15 Giugno 2023

Guido Morselli & Giacomo Leopardi: i gemelli terribili della letteratura italiana

Sfogliando i libri appartenuti a un grande scrittore, abbiamo il raro privilegio di gettare uno sguardo sul mondo dal suo punto di vista, dal cuore della sua biblioteca. Un viaggio letterario nel tempo e senza tempo. Se questi libri, poi, sono stati amati: sottolineati, annotati, postillati e via dicendo, percepiamo proiezioni di uno stato d’animo, cogliamo le spigolature letterarie. Da una prigione e un mondo, per dirla alla Leopardi. E Leopardi stesso riconosceva un trasporto affettivo verso i suoi autori preferiti: “Io non so come si possa ammirare le virtù di uno, singolarmente quando sono grandi e insigni, senza pigliare affetto alla persona. Quando leggo Virgilio, m’innamoro di lui”.

Si tratta di un rapimento, un gioco di specchi senza fine. Inevitabilmente, l’interesse precipuo di uno scrittore finisce per diventare sempre la lettura, una lettura appassionata, senza confini temporali. Lo svela nel suo ultimo saggio L’ultimo orizzonte. Riscontri tematici, stilistici e biografici in Morselli e Leopardi (Kressida editore) il ricercatore romano Giorgio Galetto che, da anni ormai, concentra la sua attenzione sul Novecento e, in particolare, sugli scritti inediti di Guido Morselli, questo originale scrittore, e sul suo spinoso rapporto con il mondo editoriale e letterario. Ma che cosa lega questi due tormentati scrittori italiani? Com’è possibile tracciare un cammino parallelo tra classici della lettura distanti tra loro oltre un secolo? “Meglio guardare in un occhio umano che in Dio” assicurava Melville ed è forse proprio questo, lo sguardo umano che, primariamente, unisce e accomuna questi due autori, uno scrittore filosofo e un poeta-filosofo che pure, in vita, non si incontrarono.

Lo studio di Morselli svela una passione sistematica per il poeta di Recanati. Entrambe voci inattuali, modernissime e squisitamente classiche. Fuori tempo e destinati all’immortalità, Leopardi e Morselli vivevano ai margini (si ricordi l’“etsi omnes, ego non” di Morselli, condizione di solitudine che aveva bene presente in vita) rispetto ai cenacoli letterari. “E questa siepe, che da tanta parte/ dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”: partiamo proprio dai celebri versi dell’Infinito di Leopardi (l’idillio scritto nel 1819,pubblicato nel 1825) per addentrarci in una chiacchierata sugli orizzonti che danno appunto il titolo al saggio di Galetto. Il colle e la siepe qui sono diversi: siamo a Santa Trinita, a Gavirate, nella provincia varesina dove Morselli aveva scelto di vivere, in un piovoso pomeriggio di maggio. Qui non solo la siepe ma anche una certa miopia del mondo editoriale fanno da sfondo all’avventura biografica dello scrittore varesino.

Da dove ha preso le mosse il tuo L’ultimo orizzonte?  E che cosa rivelano le letture morselliane di Giacomo Leopardi?

“Rivelano a livello conscio, se mi si passa questa lettura psicanalitica, la consapevolezza dell’attualità del Leopardi filosofo, soprattutto, della sua schietta presa di posizione di fronte all’ineluttabile presenza del Male nel mondo, o della marginalità dell’essere umano di fronte all’infinito dell’Universo, del reale. Tutti temi cari e nodi cruciali della riflessione di Morselli: il Male e la sua funzione, l’anti-antropocentrismo, solo per citarne alcuni. A livello forse inconscio – azzardo – rivelano un legame affettivo, una sentita comunanza caratteriale o quanto meno di atteggiamento davanti alla realtà, non sempre benevola nei loro confronti. Sentimento è una parola chiave per entrambi. Non a caso uno dei soli due scritti, rigorosamente saggistici, pubblicati in vita da Morselli ha come titolo Proust o del sentimento; la valenza di questo termine per Leopardi è evidente leggendo i suoi versi, senza considerare la sua teorizzazione della poesia moderna come poesia sentimentale. Qui ci addentreremmo, però, in altre questioni critiche. Al di là dell’occorrenza della parola, il sentimento è chiaramente centrale per entrambi come concetto”.

