Nel corso dei suoi viaggi in Portogallo, Frate Andrea da Spoleto aveva incontrato un individuo per cui aveva provato grande simpatia, ma che professava la religione musulmana. Fino ad allora non aveva mai conosciuto nessun seguace di quella fede, poiché nessuno aveva mai visitato il monastero francescano dove abitava, e stupì, dopo un’ora di conversazione con quel gentiluomo marocchino, di trovarlo non solo perfetto conoscitore della dottrina cristiana, ma di fatto in accordo con alcuni suoi principi.
In quell’anno si videro sovente. Come risultato della loro crescente amicizia, a Si Musa venne l’idea di invitare Frate Andrea a Fez, affinché vi fondasse una piccola missione francescana. Sulle prime il progetto parve al monaco una chimera affatto irrealizzabile. Poi Si Musa lasciò cadere l’informazione che sua moglie era sorella di Re Mohammed VIII, che a quel tempo a Fez governava il Marocco.
Come tu sai, Sua Maestà ha avuto l’opportunità e l’agio di studiare le opere dei Cristiani, osservò Si Musa con un sorrisetto ironico. Frate Andrea annuì: comprese che il suo amico alludeva alla disgraziata, lunga detenzione che al re era stata inflitta dai Portoghesi.
La solitudine e gli studi, proseguì, possono rendere un uomo tollerante. Egli sarebbe molto lieto di avere vicino te e i tuoi amici a Fez, in modo che la gente possa constatare che non tutti gli infedeli sono selvaggi. A questo punto Frate Andrea scoppiò in un riso fragoroso. Si Musa sorrise educatamente, non comprendendo il motivo di quell’ilarità. Era proprio la schiettezza la virtù che il monaco più apprezzava nel marocchino, e certo essa ebbe peso nel fargli accettare l’improbabile proposta.
Tre anni dopo Frate Andrea arrivò a Fez insieme a Frate Antonio e a Frate Giacomo, altri due francescani che lo avevano seguito perché consideravano loro dovere stabilirsi a Fez, dove avrebbero potuto intercedere a favore degli ostaggi cristiani in attesa di riscatto. Frate Andrea era ansioso soprattutto di discutere sugli argomenti religiosi con i tanti intellettuali musulmani per i quali Si Musa gli aveva fornito lettere di presentazione.
Dal momento del loro arrivo, ai tre cominciò ad andare tutto storto. Quando Frate Andrea tentò di rintracciare gli uomini cui era stato indirizzato, scoprì che erano tutti misteriosamente assenti da Fez. L’antico palazzo presso il Fondouq Nejjarine, che secondo le assicurazioni di Musa sarebbe stato messo a sua disposizione, si rivelò non disponibile. In effetti, al solo pronunciare il nome di Si Musa il frate incontrava sguardi ostili.
Non ci volle molto per comprenderne la ragione. Mentre si trovavano in viaggio verso Fez era stato incoronato un nuovo monarca: Re Ahmed III. I frati accolsero la notizia con volti impassibili, ma fra loro la commentarono con rammarico, rilevando concordemente che non prometteva nulla di buono per il loro progetto.
Li consigliarono di cercare una casa a Fez Djedid, dove gli stranieri non erano visti con antipatia come nella Medina. La dimora che trovarono non era lontana dall’ingresso della Mellah. Contava solo tre piccole stanze, ma c’era un cortile interno che presto riempirono di piante in vaso.

Frate Antonio e Frate Giacomo si assuefecero rapidamente alla vita statica della nuova dimora. Sembravano vivere soddisfatti nella tetra casupola. Ma Frate Andrea non si dava pace; aveva fatto conto di trascorrere lunghe ore a conversare in compagnia di nuovi amici. Le poche sortite compiute nella Medina lo persuasero che avrebbe fatto meglio a restarne lontano. Cominciò allora a gironzolare per la Mellah dove, è vero, lo guardavano con la medesima ostilità che nella Medina, ma se non altro lui non aveva timore degli Ebrei.
Non credeva che lo avrebbero aggredito fisicamente, sebbene dovessero nutrire un grande rancore verso la sua Chiesa, a causa delle recenti deportazioni di Ebrei dalla Spagna. Frate Andrea reputava la loro inimicizia politicamente giustificata, laddove l’odio che aveva incontrato nella Medina trascendeva tali valutazioni. Si sentiva libero di passeggiare nei vicoli della Mellah e di ascoltare le chiacchiere in spagnolo dei passanti.
