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Il buon senso degli affari & il genio per la letteratura. Un saggio di Jack London

È sempre bene non accettare consigli da nessuno. Così nei fatti della vita d’ogni dì, figurarsi nella letteratura. Cari bravacci, la letteratura è roba per cape dure. Per inossidabili cocciuti. Si è mai visto qualcuno che s’è fatto convincere dalla serpe di turno cambia quella frase lì, accorcia quel paragrafo là?

Inesorabili romantici. La letteratura oggi è così. Fatta da editor che sussurrano i segreti del mestiere allo scrittore di turno, meglio se aspirante. Così un romanzo fitto fitto sono capaci di cucinarlo come si deve fino a spurgarne più della metà. Ragioni di mercato, diranno. Già. Come dice a ogni piè Jack London in un libro spassoso, sta in catalogo minimum fax, Pronto soccorso per scrittori esordienti. Mentre io dico, scemo lo scrittore che si fa scarabocchiare l’opera dall’editor che guarda al bilancio, Giacomo London dice no, le cose stanno all’opposto, se vuoi fare lo scrittore di professione non menartela troppo con la letteratura e scrivi per il mercato, cioè, scrivi ciò che gli altri si aspettano che tu scriva. «Stando così le cose – fare soldi come attività più cruciale della vita di oggi – è giusto che la letteratura sia espressa in termini di denaro. E non solo è giusto ma è indice di buon senso degli affari da parte di un direttore editoriale pubblicare sulla sua rivista ciò che un gran numero di persone vuole leggere». Eppure, in queste frasi scritte da uno scrittore non eccelso ma eccezionale, in questo libro che pare scritto oggi e che dice gli stessi problemi di oggi («Per uno scrittore capace di vent’anni fa, oggi ce ne sono cinquecento. Oggi, gli scritti eccellenti sono sommersi da un mare di scritti eccellenti», ed è vero, tutti sono così ostinatamente bravini a vergare il proprio temino, ma la decisività, la decisività dov’è?), una verità c’è. E cioè: a chi non interessa scrivere l’opera che cambierà il mondo è bene che scriva accontentando i propri lettori.

Falli godere come bestie. Ragionamento che non fa una piega. Se non scrivi per te e per il tuo proprio delirio, scrivi per gli altri. E per Dio, falli godere come bestie. Che se lo appuntino quelli, i tanti, i tantissimi, che oggi stanno con un piedino lì e l’altro là, che scrivono per il pubblico ma poi arricciano il naso perché dicono che ciò che fanno è purissima letteratura, perché loro nella “hall of fame” degli scrittori di quota non vogliono mancare. «Noi siamo quelli che soffrono per le necessità del ventre», scrive il prolificissimo Giacomo. E ha ragione, viva la sana praticità. La letteratura la lasciamo ai poeti e agli dèi. Eppure, no, di scrivani non c’è più bisogno. C’è bisogno di scrittori che ci sconvolgano, che ci cambino i connotati. E questi non li crei in vitro con i consigli di un London, che poi sono quelli che hanno fruttato tutta la media narrativa dominante americana, e che forse ti saranno utili per veder pubblicato il tuo mediocre manoscritto, per cui bisogna lavorare molto e non scrivere troppo e imitare gli scrittori di successo (per cui lui, London) e correre dietro all’ispirazione «e se non riuscite a raggiungerla, cionondimeno raggiungete qualcosa che le somiglia in modo considerevole». Poi, sia chiaro, non otterresti risultati neppure se seguissi i consigli di un Faulkner o di chi vuoi tu, neppure se Dante facesse capo dalla tomba scoperchiata, no. Non accettate consigli da nessuno. E i giganti leggeteli e spiateli, ma sempre così, impertinenti, infastiditi, boriosi. Presuntuosi. E perciò umili.

Piuttosto, imparare il pudore. Consiglio numero due: dubitare degli scrittori o sedicenti tali che smazzano a mari e monti il loro presunto talento. No, carini, il talento va scoperto, custodito, amato. Come la cosa più amorevole. Va celato persino, sì. Graniticamente sé, lo scrittore non accetta consigli neppure dal padreterno. Eppure quando gli danno la stelletta e gli dicono guarda che da ora sei uno scrittore allora eccolo che dall’alto del pulpito, dall’alto della sua scaletta di una manciata di gradini si mette a dire ora questo ora l’altro. Mica da credergli, sia chiaro. Piuttosto, fatevi trafiggere da Céline, quando dice «Romanzi! Fatemi ridere. Ci vuole uno stile per scrivere. Poi si può parlare della pioggia o del bel tempo, dell’amore o dell’odio; c’è lo stile che ti salva. Le storie! basta abbassarsi per raccoglierne, gettare un’occhiata in strada… Ma scrivere! Comunicare la tua febbre, la tua fifa, la tua fame, il tuo amore, la tua rabbia… Ma alt! Prima bisogna sentirle queste cose, poi trovarsi, capirsi, lavorare su se stessi. Roba lunga. Non paga. Meglio inventare». Ecco. La letteratura ha a che vedere con quella cosa fatta di febbre, fifa, fame, amore e rabbia. Non chiedete di più. Poi, quel Céline. Non credetegli. Né a Faulkner quando vi dice come bisognerebbe ri-scrivere un libro, né a Flannery O’Connor quando vi spiega cos’è un racconto, né a Poe, né a Carver e a tutti questi americani che vogliono fare di tutto un sistema fordista. No, se li leggiamo è perché li leggiamo in quanto scrittori di opere indimenticabili.

Stupidità senza limiti. Comunque, dopo la lettura di questo libro, sfrondando le banalità del pioniere London del tipo scrivi solo se hai in testa un’idea chiara, si scoprono almeno due cose: che Jack era un giornalista dotatissimo e che i giornalisti d’oggidì scrivono come lui cento anni fa, e che era un critico spietatissimo, leggersi le lettere agli aspiranti di turno, di norma bastonati a sangue (del tipo: «Una tale sciatteria fa capire a qualsiasi direttore editoriale, con un’occhiata a un paio di pagine, che tu non hai nessun rispetto sincero per la letteratura […] che tu sei o di una stupidità senza limiti o di una sfacciataggine senza pari a presentare dei manoscritti battuti a macchina in modo tanto raffazzonato»). Poi basta, gettate il libro nel cesto e scrivete. O state zitti per sempre.

*In copertina: Jack and Charmian London alle Hawaii

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