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“Osare vedere, vedere davvero, finché arriva la fuga”. Dalla Calabra la new wave della narrativa: tre autori su cui scommettere (e che abbiamo intervistato)

Partiamo da una premessa: esiste una “nuova narrazione” della Calabria, ovvero scrittori che si sono sforzati e si sforzano di dare voce a una terra difficile che molto soffre dell’abbandono. Una narrazione che vorrebbe affrancarsi dallo stereotipo e dal già visto e sentito. Per mostrare tuttavia la vitalità che fatica a oltrepassare il limite regionale (superato da scrittori ormai noti), oggi idealmente mi trovo seduta a un caffè con tre giovani autori che hanno in comune l’essere nati in Calabria e risiederci, una regione che le statistiche indicano come una di quelle dove si legge meno. A loro chiedo dunque: quanto è difficile esordire e lavorare in Calabria? Vi sentite scrittori calabresi o semplicemente scrittori?

Pasquale Allegro: Sinceramente non credo sia difficile oggi, viste le possibilità offerte dall’era telematica e multimediale: dovrei pensare che nel mondo editoriale, già pieno di insidie, possa esserci qualche tendenza al pregiudizio, ma mi pare inverosimile, un soggetto buono per un romanzo fiction di riscatto. Mi sento scrittore, punto. Gli aggettivi li lascio agli strateghi e al marketing. Personalmente non ho neanche una formazione letteraria calabrese, purtroppo aggiungo, devo infatti approfondire tanti autori importanti. Certo qualcuno potrebbe chiamarla perdita delle origini nel tempo e nello spazio, ma insomma sappiamo che tutto dipende solo dal fatto che ci siano o meno capacità narrative, è questa la nostra responsabilità, tornare ossessivamente al bisogno fondamentale della scrittura. Se uno scrittore è capace di scriverlo è arte, niente di più semplice. Certo poi nelle pagine accade quello che hai dentro e non quello che trovi in un posto lontano da te. 

Gianfranco Cefalì: la prima considerazione che mi viene in mente è che ancora non riesco a definirmi scrittore, in quanto esordiente non ho ancora capito bene cosa o chi mi possa qualificare come tale, sono molto critico nei miei confronti e mai soddisfatto fino in fondo della mia scrittura e del mio stile. Poi dovremmo capire cosa è uno scrittore, cosa fa: lo scrittore è solo colui che scrive qualcosa e riesce a pubblicare? O è anche la figura mitica dell’intellettuale? E che compito ha lo scrittore? E il ruolo della cultura? Se dovessi poi prendere in considerazione quelli che io stesso definisco scrittori, non penso che riuscirei mai a definirmi tale. Per ricollegarmi alle tue domande: non è per niente difficile esordire in Calabria, ma in realtà da nessuna parte, a meno che non si scriva qualcosa di veramente illeggibile. Ecco perché diffido della qualifica di scrittore, in Italia ci sono più scrittori che lettori, è stato creato un mercato che non è più basato sul lettore, ma sullo scrittore. Ci sono ormai centinaia di case editrici e, nonostante il gruppo editoriale con cui ho esordito sia molto serio, in fondo alla mia mente c’è sempre uno stronzo che mi dice che sono solo un piccolo numero. Perciò potrei anche dire tutti scrittori, nessuno scrittore, ma se dovessi definirmi scrittore, non vorrei mai essere qualificato come Calabrese, non perché non ami la mia terra (anche se la odio profondamente) ma perché non siamo un prodotto a chilometro zero, non ci qualifica come migliori o peggiori; esiste una scuola calabrese? Esiste un canone entro il quale inserire delle caratteristiche peculiari dell’essere scrittore calabrese? Molto probabilmente sì per alcuni tratti comuni, alcuni degli autori che tu citi hanno sicuramente un sostrato che li accomuna, ma per stile, tematiche e cultura, direi che sono molto diversi. Io considerando la scrittura una forma d’arte, vorrei essere semplicemente uno scrittore e basta.

Salvatore Conaci: Mi considero uno scrittore, e mi considero un calabrese. Penso che la letteratura vera sia quella che rompe i confini, che abbandona i cliché, che trionfa sulla finitezza umana. Il mio primo romanzo, Ordo Mortis, è ambientato in Calabria, ma il genere è il thriller esoterico, uno di quelli che hanno fatto fortuna oltre i confini della regione, oltre i confini nazionali. La tipicità locale esiste davvero se trova il modo di superare la propria, ripetitiva maschera, e arriva ad affascinare chi vive al di là della barriera. E così, le cose altre e lontane da noi diventano grandiose se ci raggiungono nonostante la distanza. In questo periodo ho conferma di questo mio pensiero. Il mio prossimo thriller, in uscita ad aprile, è attualmente in preordine: guardando ai dati, noto con piacere che il mio pubblico è certamente (e orgogliosamente) calabrese, ma la maggior parte degli ordini giunge da altrove. Non ti saprei dire quanto sia difficile esordire: ora mi sento un po’ come il centopiedi della nota favoletta. Quello che si paralizza avvinto dalla pesante riflessione, quando una mosca, a bruciapelo, gli chiede come faccia a coordinare tutti quei piedi!

