiera giudiziaria. È un lex-shop a cielo aperto. Tutti arrivano con la bozza di un decreto. Discutere su qualsiasi cosa significa scoprire un nuovo vuoto giuridico. La conclusione si sa in anticipo: “C’è una scappatoia legale!”. Il sogno consiste nel bandire, gradualmente, dolcemente, tutto ciò che non è ancora del tutto morto. “Dobbiamo colmare un vuoto giuridico!”. Tutti non vedono l’ora di criminalizzare la sessualità. Negli Stati Uniti cominciano a indirizzare presso cliniche specializzate, come fossero dei malati, i sesso-dipendenti. In Francia, una nuova legge permetterà di decretare come “molestia” un minimo tentativo di seduzione. Un altro vuoto giuridico riempito! A Bruxelles, sinistri sconosciuti preparano la regolamentazione europea. Ben vengano tutte le repressioni, dal divieto di fumare nei luoghi pubblici alla soppressione di alcuni piaceri definiti preistorici come la corrida, il formaggio al latte crudo, la caccia ai colombi. Sarà dichiarata preistorica ogni occupazione che non ci costringa, in un modo o in un altro, allo schermo televisivo: lo Spettacolo ha organizzato un numero sufficiente – e sufficientemente costoso – di distrazioni che possono essere dichiarate obbligatorie senza destare scandalo. Ogni altro intrattenimento è irredentismo, è perdita di tempo – e di ascolti.
Tutte le denunce, dunque, diventano gesti di eroismo. Negli Stati Uniti, paese di deliranti avvocati, gli omossessuali di punta hanno inventato l’outing, originale forma di delazione che consiste nel tappezzare ovunque fotografie di tizi noti per la loro “scandalosa” omosessualità con la didascalia “queer assoluto”. Li fanno uscire allo scoperto perché dicono che il segreto danneggia il gruppo. Li si confessa loro malgrado. Niente più vita privata, dunque più ipocrisia.
Trasparenza! Ecco la più schifosa parola oggi in circolo. Oggi l’outing guadagna in slancio. Ci sono i calvi, che pubblicano i loro ritratti, le foto delle celebrità che dichiarano di indossare toupet (pardon, “complementi capillari!). Smaschereremo gli imparruccati! E poi, chi ha i denti finti, le donne con il lifting, i cardiopatici con il peacemaker.
“La più grande disgrazia per gli uomini è avere leggi e un governo”, scriveva Chateaubriand. Non credo possa ancora parlare di disgrazia. I giochi del circo della giustizia sono il nostro erotismo rimpiazzato. La nuova polizia plaude, legittimando così la propria ingerenza, glassandola con parole come “solidarietà”, “giustizia”, “redistribuzione”. Ogni virtuosa propaganda contribuisce a creare un cittadino devoto, stupefatto dall’ordine costituito, stordito dall’ammirazione per il sociale, determinato a non perseguire più alcun piacere se non quello che gli viene imposto. Eccolo, l’eroe positivo dell’odierno sistema totalitario, modello ideale della nuova tirannia, il Frankenstein degli scienziati folli del Benessere e del Benestare, il buonuomo che scopa soltanto con il kit con il preservativo, che rispetta le minoranze, disapprova il lavoro nero, la doppia vita, l’evasione fiscale, le salutari ribellioni, che trova la pornografia meno eccitante della tenerezza, che non può più giudicare un libro o un film se non per ciò che non è per definizione, un manifesto, che considera Céline un bastardo ma non tollera più nessuno che metta in discussione Sartre e la Beauvoir, che si spaventa come un vampiro davanti al crocefisso se scorge un anello di fumo all’orizzonte.
Non esiste una nuova inquisizione, ma un movimento più sottile, che si muove da ogni lato ed è lezioso continuare a insistere ricordando di cosa furono vittime Flaubert e Baudelaire: la loro persecuzione, per lo meno, rivelava un’assenza di continuità solidale tra il Codice e lo scrittore, un abisso tra la pubblica morale e la letteratura. Tale abisso si riempie ogni giorno di più e nessuno si offre volontario per i duri lavori di scavo. Chi racconterà questa commedia? Quale scrittore oserà uscire dallo zoo legalista per descriverne le turpitudini?
1992
Philippe Muray
*Il testo è tratto da: Exorcismes spirituels