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Storia di Mur, il figlio di Marina Cvetaeva

Amo i personaggi marginali, assolti per barlumi, tra le ombre. Le vite meridiane per contrasto rispetto a quelle straordinarie; uomini, infine, spodestati, che camminano intorno ai mausolei, distratti, tra svariati veli di pioggia. Quelli che, cresciuti al cospetto di autentici titani, ne sono stati sorpresi, presi, sollevati – o uccisi per folgorazione. Le sorelle di Boris Pasternak, custodi della sua opera; il fratello di Vladimir Nabokov e il fratellastro di André Malraux, morti nello stesso campo di prigionia, in Germania. Le sorelle di Franz Kafka, ignare non del suo genio ma della gloria, fatale. Abitare cognomi vasti quanto un canone, pericolosi, come una tagliola. Mi sembra che posizioni così prossime eppure defilate possano dirci qualcosa di insperato, di intrepido su quei grandi artisti. Piuttosto, semplicemente, amo queste vite dimentiche: perché la storia, di norma, si coagula su uno, annientando tutti quelli che gli stanno attorno. Ecco, tra i frammenti di questo annientamento mi piace stare.

Di Marina Cvetaeva, con acribia impari, si è setacciato tutto: la vita del marito, Sergej Efron, soldato allineato ai Bianchi, antibolscevico, agente segreto in Europa, arrestato e ucciso nel 1941. Non sapeva come contenere Marina; lei, in fondo, non sapeva stare senza di lui. Di lei, tuttavia, conosciamo gli amori dispari, le amicizie, gli amanti – uomini miseri, al suo cospetto, o autentici pari, come Pasternak e Rilke, quasi allievi, come Arsenij Tarkoskij. Sappiamo della figlia Irina, morta di stenti, a neanche tre anni, in un ricovero, nel 1920 e di Ariadna, Alja, la primogenita, nata nel 1912, arrestata con l’accusa di essere complice del padre, nel 1939, riabilitata nel 1955: è lei ad accudire l’opera della madre, a viverla. Eppure, è con Georgij, Mur, nato nel 1925, il figlio più piccolo, che la Cvetaeva vive la prossimità più intensa, la vita in Francia, l’estremo ritorno in Unione Sovietica.

Sergej Efron, Marina, Ariadna; in braccio a Marina, il piccolo Mur

Nelle fotografie il ragazzo ha lineamenti languidi e lo sguardo severo della madre; in assenza del padre e della sorella, con cui ha condiviso la prima infanzia, è con lei, Marina, il rapporto di simbiosi e di sopravvivenza. In Deserti luoghi Serena Vitale ricostruisce gli ultimi anni di Mur, l’orfano. Aveva venduto il cappotto della madre, “quello col bavero di montone”, ricavando qualche rublo. “Credo vi sia arrivata la notizia del suicidio di M.I., avvenuto il 31 a Elabuga”, scrive alla zia Lilja, a Mosca. “La causa del suicidio: una grave depressione nervosa, la situazione disperata – l’impossibilità di lavorare nel proprio campo; a parte questo, M.I. sopportava con molta fatica le condizioni di vita a Elabuga – la sporcizia, la mostruosità, l’ottusità della gente. Il 31 si è impiccata. Più di una volta mi aveva parlato della sua intenzione di uccidersi come della migliore decisione che potesse prendere. Io la capisco e la approvo completamente”. Studiò a Taschkent, “fu a lungo malato, fece spesso la fame, visse in abbandono e in solitudine con il poco denaro che riusciva a mandargli la zia” (Vitale). Sembra ripercorrere la vita della madre, in miniatura, Mur; ne elogiavano l’intelligenza, acuta, spiazzante manichea. A Mosca gli studi furono interrotti dalla guerra: “Ho visto i morti per la prima volta in vita mia, fino ad oggi mi sono sempre rifiutato di guardare i cadaveri, compreso quello di M.I.”, scrive, nell’ultima lettera. “La morte è terribile, mostruosa… le sfuggirò”. Colpito da un proiettile, muore il 7 luglio del 1944, diciannovenne. Nel 2004, in Russia, sono stati raccolti e pubblicati i diari di Mur: ne scrive, nella recensione tradotta sotto, Michel Aucouturier, che per Gallimard ha curato opere di Lev Tolstoj, Nikolaj Gogol’, Dostoevskij, Iosif Brodskij e Boris Pasternak, su cui ha scritto il volume critico Un poète dans son temps; per le edizioni de L’Herne ha partecipato al volume monografico su Aleksandr Solzenicyn.