Si è molto parlato della nuova narrativa calabrese che dopo Carmine Abbate e Mimmo Gangemi, ha visto una fioritura di scrittori che hanno declinato una “nuova narrazione” della Calabria. Mi riferisco a Domenico Dara, Gioacchino Criaco, il collettivo Lou Palanca, Giuseppe Aloe, Maurizio Fiorino (anche se quest’ultimo non viene quasi mai accostato alla sua terra d’origine) tutti scrittori ormai di fama nazionale. Il solco tracciato è per voi un limite da superare o un’esperienza da seguire?

Pasquale Allegro: Conosco la maggior parte degli autori che citi, apprezzo le loro opere, la personalità intellettuale, e credo che alcuni addirittura soffrano il packaging che tu chiami solco. Per dire, Aloe mi sembra uno straripatore di argini, ha una scrittura così evocativa di un mondo altro che non riesco a riconoscerne la calabritudine. Potrei dire lo stesso di Dara, nonostante i suoi primi due lavori risentano di una certa voracità d’affetto per la terra d’origine. Io torno sempre alla strana necessità di fuggire per non partire, forse per questo scrivo. Mi esalta il fatto che si riesca a esistere dove non si esiste, che ci siano ferite che non smettono di fare male e a cui si possa dare un nome, di sostare in situazioni intangibili che comunque ci sostengono; vedi, c’è una specie di mancanza che si risolve nella scrittura, e la terra, la memoria, il giardino dei nonni, l’odore della stanza in cui mi nascondevo da bambino non sono altro che la scrittura con dentro quello che sono diventato. Nessuno merita di sopravvivere alla propria storia, ma quella storia non compare sulle fascette.

Gianfranco Cefalì: Gli scrittori che nomini sono importanti e hanno raggiunto ormai una fama nazionale e anche internazionale in qualche caso, il solco tracciato da loro è molto importante, a me fa piacere leggere di autori della mia terra, però considero la scrittura come una sfida, sfida con me stesso, in una continua ricerca della perfezione che molto probabilmente non riuscirò mai a ottenere, perciò è sempre qualcosa che deve ancora succedere, che devo ancora scoprire, qualcosa che devo ancora superare.

Salvatore Conaci: Io stesso, pur appartenendo a una generazione più recente, sono un limite da superare. La letteratura esiste perché gente come noi si ostina a scrivere un rigo sempre nuovo. A furia di scrivere, è necessario che queste righe si rinnovino per evitare la maniera, l’eterno ritorno di immagini come di fantasmi, l’adorazione del suono della propria voce con sempre la medesima acustica. È un discorso di sistema, e non di pura critica. Il mondo cambia, i lettori anche, e la narrativa deve tenere il passo. Quanto senso potrebbe avere rimandare l’inevitabile?

Il carattere “regionale” della letteratura ha un suo DNA che nel caso di quella calabrese parte da molto lontano e dalla filosofia antica arriva e passa da Corrado Alvaro, Mario La Cava, Fortunato Seminara. Eppure la nostra letteratura fatica ad avere una sua voce autorevole: se apriamo un testo scolastico, ad esempio, raramente troviamo autori calabresi, con rare eccezioni per Corrado Alvaro. Ammesso che oggi in uno scenario “globale” abbia un senso parlare di letterature regionali, come vedete il vostro futuro di scrittori nati in una Calabria della quale continuano a predominare gli stereotipi?

Pasquale Allegro: A volte gli stereotipi vengono alimentati dagli scrittori stessi, che si crogiolano in questo focolare, fanno gruppo e si barricano, poi lasciano che la casa diventi abitazione e che la vita fuori della scrittura si impossessi di loro e allora diventano calabresi che scrivono e non scrittori calabresi. È fondamentale conservare le parole per poter dire quello che ci unisce, ma è altrettanto importante conquistare con tante altre, giorno dopo giorno, un palmo in più di terreno, vedere cose che nessun altro vede, osare vedere, vedere davvero, finché arriva la fuga e quando giunge quest’ora fuggire con dentro tutte le persone e i luoghi che ci si porta dentro. Forse il futuro di scrittori nati in Calabria è conservarsi al di qua del mondo – questo la nostra terra lo permette ancora – e osare scrivere di spazi così grandi che neanche il cielo può contenere.