Una sera, mentre se ne stava appoggiato a un muro a godersi i frammenti di conversazione domestica che gli giungevano dall’interno delle case, apparve nel vicolo un uomo di corporatura massiccia che lo vide e gli augurò la buona sera. Nell’imbarazzo di essere stato sorpreso a origliare, Frate Andrea rese un rapido saluto e fece per allontanarsi. L’altro parlò di nuovo e indicò una porta. Era la sua casa, disse, e lo invitò a entrare. Solo quando il frate si trovò all’interno di una stanza bene illuminata si rese conto che il suo ospite era un rabbino.
In questo modo Frate Andrea fece la conoscenza di Rabbi Harun ben Hamu e cominciò ad andarlo a trovare con regolarità. Aveva trovato un marocchino con cui poter discutere ragionevolmente di argomenti religiosi e metafisici. Rabbi Harun ben Hamu era di una squisita cortesia, e sembrava ansioso di intrecciare conversazioni serie, ma Frate Andrea sentiva il bisogno di studiare attentamente il Talmud, prima di esprimere qualsiasi opinione sulla legge giudaica. Leggeva, seppur faticosamente, l’ebraico, e la poca conoscenza acquisitane negli anni giovanili gli fu utilissima per realizzare il suo progetto. Per più di un anno trascorse gran parte del tempo a studiare alacremente. Riempì un libro di osservazioni e imparò a memoria la Mishnah. In quel periodo compì regolari visite alla casa del rabbino, dove da ultimo fu presentato ad altri due uomini, Rabbi Judah ibn Danan e Rabbi Shimon Saqali. Si accorse che i due non accettavano del tutto la presenza fra loro di un anonimo frate cristiano, e ciò gli fece nascere un forte desiderio di impressionarli. Gli era difficile restare seduto in silenzio mentre si sentiva tanto desideroso di discutere con loro della religione ebraica, ma si stava preparando per il giorno in cui sarebbe stato capace di fronteggiarli ad armi pari nell’arena della polemica religiosa, e perciò trattenne la lingua.
Quando ebbe deciso che conosceva la Legge bene quanto loro, e forse ne comprendeva assai meglio i rapporti con l’Islam e la Cristianità, stabilì di parlare alla prima occasione in cui si sarebbero ritrovati insieme. Non aveva avuto torto a immaginarseli increduli e sbigottiti quando si fosse rivolto a loro. Lo ascoltarono annuendo meccanicamente, stupefatti per la strana metamorfosi. A un certo punto rilevò che i materiali halakici hanno poco a che vedere con Dio, e che persino i midrashim haggadici non contengono passi riguardanti la natura di Dio.
Rabbi Shimon Saqali si irrigidì. Ogni frase contiene un numero infinito di significati, disse. E un numero infinito di significati equivale a nessun significato! gridò Frate Andrea.
Poi, alla vista delle espressioni sui volti dei tre uomini, pensò di volgere tutto in burla e rise, ma ciò parve avere il solo effetto di confonderli. Con il procedere della discussione, si scoprì dentro un forte desiderio di sconcertarli, di metterli di fronte alle loro contraddizioni. Dietro di sé aveva anni di pratica nell’arte della diatriba teologica, e questo gli aveva costruito una memoria eccezionale. Poteva ricordare le esatte parole uscite dalle labbra di ciascuno durante la serata, e le citò implacabilmente, fissando colui che le aveva pronunciate.

Persino Rabbi Harun ben Hamu rimase sbalordito, non tanto per l’improvviso sfoggio di erudizione dell’amico, quanto per il suo uso magistrale della logica. Rabbi Shimon e Rabbi Judah si spaventarono davanti a Frate Andrea, e quando se ne fu andato lo dissero al loro ospite. Dichiararono che mai prima d’allora erano stati maltrattati e umiliati a quel modo.
Rabbi Harun, che era un poco possessivo nei confronti dell’amico straniero, tentò di tranquillizzarli. Il Cristiano non intendeva offenderli, disse. Dopo tutto, non è uno dei nostri.
Poi, dato che nessuno interloquiva, aggiunse: un uomo di brillante intelligenza.
Sì, di un’intelligenza innaturale, osservò Rabbi Judah.
Quella sera Frate Andrea tornò a casa profondamente soddisfatto dell’effetto prodotto sui suoi ascoltatori. Curiosamente, Rabbi Harun ben Hamu continuò a invitare insieme gli altri due rabbini e il monaco, che dunque seguitarono a incontrarsi intorno al suo tavolo. Dopo quella prima scortesia, Frate Andrea stava attento a non esprimere le sue personali opinioni sul Talmud. Le discussioni si limitarono alla teologia cristiana.
