09 Ottobre 2026

“Intorno al grido”. Anne Carson o della poesia multiforme

La parola chiave per capire la poesia di Anne Carson è per me senza dubbio “Possibilità”. Pressoché nessuna poeta è riuscita a rendere elastici i confini della parola come ha fatto Carson nei suoi libri, ed è questo il motivo del Nobel assegnatole di recente, appunto “per la sua opera audace e innovativa che, in un dialogo giocoso con la tradizione classica, ha creato nuove forme per la letteratura contemporanea”. 

Nuove forme Carson le ha create davvero, e soprattutto nuovi modi di intendere la forma Poesia. Il libro paradigmatico per capirlo è secondo me Plainwater, pubblicato per la prima volta nel 1995 e in Italia edito da Crocetti a cura di Patrizio Ceccagnoli nel 2025 col titolo Come l’acqua. È un libro, questo, che racchiude forse tutte le direzioni in cui Carson ha diretto la sua parola, come una minatrice che porta la torcia in grotte mai esplorate dalla poesia, o esplorate in tempi troppo antichi per ricordarsene. 

Per capire Carson, infatti, è essenziale tenere a mente che la sua grande passione è il greco antico. L’unica informazione biografica che compare sui suoi libri in quarta di copertina è spesso “Anne Carson è nata in Canada e si guadagna da vivere insegnando il greco antico”. Ancora, in una recente intervista al “New Yorker” prima di un evento letterario, quando le è stato domandato quale fosse secondo lei il miglior libro uscito quest’anno, lei ha risposto che non legge libri usciti di recente, ma libri vecchi, e in quanto classicista la maggior parte dei libri che legge sono stati scritti nel 500 a.C. 

È da qui allora che forse bisogna partire, da una scrittrice che si nutre quasi esclusivamente di letteratura antica, che la mastica e la restituisce rimodellata per farne cosa nuova. A questo proposito, fondamentali sono le sue traduzioni (in realtà più che altro riscritture) di alcuni classici come l’Orestea, attualizzati secondo la sensibilità e le ossessioni del nostro tempo; ma ancora più importante è ricordarsi che prima dell’età ellenistica non esisteva davvero il concetto di “libro” in poesia. Esistevano poesie singole, raccolte di testi e di frammenti, la produzione di un poeta trasmessa in rotoli. E molte poesie erano legate alla dimensione musicale e performativa. È in epoca ellenistica che inizia a farsi strada in modo decisivo il concetto di libro vero e proprio. Con i poeti alessandrini del III secolo a.C. il libro diventa veramente un’unità estetica, un organismo connesso tematicamente e formalmente in cui tutto si risponde. Anne Carson sembra abitare un momento di sella tra queste due concezioni del libro di poesia. I suoi libri sono certo unità estetiche costruite minuziosamente, ma portano con sé anche una grossa parte di fluidità. Spesso si rimane spiazzati dall’accostamento di certe sezioni, ci si chiede se non siano quelli libri separati, o frammenti di libri incompleti finiti per sbaglio in una raccolta che non appartiene loro, proprio come i frammenti dei lirici antichi o dei filosofi e poeti presocratici. 

Patrizio Ceccagnoli, nell’introduzione a Come l’acqua, scrive non a caso: 

“Il titolo della raccolta, Plainwater (‘Semplice acqua’), suggerisce una sorta di facilità, un richiamo all’essenziale, alla purezza, alla trasparenza; eppure questo libro, con le sue molte sfaccettature, è tutt’altro che facile. In ciò rispecchia la natura ingannevolmente semplice ma, in realtà, profondamente complessa della scrittura di Anne Carson, una scrittura fluida e multiforme, capace di adattarsi a qualsiasi contenitore o genere che la ospiti, eppure spigolosa e conturbante. Che si tratti di raccontare un viaggio, di riscrivere il mito antico o di creare un frammento lirico, il linguaggio di Carson è preciso e reciso, spiazzante e commovente, nel suo continuo effondersi come un rischioso invito a tuffarsi nell’ignoto”[1].

È in questo orizzonte antico e apparentemente lontano che si muove la penna di Carson; ma antico non significa vecchio. È un orizzonte che spazia, intreccia tutti i tempi dentro un punto di fuga, come a cercare di scoperchiare il limite spazio-temporale non fisicamente, ma mentalmente. Nel suo romanzo in versi Autobiografia del rosso (1998) – da molti considerato il suo capolavoro – Carson riattiva il mito di Eracle e Gerione basato sull’opera del poeta antico Stesicoro, mettendo in scena il mostro rosso alato Gerione come un quattordicenne canadese queer perdutamente innamorato di Eracle, in un viaggio (fisico e simbolico) nel desiderio sessuale, nel trauma e nella passione che li porterà fin sulla cima di un vulcano sudamericano. Oltre ad essere un’opera per certi versi programmatica – la fluidità di genere sessuale riflette la fluidità del genere letterario –, dimostra quello in cui Carson riesce meglio di quasi chiunque: nel legame tra estremamente antico e estremamente nuovo, nella lettura dell’ultra-contemporaneo tramite spesse lenti di distanza.