Ariadna e Mur Efron

Marina morì il 31 agosto – Mur restò in quella casa, pregna di morte, fino al 3 settembre. Come a vegliare lo spettro della madre, a intrattenere con lei un dialogo più profondo. Cosa resta del figlio del suicida? Anche questa è una domanda che scuote, una eredità da scontare. (d.b.)

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Poco sappiamo del destino tragico di Georgij Efron, terzo e ultimo figlio di Marina Cvetaeva, chiamato dalla madre con lo pseudonimo ‘Mur’ (in memoria de Il gatto Murr, il racconto di E.T.A. Hoffmann). Nato in Cecoslovacchia nel 1925, cresciuto in Francia, all’età di 14 anni torna in Unione Sovietica con la madre: lì il padre e la sorella erano arrivati due anni prima; assistette al loro arresto. Evacuata con il figlio nella cittadina tatara di Elabuga, senza risorse e in totale isolamento, Marina Cvetaeva si uccide il 31 agosto del 1941. Abbandonato a se stesso, il ragazzo, sedicenne, si sposta prima a Taschkent, riesce ad approdare a Mosca e lì inizia gli studi presso l’Istituto di letteratura. Quasi subito, però, è mobilitato, inviato sul fronte bielorusso, dove muore, il 7 luglio del 1944, all’età di diciannove anni.

Da bambino e poi da adolescente, Mur, dotato di spiccata maturità, cominciò a tenere un diario, fino a quando non è arruolato nell’esercito. Il testo, conservato presso l’Archivio di Stato di letteratura e arte, a Mosca, è redatto in russo e in francese, e pubblicato ad opera di Elena Korkina e di Véronique Losskij. La pubblicazione è un evento. Giorno per giorno, con meticolosa precisione, Mur dettaglia, anzitutto, la vita quotidiana di Marina Cvetaeva negli anni, radi, del ritorno in Urss, fino al suicidio: la miseria, la solitudine, gli sforzi estenuante per trovare alloggio a Mosca, le richieste per avere un lavoro, la fatica nel provvedere a sé e al figlio spiccano con crudele nitidezza. Al di là del peculiare destino del poeta, il diario offre una immagine precisa e tragica della vita in Unione sovietica durante la Seconda guerra: le code, i treni affollati, il mercato nero, l’asfissia burocratica.

I dettagli, registrati fino alla monotonia, sono però lo specchio di un bambino fin troppo adulto per la sua età, e poi di un adolescente che pur nel mezzo di una ostinata lotta per sopravvivere, non si scoraggia, continua con costanza a migliorarsi, a perfezionare il proprio intelletto. Mur leggeva Paul Valéry, André Malraux, Čecov, Nietzsche: la letteratura, francese e russa, occupa un posto importante nella sua vita. Nel diario evita di giudicare la vita sovietica, certo che potrebbe essere sequestrato, ma ne riconosce la distanza rispetto a quella che aveva passato in Francia. I commenti di politica internazionale – l’aggressione tedesca, l’atteso e desiderato riavvicinamento dell’Urss alle democrazie occidentali, i successi Alleati in Africa del Nord e in Italia, che segue ascoltando in particolare Radio Londra – e il registro delle vittorie dell’Armata Rossa tradiscono uno spirito critico, pur patriottico.

Il documento umano, dunque, che aggiunge una ulteriore sfumatura tragica al destino personale e familiare di Marina Cvetaeva, è anche una testimonianza sociale e storica di asciutta bellezza.

Michel Aucouturier

*In copertina: Alberto Burri, Grande Cretto Nero, 1976

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