Con la mente e la lingua diabolicamente affilate Frate Andrea finiva inevitabilmente per zittire gli altri. Rabbi Harun ben Hamu si compiaceva oltremodo di ospitare in casa sua arringhe così appassionate. A poco a poco si accorse di condividere molte delle premesse del monaco. Gli altri due notarono con apprensione la sua crescente tendenza a concordare con l’altro nelle questioni secondarie. Ciò recò loro turbamento, e ne conferirono in privato.
Una sera, mentre erano se duti attorno al tavolo di Rabbi Harun ben Hamu, Frate Andrea definì di sfuggita i Targumim come delle esegesi sciatte e inescusabilmente triviali. Rabbi Judah batté un pugno sul tavolo, ma a Frate Andrea sfuggì l’ammonimento.
Il Targum ai Megilloth, per esempio – proseguì – è un saggio di incomparabile insensatezza. Com’è possibile che qualcuno creda a simili assurdità?
Poi con estremo compiacimento proseguì a demolire il Secondo Targum di Esther, senza far caso alla cerea fissità dei visi di Rabbi Judah e Rabbi Shimon. D’un tratto, Rabbi Judah mise la mano su un braccio di Rabbi Shimon. Simultaneamente i due si alzarono in piedi e uscirono dalla casa. Frate Andrea smise di parlare, cercando una spiegazione nel volto di Rabbi Harun. Ma l’ospite guardava fisso dinanzi a sé, con un’espressione insieme dubbiosa e atterrita.
Frate Andrea aspettava.
Lentamente Rabbi Harun sollevò il capo e, quasi in atto di supplica, indicò la porta. Per favore, disse. Non si alzò dal tavolo quando l’ospite se ne fu andato. Capiva che gli altri due rabbini avevano concluso che il frate era in combutta con Satana. Pur essendo un uomo piuttosto colto, Rabbi Harun ben Hamu non riteneva quell’eventualità del tutto da escludersi. Decise che non avrebbe mai più rivisto il Cristiano per nessuna ragione al mondo.
Non gli fu necessario osservare il suo proponimento. Due giorni più tardi tutti i notabili e gli anziani della Mellah (salvo Rabbi Harun ben Hamu, che i suoi colleghi reputavano già contaminato dal potere malefico) si recarono a palazzo in processione. Là protestarono che a Fez era presente un mago forestiero, mandato per seminare la discordia fra la loro gente. Accusarono Frate Andrea di “cospirazione e pratica della stregoneria”. I Musulmani, ai quali non pareva vero di trovare una scusa per liberare la città da quel Cristiano indesiderabile, acconsentirono al suo arresto. Frate Andrea non ebbe l’opportunità di difendersi dalle accuse, ma venne gettato immediatamente in una cella, dove lo torturarono per diverse ore.
Alla fine, qualcuno impalò il suo corpo su una lancia.
Paul Bowles
*L’idea che ci siamo fatti di Paul Bowles (1910-1999) risente, decisamente, del magnetico film di Bernardo Bertolucci, “Il tè nel deserto”: dove si perde in profondità – Bowles sapeva scrivere – si guadagna in panorami da cartolina, magnificati dalle musiche di Ryūichi Sakamoto. In realtà, Paul Bowles, l’equivalente di Port Moresby, l’eroe del romanzo, assomigliava poco a John Malkovich, l’eroe del film: era meno affascinante, meno inquieto, meno fricchettone. Scrittore più inglese che americano, più violento che esotista, diseguale, fece di Tangeri il proprio rifugio, il proprio Eden, la propria fogna. I “beat” – da Burroughs a Ferlinghetti e Ginsberg –, che lo ritenevano un precursore quando non un guru, passarono spesso a fargli visita. La moglie – Jane Sydney Auer – era più affascinante di lui; lui, tra l’altro, scrisse poesie e componimenti musicali (fu allievo di Aaron Copland), alcuni dei quali furono usati da Orson Welles nei suoi film. Miniaturizzato a un solo romanzo, scrisse racconti, spesso pubblicati da Feltrinelli. Il testo qui riprodotto è tratto dalla raccolta “Points in Time” (1982), tradotta da Anabasi nel 1994 come “Punti nel tempo”, nella versione di Massimo Bocchiola. Per chi vuole perpetuare sortilegi agostani: il racconto andrebbe letto insieme a “I teologi” di Borges, testo non dissimile ma d’altra fattura.
*In copertina: Jean-Léon Gérôme, Il bardo nero, 1888; nel testo, disegni preparatori dello stesso artista