Se scrivere è privarsi del privato, Maria Bellonci pare aver elevato tale principio a cifra stilistica della sua opera – letteraria, esistenziale. È un’“autrice che si rivela attraverso i suoi libri” – dirà di lei André Desjardins.

Sognava di essere la Corinna di Madame de Staël – a suo modo ci riuscì. Narratrice storica, ricercatrice, animatrice di salotti culturali, ideatrice del premio Strega – Maria Bellonci fu, soprattutto, donna d’ingegno.  

Fra le quinte signorili di viale Liegi pare di vederla incedere – capelli cotonati dai riflessi ramati, cappellino coi fiocchetti alla militare, abito in maglia a righine bianche e nere, tacchi di nove centimetri, pelliccia di astrakan. La sagoma, indissolubilmente avvinta a quella di Goffredo – marito, mentore, maestro –, cui sarà devota per tutta la vita.   

“Tu mi farai come vorrai; nelle tue mani io mi sento docile e morbida come la creta” gli scrive Maria nel settembre 1925. Il primo messaggio di Goffredo, del 1923, recita invece così: “Ma i miei pensieri sono fiori religiosamente offerti a te, amatissima”. È indirizzato a Violante Accoramboni, nom de plume da lui stesso ideato per Maria.

Il loro carteggio – che la scrittrice, in via testamentaria, ha disposto di distruggere – è oggi conservato in una cassapanca di casa Bellonci. È ciò che resta del privato.  

Rari, evocativi stralci affiorano fra le pagine di Romanzo privato (Mondadori, 2026), libro ultimo di Stefano Petrocchi – direttore della fondazione Bellonci e segretario del comitato direttivo del premio Strega –, dedicato alla figura della scrittrice. Degli inediti testi che ne delineano ignoti tratti, delle suggestioni che ne derivano, del sodalizio intellettuale dei coniugi Bellonci, parlo con l’autore – lo scrittore, in fondo, è un custode di segreti.    

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Partiamo – come nel suo libro – dall’epilogo. Dal 15 maggio 1986, data scandita da due eventi assurti alle cronache letterarie – il matrimonio di Borges, ottantasettenne, con María Kodama e i funerali di Maria Bellonci, fondatrice del premio Strega. Come si inseriscono, in questa cornice temporale, le sorti di Rinascimento privato – opera ultima della scrittrice, alla cui figura è dedicato Romanzo privato?

Quel giorno stesso, nel tardo pomeriggio, vengono annunciati i candidati al Premio Strega. Tra questi è presente Rinascimento privato appunto, con cui per la prima volta Maria Bellonci concorre al riconoscimento letterario da lei stessa fondato, che a luglio otterrà con un voto larghissimo della giuria.

Maria Bellonci pare scissa in un duplice profilo. Da un lato la scrittrice di romanzi storici che trascorre anni della sua giovinezza immersa negli archivi di mezza Italia, dall’altro l’animatrice culturale, madrina del salotto degli “Amici della domenica” e genio del prestigioso premio letterario. Come convivono queste due personalità? 

Va detto, convivono a fatica. Prima c’è solo la scrittrice. Esordisce nel 1939 con una monumentale biografia di Lucrezia Borgia che le vale il Premio Viareggio e numerose traduzioni all’estero. Qualche anno dopo pubblica Segreti dei Gonzaga, altro saggio narrativo incentrato sui signori di Mantova, che ottiene recensioni molto positive da critici come Debenedetti, Bacchelli e Ojetti. Siamo già nel 1947, l’anno in cui viene fondato il Premio Strega: d’ora in avanti le migliori energie della scrittrice, che ha bisogno di lunghe ricerche in archivio per scrivere i suoi libri, vengono assorbite dal premio. Tornerà alla narrativa venticinque anni dopo, con un trittico di racconti. L’ultimo decennio della sua vita, a cavallo tra anni Settanta e Ottanta, è di nuovo molto produttivo dal punto di vista letterario e culmina con la pubblicazione di Rinascimento privato e con la vittoria dello Strega. Potrebbe sembrare allora che questi due aspetti della sua esistenza alla fine si siano ricongiunti: in realtà, lo abbiamo già ricordato, lei muore due mesi prima e non può godere del tributo che la società letteraria ha voluto riconoscerle: il disallineamento prosegue fino alla fine.

