skip to Main Content

“Un innamoramento senza fine”. Sulle rime & le prose di Michelangelo

Un amico artista, di genio, Angelo Borgese, canticchia una poesia, “Caro m’è ’l sonno, e più l’esser di sasso”. Non ricorda a cosa si riferisca, sa che è di Michelangelo. Nella mia copia delle Rime (Bur) è catalogata al 247. Si tratta del primo verso dell’“epigramma in risposta a quello che Giovanni di Carlo Strozzi… aveva scritto ‘Sopra la Notte del Buonarroto’, la scultura per le Tombe Medicee di San Lorenzo (1524-25)”. Che bella l’epoca in cui gli artisti si esprimevano in rime, con cruda schiettezza, come se il gioco, liberi dal giogo del significato, fosse pieno di senso, in sé.

*

Proprio riguardo alla Notte, Thomas Mann scrive: “Il desiderio che lo spinge è l’amore, un innamoramento senza fine, lungo quanto la sua vita, volto alla figura umana, alla bellezza vivente, al fascino che emana dall’uomo”. Il grande scrittore tedesco, pronto a pensare che tutte le arti, in fondo, convergano in un medesimo genio, paragona Michelangelo a Goethe e Tolstoj. L’arte scultorea, in effetti, è affine a quella romanzesca; un torso di marmo simula un sonetto.

*

Forse per stremata provvidenza, le poesie di Michelangelo sono amate. Che un genio possa eccellere in più ambiti artistici ha qualcosa di demoniaco – che le poesie di Michelangelo siano abbozzate, radicate nell’occasione, arroccate al caos rende la generosità oro il talento sfacciato. Così, Rainer Maria Rilke – ossessionato dalla scrittura scultorea – preferisce Michelangelo, lo traduce, “era l’uomo che, gigantesco, al di sopra di ogni misura, dimenticò l’incommensurabilità”. Anche William Wordsworth, poeta ‘michelangiolesco’, ne è sedotto, e lo camuffa: That breaths on earth the air of paradise. “In uno degli autografi in mezzo ai versi si intravvede uno schizzo a matita, quello d’una pianta della facciata di S. Pietro”. Il verso ispira il capolettera di San Pietro; lo studio architettonico dà aria al sonetto, un gesto respira nell’altro.

*

Sulla “ricezione delle Rime tra gli scrittori” ha composto uno studio importante Gandolfo Cascio, che insegna all’Università di Utrecht, s’intitola Michelangelo in Parnaso, edita Marsilio. Al di là del pensiero di Foscolo (“In tutte le composizioni di Michelangelo noi vediamo tracce del suo grande amore e della sua grande ammirazione per Dante”), Cascio recensisce la presenza di Michelangelo nei Canti Orfici di Campana – e non solo nella sequenza La Notte –, nello sguardo Ungaretti (“è Michelangelo che mi ha indicato la strada, perché il barocco romano è nato da Michelangelo”), nell’opera della Morante e di Juan Rodolfo Wilcock. Scopro, così, che anche il grande poeta russo Fjodor Tjutcev ha tradotto Michelangelo, che nel 1975 Vittorio Sereni pubblica su “Epoca” uno studio su Michelangelo poeta e che Mario Luzi dice ciò che va detto: “tutt’altro che subalterna la sua poesia esiste indipendentemente dal suo grande personaggio e dalla suggestione delle altre arti in cui si è espressa la sua personalità”.

*

“Le Rime, definite da Ezra Pound tagliate con l’accetta, mantengono altissima questa tensione ostile, non solo tra autore e scrittura, ma anche tra autore e lettore e mostrano un Michelangelo costantemente vittima di un’asprezza insostenibile, a nervi scoperti si direbbe… La prosa michelangiolesca sembra nascere sotto altri auspici, più fausti ed è proprio il confronto con le Rime a illuminare questo un miracolo di freschezza, modernità ed essenzialità. Se i versi appaiono scritti e pensati nei più cupi momenti di solitudine, e tradiscono una faticosa elaborazione, le lettere di Michelangelo – sebbene si abbia prova di più e più versioni e limature maniacali in alcuni casi – sembrano nascere sì sull’onda dell’urgenza e della necessità, ma anche all’interno di uno spazio circoscritto e destinato ai rapporti umani”, scrive Filippo Tuena, in un libro felicissimo, La passione dell’error mio, che non è soltanto una antologia dal “carteggio di Michelangelo”, ma un racconto, una narrazione attraverso lo spettro delle lettere, ciascuna commentata, inserita nell’astronomia biografica (interessante il rilievo dato alle maliziose celebrazioni sul corpo morto di Michelangelo, “vittima delle miserie e ambizioni e pretesto per celebrare fasti altrui”). Il libro, edito da Fazi nel 2002, esito di un lavoro profondo di Tuena dentro Michelangelo, è stato divulgato dallo scrittore, durante la scorsa Pasqua, in una specie di samizdat della meraviglia, “in dono agli amici di Facebook che ne faranno richiesta”.

*

Nell’edizione Girardi delle Rime, quelle dal 179 al 228 riguardano una sfilza di epitaffi “che Michelangelo scrisse in memoria di Francesco Bracci, nipote di Luigi del Riccio, morto quindicenne l’8 gennaio 1544”. Alcuni di questi versi, conficcati nella morte, hanno aroma esoterico (“nacqui ove la morte muore”; “toccando i’ sol del mondo al paradiso,/ anzi per sempre serri le sue porte”). Il giovane che muore è paradigma della tragedia e della primizia, di una giovinezza che, evasa al mondo, deve esprimersi altrove, carne divinizzata in verbo. A volte Michelangelo si sfotte, giudica i versi “goffi”, altre volte li invia, canzoniere che appesta il lutto, “per i funghi insalati”, “pe’ finochi”, per le trote “marinate”. Tutto, in Michelangelo, è carnale, fino al nodo di luce. (d.b.)

Continua a leggere su Pangea

Back To Top
Cerca