Come mai hai scelto, tra le migliaia di volumi del Fondo Morselli alla Biblioteca Civica di Varese, di occuparti proprio di questa lettura comparata?

“Nella mia ricerca, che è incentrata fondamentalmente sugli inediti morselliani, ho ritagliato uno spazio all’interno del Fondo varesino per permettermi di indagare, quasi di spiare, le curiosità e gli interessi del lettore, o forse dovrei dire studioso, Morselli. Ho chiesto naturalmente di consultare i volumi degli autori più significativi, sia in generale, sia per Morselli, a partire dai temi che trattava e dalle suggestioni del Diario. Sapendo che all’interno di questi volumi avrei trovato note, postille, commenti a margine, ritagli, eccetera. Leopardi è stato uno dei primi autori dei cui libri appartenuti a Morselli ho fatto richiesta, proprio perché ne riconoscevo la vicinanza per certi versi biografica, ma soprattutto tematica e di pensiero. Poco alla volta, dalla consultazione dei libri, delle loro note, è emersa una tale comunanza sotto diversi profili (tematico, biografico, stilistico), che ho cominciato a buttare giù qualche riflessione per iscritto. Ero colpito soprattutto dal loro atteggiamento problematico nei confronti della contemporaneità, dallo spirito critico che non si accontentava mai di facili e preconfezionate risposte, anche rispetto alle correnti culturali e letterarie coeve. Entrambi avversavano gli ottimismi radicati in filosofie antropocentriche; entrambi hanno sviluppato una loro filosofia asistematica ma coerentemente duttile, soggiacente all’osservazione critica della realtà; entrambi scrivono quaderni di appunti per anni, lo straordinario Zibaldone e il cosiddetto Diario: nessuna delle due opere è in verità un diario nel senso classico del termine. Alla fine, i miei appunti sono talmente cresciuti in volume, che mi sono trovato il materiale per realizzare questo saggio”.

L’accostamento Leopardi/Morselli si trova anche dentro una bella recensione di Manganelli che riconosceva il capolavoro morselliano Dissipatio H.G. come figlio del “Dialogo d’Ercole e Atlante”. Le Operette morali forse erano particolarmente presenti alla mente del Morselli (ricordiamo anche il “Dialogo della Natura e di un Islandese”) considerando un dialogo filosofico, Realismo e fantasia, l’ultima delle sue due opere pubblicate in vita.

“Come già detto, è nell’ambito di una ricerca incentrata sugli inediti che ho avuto la possibilità di approfondire l’incontro dei due autori. Ma questo incontro lo avevo visto avvenire molto prima, a partire da quando un altro incontro, in questo caso appartenente al mio vissuto, mi aveva fatto conoscere Guido Morselli. Da lì, le letture e lo studio lo avevano già avvicinato nella mia mente al Leopardi che naturalmente avevo conosciuto a scuola, ristudiato all’Università e letto per piacere personale. E l’accostamento è avvenuto prima di tutto sulla scorta di una similarità che torno a definire affettiva, anche caratteriale forse, prima che nei riscontri più prettamente letterari e stilistici. Poco a poco scoprivo il denominatore comune di un forte sentimento di dignità personale, dell’essere alieni da compromessi e del sapere pagare le conseguenze di questo atteggiamento. A partire da qui, andando a fondo nel confronto, sono emerse tutte le altre tangenze, sulle quali tento nel saggio di aprire uno spiraglio di ricerca, qualche possibile pista da seguire. Certamente, l’osservazione di Manganelli ci conduce al cuore di uno dei temi, cruciali per entrambi, l’anti-antropocentrismo, nascendo da un riscontro stilistico e di registro della narrazione, che non risulta essere un dettaglio ma rende conto della profonda consonanza intellettuale tra i due scrittori: Operette morali (il dialogo citato da Manganelli ma non soltanto) e Dissipatio H.G. sono opere sostenute da un linguaggio apparentemente non partecipe, distaccato; in verità la scelta stilistica di entrambi, lasciando spazio all’attonita, ironico-tragica presa d’atto di una realtà inspiegabile, risulta la più efficace e meno scontata per descrivere situazioni e stati d’animo “eccentrici”. Si tratta di uno studiato espediente perché l’amarezza e lo stupore, attraverso l’asciuttezza del dettato, si stemperino nell’ironia invece che annegare nella disperazione”. 

*L’intervista è a cura di Linda Terziroli

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