Gianfranco Cefalì: Penso che per studiare a scuola autori calabresi ci sia bisogno di ripensare anche alcune dinamiche interne al mondo della scuola, molto dipende dal tipo di insegnante che un alunno si trova davanti. Vedo male il nostro futuro, ma questo vale per tutti gli scrittori, non solo per i calabresi e non solo per gli stereotipi: l’editoria è in crisi, alcuni rapporti all’interno della stessa sono completamente sbilanciati, bisognerebbe ripensare molte situazioni, dalla distribuzione alla semplice selezione dei manoscritti, paradossalmente tutti hanno la possibilità di pubblicare ma a questo non corrisponde un aumento della qualità. C’è un certo filone che si nutre sugli stereotipi calabresi, fatto di ndrangheta, paesini e dialetti, alcuni lo fanno in modo giusto e corretto, perché per noi sono comunque situazioni e momenti di vita che fanno parte di noi stessi e che è giusto indagare, servono anche da memoria collettiva. Poi ci sono quelli che sfruttano il momento, ci marciano sopra, pubblicando libri di scarso valore.  

Salvatore Conaci: Il mondo è ormai un unico, grande villaggio. Siamo interconnessi, veloci a raggiungerci gli uni con gli altri. Mi basta sfiorare lo schermo di un telefonino per sapere cosa stia accadendo, in questo momento, dall’altra parte del mondo. Penso che il concetto stesso di letteratura regionale non solo sia diventato maggiorenne, ma che cominci a piegarsi agli acciacchi dell’età. Nessuno vuole essere più associato a stereotipi — vedi i nuovi standard per gli Oscar, o gli avvisi di razzismo sui classici Disney. Sono calabrese, ma le mie valigie non sono di cartone; non per forza i miei scritti devono essere infarciti di cibo locale, di termini dialettali. Secondo Matisse, per raffigurare bene una rosa, bisogna dimenticare l’aspetto di tutte le altre rose già rappresentate. Vale lo stesso per la letteratura. Possiamo essere scrittori e calabresi, senza il vincolo degli stereotipi. Basta un nome, un’allusione, far capolino senza la pretesa di esibire uno spaccato sociologico. Senza vendere al mondo la terra di provenienza, ma mostrandogliela per un istante, con naturalezza: restituirle normalità, mistero, una capacità tutta nuova di incuriosire e di ricordarne a tutti l’esistenza, senza pesantezza e senza polaroid ormai ingiallite, autocombuste. Il mio futuro di scrittore è il proseguimento di questa missione: superare ciò che è stato, e che forse, oggi, non va più; e preparare il terreno per chi, un giorno, capirà che anche il mio, il nostro modo, è col tempo divenuto inefficace.

Daniela Grandinetti

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Pasquale Allegro (Lamezia Terme, 1976) è laureato in filosofia, lavora da anni nell’editoria, e scrive per diversi giornali e blog. Ha pubblicato la raccolta poetica Baco da sera (2018) e il romanzo La portata dei sogni (2019).

Gianfranco Cefalì (Lamezia Terme, 1976) è laureato in Scienze della Comunicazione all’Università degli Studi di Perugia, ha lavorato in una casa editrice ricoprendo vari ruoli. A oggi è un redattore letterario. Il giorno in cui abbiamo pianto (Dialoghi Edizioni) è il suo primo romanzo.

Salvatore Conaci (Catanzaro, 1990) è insegnante e scrittore. Esordisce nel 2015, con Perle nere (Montedit), una raccolta di novelle dell’orrore. Dopo una breve collaborazione con la rivista Luoghi Misteriosi, scrive per ‘900Letterario tra il 2016 e il 2017. Del 2018 è Ordo Mortis (WritersEditor), primo thriller esoterico ambientato in Calabria, che ottiene la menzione al merito al III Premio Internazionale Cumani Quasimodo, e diviene Best Seller Amazon a pochi giorni dalla pubblicazione, ottenendo lo stesso successo nelle classifiche IBS. A ottobre 2020, col racconto inedito “Odio i treni”, è finalista del Premio Letterario Nautilus, e vincitore del Premio Speciale Litweb. È atteso per aprile 2021, per la casa editrice Bookabook, il suo prossimo romanzo: Cosa accadde davvero a Evie Benson.

*In copertina: Kazimir Malevič , “Cavalleria rossa”, 1928-32

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