Non è forse, in termini e modalità diversissime, quello che faceva anche Rimbaud nelle Illuminazioni, ad esempio, sovrapponendo architetture classiche a moderni edifici decadenti di fine ’800, o riconoscendo nei tumulti politici della sua epoca gli schemi annunciati dalle antiche scritture? Essere “assolutamente moderni” per il poeta visionario significava guardare oltre il nostro orizzonte, ingabbiare in qualche modo tutte le epoche in un tempo e uno spazio solo, intuire nel cielo le stelle la cui luce non ha ancora avuto il tempo di viaggiare fino a noi. 

Ecco la radice da cui Carson trae la sua linfa, e che la rende libera di sperimentare in tutte le direzioni immaginabili. All’inizio ho parlato di “Possibilità”, perché quello che mi colpisce di più nel leggere certe sue opere è proprio l’audacia di Carson nell’ingarbugliare e scambiare i generi, e soprattutto nel sovvertire la loro funzione primaria. In questo senso Come l’acqua è davvero emblematico. Nello spazio di un solo libro troviamo versi usati per raccontare una storia e prose usate per veri e propri movimenti lirici. 

La storia occupa la parte III del libro ed è quella del Perugino e una donna di nome Anna; ma a sua volta la storia a volte si fa anche saggio, con molte incursioni filosofiche sulla fenomenologia hegeliana e sulla pittura rinascimentale in cui, in un movimento a specchio, si riconosce a distanza l’estetica di Carson: “In Renaissance painting / every point in space is accounted for” (“Nella pittura rinascimentale/ si tiene conto di ogni punto nello spazio”)[2]. La lirica in prosa la si trova spezzettata in varie parti del libro, ma la più organica credo possa essere la II, intitolata Short Talks (Discorsi brevi), dove si alternano movimenti di vera e propria poesia di pensiero (penso al testo On Homo Sapiens) a movimenti lirici brevi e intensissimi, come On Le Bonheur d’Etre Bien Aimée, o On the Youth at Night. 

Riporto qui sotto i tre testi solo in traduzione:

Sull’Homo Sapiens

Con piccole incisioni l’uomo di Cro-Magnon registrava le fasi lunari sui manici dei suoi attrezzi, pensando a lei mentre lavorava. Gli animali. L’orizzonte. Una faccia in una bacinella d’acqua. In ogni storia che racconto arriva un punto in cui non riesco a vedere oltre. Odio questo punto. È per questo che chiamano ciechi coloro che raccontano le storie: uno scherno.[3]

*

Su Le Bonheur d’Etre Bien Aimée

Giorno dopo giorno appena sveglio ti penso. Qualcuno ha sparso in aria dei gridi di uccelli come gioielli.[4]

*

Sul giovane di notte

Il giovane di notte si sarebbe fatto portare in giro intorno al grido. Questo si trovava nel mezzo della città e lo guardava a sua volta con il suo calore e le sue pozze carnali di rose. Una lava terrificante brillava sull’anima del giovane. Senza fermarsi, continuava a fissare.[5]

Ma queste non sono le uniche forme usate da Carson nel libro. C’è l’intervista al poeta elegiaco Mimnermo vissuto nel VII secolo a.C., il diario di un pellegrinaggio a Compostela, il saggio vero e proprio; e ognuna di queste cose racchiude molte delle altre a matrioska, come in un andamento centrifugo che l’opera compie continuamente su se stessa. Così, i libri di Carson sono un continuo monito a pensare l’opera d’arte come sistema vivo, a recuperare il fascino dell’indefinito, o addirittura del non-finito, e a proporlo come possibile fondamento per l’idea di opera d’arte in questo secolo, nel paradosso di trovare più ricchezza in una casa costruita sulla sabbia invece che sulla roccia, anche a costo di sacrificare la stabilità della struttura. 

L’opera di Anne Carson è ovviamente enorme, e date queste premesse si può capire come ogni libro sia un emisfero a sestante. Ma la mia scelta di Come l’acqua come porta d’entrata nella poesia della neo-Premio Nobel è motivata – oltre a ovvie ragioni di spazio – dal fatto che questo libro mette in primo piano l’elemento totemico della poesia di Carson, e costituisce per questo il perfetto ingresso nel suo mondo. Se per Shelley l’elemento era il vento, per T. S. Eliot la terra e per Rimbaud il fuoco, per Carson è certamente l’acqua: antica com’è antica la vita, di nessuna e di ogni forma, in nessuno e in ogni spazio (mare, nubi, pioggia) e, soprattutto, incompatibile con l’idea di confine.

Alberto Biscaldi


[1] Anne Carson, Come l’acqua, a cura di Patrizio Ceccagnoli, Crocetti, Milano, 2025, p. 17.

[2] Ibid., p. 168-169.

[3] Ibid., p. 77.

[4] Ibid., p. 97.

[5] Ibid., p. 123.

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