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Martino Ciano, una voce per la Calabria. La sua scrittura è incanto e illusione

Nel tuo romanzo, Oltrepassare (A&B Editore, 2021) il protagonista è un Narratore senza nome che insegue le proprie “allucinazioni”. È un’allusione al tuo modo di intendere la scrittura? 

Sì, ho sempre pensato che la scrittura possa essere un chiarimento anche delle proprie allucinazioni; d’altronde, quando si scrive si mette nero su bianco il proprio punto di vista che, per quanto “sospeso” possa essere, contiene sempre un giudizio che bisogna superare. In questo modo, tutto diventa una danza dal particolare all’universale. Un indagar-facendo. Di sicuro, la dolce estasi del momento creativo permette di esprimersi liberamente, di descrivere l’assurdo, di dare una logica anche al non-senso, ed è questo l’aspetto più divertente della scrittura, almeno per me. Oltrepassare, in fondo, è un romanzo figlio della necessità di non porsi limiti e di navigare “serenamente” nei pensieri, nelle emozioni e nei tormenti.   

Nel romanzo sullo sfondo c’è la tua regione, la Calabria, amata e odiata. Cito: “tutti i giovani calabresi dovrebbero prendere a calci i loro padri perché non hanno lasciato niente di degno se non cemento, ipocrisia e marciume.” Parole dure dunque. È una condanna senza appello? Com’è scrivere, oggi, in Calabria? 

No, non è una condanna, ma una dichiarazione d’amore, perché solo guardando in faccia la realtà possiamo modificarla. La frase qui riportata fa parte di un lungo discorso che il padre rivolge a sua figlia. Un monologo duro, violento, cinico, che ho sentito mille volte. Siamo abituati a essere “scacciati”. Fin da bambini, molti di noi hanno sentito frasi come “scappa da qui, perché non c’è futuro”. Mio nonno lo ha detto a mio padre prima di morire e mio padre gli ha obbedito, trasferendosi da Taurianova a Ventimiglia, in Liguria. Lì ha incontrato mia madre, anche lei calabrese. Entrambi, nel 1973, sono ritornati in Calabria, a Tortora, nel paese di origine di mia madre. Poi, nel 2003, mio padre lo ha detto a me, dopo aver chiuso la sua attività commerciale. Me lo ha ripetuto in lacrime. La Calabria lo aveva tradito, ma ammise di non esser stato troppo buono con Lei. Fatto sta, che anch’io gli ho obbedito, trasferendomi a Roma per gli studi con l’intenzione di non tornare più.

Poi, purtroppo, dopo la sua morte sono tornato. Non me ne pento, ma che fatica non maledire almeno una volta al giorno questa regione. Anche questo sembra un romanzo, ma non lo è. Detto ciò, penso che ci siano mille motivi per odiare la Calabria, ma il calabrese non riuscirà mai a “liberarsi” dell’amore per la sua terra, per un motivo semplice: non sceglie di andare via, ma è costretto, e questa “amara consapevolezza” è un trauma che si porta dentro per tutta la vita. Ovunque vada, un calabrese cerca la Calabria, cerca il sole, il cielo, i profumi, i dialetti della sua regione. Ho familiari che non tornano in Calabria da decenni, che vivono dall’altra parte dell’Oceano, ma che ancora parlano il dialetto della loro regione. E poi ci siamo noi, quelli che sono tornati o che non se ne sono mai andati, e proprio a noi tocca il compito più difficile: “dimostrare con i fatti di amare questa regione”. Non credo che sia una terra irrecuperabile, ma dobbiamo anche uscire dalle logiche campanilistiche. 

Il tuo è un romanzo senza trama in senso classico, un flusso di coscienza con un linguaggio frutto di ricerca. Quanto è difficile da narratore muoversi in uno spazio indefinito e arrivare tuttavia a raccontare la “sua” storia?

Ho semplicemente aspettato il momento giusto. Ho scritto solo quando ero saturo, appesantito dai pensieri, immaginando un narratore stordito, spaesato, in cerca di conforto. Le limature sono arrivate dopo, ma essenzialmente, Oltrepassare è una partita a scacchi con il non-senso e un duello con la logica. Spesso ci si sofferma troppo su questa necessità di trovare a tutti i costi il significato delle cose e a ogni avvenimento. Fatto sta che, molte volte le cose accadono e basta. Ecco, Oltrepassare è un romanzo di fatti che semplicemente avvengono, al lettore il compito di tirare le somme, sempre se lo ritiene opportuno.  

Nella Prefazione si legge un avvertimento da parte del Narratore: “Oggi inizio a scrivere una storia, forse realmente accaduta, forse inventata. Non lo so. Non rivelo neanche il mio nome. Non ho bisogno di un’identità, tantomeno dei lettori (…) non voglio dare un senso alle cose, preferisco l’abbrutimento della logica e ridere. Ridere fino a soffocare della gente che si dispera perché non trova il filo della ragione.”

Quindi, noi lettori, siamo avvisati: Oltrepassare è un romanzo rompicapo, un enigma, nel quale è difficile scindere la realtà dell’immaginazione, districarsi tra le storie intrecciate, sognate o vissute. È una storia che parla di destino e di vita, di scelte e di ombre, quelle ombre che accompagnano tutti nel viaggio, che si allungano sotto forma di allucinazioni, di incubi, di ricerca di un impossibile senso.

“Contemplare è l’arte del Dio-narratore” afferma Ciano-Narratore, ma più avanti svela: “lo scrittore legge e aguzza il cervello, attinge alle parole degli altri, ma crede che le sue siano nuove di zecca e inimitabili. Insomma, lo scrittore è uno sfigato e come tutti gli sfigati si sente un Dio-in-Terra incompreso.”

Si prende gioco della scrittura, ironizza sulla pretesa di essere oltre la realtà per il fatto che la si scriva o si racconti a qualcun altro che legge. Ma lo scrittore non è un messia, non può governare il Caos, al massimo può ricongiungere i suoi limiti ai limiti altrui, in una linea retta sgangherata: “dicono che sono depresso, eppure in questa cella ho costruito il mio mondo. Non sento la necessità di uscire fuori, di aprirmi agli altri.”

Il Narratore non è come la protagonista, Emma, che ha avuto coraggio, ha lasciato la Calabria per andare a studiare a Roma e, forse, a morire. Lui invece, il Narratore che non è fatto per amare, dice a sé stesso “non siamo programmati per l’amore, ma per l’incanto e l’illusione.”

E la scrittura di Martino Ciano è esattamente questo: incanto e illusione.

Scrivere è “oltrepassare”, è Emma, che non vive nella realtà, ma nella mente di un pazzo: nella sua disperazione per il non averla se pur amata e nella sua gioia di averla creata.

Oltrepassare è un romanzo che ha angoli spigolosi nei quali si sbatte e si grida “ahi!” e finestre che si aprono all’improvviso, il tempo di un’illuminazione momentanea.

Oltrepassare, infine, è un romanzo che bisogna meritare, come tutte le storie che non sono confezionate per compiacerci, ma create per sfidarci.

Daniela Grandinetti

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Martino Ciano è giornalista e direttore responsabile di DigiesseNews, testata giornalistica dell’emittente radiofonica Radio Digiesse di Praia a Mare. Vive a Tortora, primo paese dell’alto Tirreno cosentino. Scrive di letteratura e filosofia sulle webzine L’Ottavo, Zona di Disagio, Gli amanti dei Libri, Suddiario, Libroguerriero e sul suo blog BorderLiber. Nel 2018 il suo esordio letterario con Zeig. 

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