Maria Bellonci con Elsa Morante, Premio Strega 1957

Romanzo privato introduce a un’ulteriore angolazione della scrittrice, quella diaristica. In appendice, sono riportate le pagine del Piccolo libro delle consolazioni segrete (1936-1937) – quasi una mistica primizia – e del Diario breve (1938-1951). Entrambi, accompagnati dal medesimo avvertimento da parte dell’autrice – non dovranno essere mai pubblicati. In questi testi – discontinui, privati – quale natura emerge, ancora, di Maria Bellonci – si tratta di taccuini dal taglio più umano o letterario?

Sono entrambi frutto di una scrittura privatissima che accompagna e fa da controcanto ai primi due libri pubblicati da Maria. Fisicamente sono l’uno il proseguimento dell’altro, essendo scritti sul recto e sul verso di uno stesso taccuino dalla copertina nera. Sono appunto due diari discontinui, secondo la sua abitudine di compilatrice di agendine tutt’altro che metodica, che vivono di improvvise accensioni. Riflettono l’attitudine della scrittrice a esaminarsi in modo profondo e spietato, in anni in cui va maturando e poi si afferma come presenza importante nel mondo letterario italiano. Sono anche la traccia di una giovinezza che sta passando: Maria inizia il primo a trentaquattro anni e termina il secondo a quarantanove. L’autrice tenta di fermarla annotando, nel primo, tutte le volte che gli uomini, perlopiù perfetti sconosciuti, le rivolgono dei complimenti lungo la strada. Sono importanti per chi vuole conoscere di più la figura di Maria Bellonci e dal punto di vista umano e dal punto di vista letterario. Maria percepisce sé stessa tanto nel mondo reale quanto nell’universo dell’immaginario. Se vogliamo dirla in modo semplice: vive la sua vita come il personaggio di un romanzo. In questo sta il suo fascino, devo dire per me irresistibile.

Addentriamoci nella personalità più curiosa tratteggiata in Romanzo privato – il prete canadese. Protagonista di un inatteso incontro a casa Bellonci nell’agosto 1974, darà vita al protagonista maschile di Rinascimento privato, il religioso e diplomatico inglese Robert de la Pole, “platonico innamorato” di Isabella d’Este. Chi è, dunque, André Desjardins e come si articola la sua conoscenza con Maria? 

Ecco un altro personaggio del tutto letterario, anche se ben vivo su questa terra. Incrocia una sola volta nella vita Maria, proprio in quella mattina d’agosto del 1974, e lascia il segno al punto da indurla – nove anni dopo – a farne il protagonista maschile di Rinascimento privato. È un prete canadese, voglio sottolinearlo anch’io, che da una remota provincia del Québec e da semplice appassionato di romanzi storici, senza dunque aver fatto studi particolari di tipo letterario, giunge ad avere una corrispondenza significativa con gli eredi di Tomasi di Lampedusa, con Marguerite Yourcenar e con Maria Bellonci. Niente male, no? È un’epifania rispetto all’opera della scrittrice italiana, un incontro che quando riaffiorerà alla sua memoria la spingerà a dare una struttura inedita al suo romanzo: biografia in prima persona di un personaggio storico, Isabella d’Este, e insieme narrazione d’invenzione che ingloba e trasfigura molti spunti autobiografici. Questo rapporto particolarissimo che allaccia con la scrittrice si svolge tra l’altro all’interno di una rete di coincidenze che ne sottolinea ulteriormente la rilevanza e che ci lascia letteralmente senza fiato.

In una lettera del 1986 – che s’inserisce nella corrispondenza a senso unico fra i due – sarà proprio André Desjardins a lamentare, con rassegnazione, la decisione di Maria Bellonci di regolare la propria condotta “su quella della Marchesa di Mantova con il povero inglese”. Quanto, effettivamente, la condotta esistenziale di Maria si rivela in sintonia con quella delle sue eroine – Isabella d’Este e Lucrezia Borgia?

La sintonia di Maria Bellonci ora con l’una ora con l’altra è costante e allo stesso tempo muta nel corso degli anni. L’autrice le incontra subito entrambe, né poteva accadere diversamente essendo l’una ben presente nella vita dell’altra: erano cognate e rivali in amore, Lucrezia pare abbia avuto una relazione con Francesco Gonzaga, marito di Isabella, o almeno Maria Bellonci sembra esserne convinta. Va detto che l’autrice ha abbozzato una quantità di libri che non ha mai portato a termine, ma ogni volta che ha deciso di scrivere su queste due eroine del Rinascimento ha lasciato il segno. Perciò fare la storia di questo rispecchiamento ad assetto variabile, lo definirei così, significa ripercorrere l’intera sua produzione letteraria e nell’arco di una risposta è impossibile. Posso dire solo che Maria scopre ben presto di voler essere come Lucrezia ma si accorge a mano a mano di assomigliare molto di più a Isabella. Sicuramente trova nella vita di entrambe la parabola esemplare di due donne che sono state in modi diversi condizionate e ribelli rispetto al potere degli uomini.

Nel 1919, invece, Maria ha incontrato Goffredo Bellonci, giornalista di terza pagina del «Giornale d’Italia» – più grande di vent’anni, allievo di Carducci e di Vilfredo Pareto – che sposerà l’11 agosto 1928, dando vita a un sodalizio intellettuale che s’installerà nella storia della letteratura italiana fra i vari Morante e Moravia, Bontempelli e Masino, Banti e Longhi. “Io bevo da te la scienza come il più inebriante dei nettari” – scrive Maria. Quanto conta, nella sua formazione di scrittrice, l’influenza del marito quale guida spirituale, di pensiero? 

Il loro è stato un rapporto simbiotico, un’alleanza indistruttibile. Goffredo ha letteralmente formato Maria dal punto di vista culturale e Maria è stata per Goffredo, orfano di entrambi i genitori fin dall’infanzia, un riferimento affettivo indispensabile. Maria lo sceglie come compagno quando ha poco più di vent’anni e non lo lascia più, credo per un forte debito di riconoscenza anche quando soffrirà di essere una donna che sente “il richiamo del sangue” accanto a un uomo più vecchio di lei di vent’anni. Il dono più grande che Maria dichiara di avere ricevuto da Goffredo è quello della libertà: poter viaggiare sola di archivio in archivio per seguire il suo progetto letterario. Goffredo, da critico intelligente qual è, comprende la natura di questo progetto prim’ancora che Maria scriva una sola riga della Lucrezia, e la sostiene con la sua autorevolezza nei momenti di difficoltà e scoramento.    

La scrittura di Maria, dunque. Che anelerebbe ad essere valutata come autrice in senso ampio e non relegata dalla critica al genere del romanzo storico. A quali letture si ispira – Proust, ad esempio, la annoia – chi sono i suoi numi tutelari? 

Uno su tutti, Stendhal, che legge prestissimo e di cui poi traduce varie opere. La finezza dei ritratti psicologici dello scrittore francese, la naturalezza con cui vengono inseriti in vicende lontane negli anni, la affascina profondamente. Quanto ai modelli letterari, semplicemente non ce ne sono per il tipo di narrativa che Maria sperimenta. Se deve citare qualche antecedente le vengono in mente Lytton Strachey e Stefan Zweig, e in Italia il Bacchelli del Mulino del Po, che rispetta enormemente. Ma sono parentele letterarie alla lontana, nulla di veramente prossimo.

Dagli archivi storici alla socialità culturale, dagli scritti pubblici ai taccuini privati, dall’intricato rapporto con la maternità alla devozione coniugale, fino all’intensa, nodale relazione fra storia e letteratura – “Sono uno storico in quanto scrittore”. Qual è il segreto di Maria Bellonci?  

Sono ancora molti i segreti da svelare. Il mio libro si ferma alla morte di Goffredo Bellonci nel 1964 e inizia con la storia dell’incontro di André Desjardins nel 1974. In mezzo ci sono dieci anni che comprendono l’inizio dell’amicizia con Anna Maria Rimoaldi, che alla morte della scrittrice istituirà la fondazione a lei dedicata, il definitivo allontanamento da Anna Banti, l’amica fino ad allora più cara, e il ritorno definitivo alla scrittura letteraria. O forse no, non c’è più nulla di essenziale da svelare. Il segreto di Maria Bellonci è essere riuscita a ottenere un posto che è soltanto suo nella storia della letteratura. In questo senso è una scrittrice archetipica: bellonciano è un aggettivo che indica da solo un modo di narrare e un immaginario, come kafkiano o borgesiano, per tornare all’autore di Finzioni di cui si parlava all’inizio.

Fabrizia Sabbatini

Gruppo MAGOG