“Aveva uno sguardo selvaggio negli occhi”. Robert Lowry, lo scrittore odiato da tutti
Letterature
Fabrizia Sabbatini
Nell’Italia della narrativa, il nome di Bret Easton Ellis germoglia sull’asse Napoli-New York. È Tullio Pironti, editore-pugile di caratura partenopea, a soffiarne con scaltrezza i primi diritti – il titolo conteso è Less than zero – alle grandi case editrici. Ring d’occasione, un’asta telefonica indetta dall’agente letterario Dennis Linder. Nessun editore conosce gli altri concorrenti. Si parte da cinque milioni per finire a cinquantuno, ultima offerta di Pironti che mette KO – lo scoprirà solo successivamente – il peso massimo dell’editoria italiana, Mondadori. Caso vuole che il protagonista del libro si chiami Clay. Predestinazione nel nome, invisibile match della parola.

“Sono Fernanda Pivano” – nella biografia di cui non vedrà la pubblicazione, Libri e cazzotti (Bompiani), poiché il destino ha già virato per l’altrove, Pironti racconta l’inattesa telefonata.
“Ma lo sa che Ellis ha scritto questo libro a diciassette anni ed è la grande promessa della letteratura americana? Lei ha avuto coraggio e audacia. Le scriverò un saggio su Ellis e glielo manderò, senza compenso”.
Detto fatto, giungono al feudo napoletano del boxeur cinquanta cartelle dattiloscritte. Meno di zero vede la luce nelle librerie italiane nel 1986, copertina marchiata da lenti a tinte fluo, traduzione di Francesco Durante – all’epoca redattore capo alla cultura del «Mattino» – e postfazione della Pivano. A far razzia dei diritti dell’enfant prodige californiano, ça va sans dire, sarà poi Einaudi – che esce in questi giorni con l’ultima opera di Ellis, Le schegge, a oltre un decennio dall’ultimo romanzo. Ma qui, più che le storie, interessa la storia.
Dal virtuoso incontro fra Tullio e ‘Nanda’, zampillano infatti a cascata, sul mercato italiano, pagine e stille a strisce e stelle. Ultramarine e Fires di Raymond Carver, così come della di lui consorte Tess Gallagher, L’amante dei cavalli, fanno il loro esordio per Pironti, nella via Port’Alba di Napoli – pantheon dei librai. Quanto a Fires, che viene dato alle stampe nell’ottobre 1989 – un anno dopo la prematura morte dell’autore – e contiene una poesia intitolata Voi non sapete che cos’è l’amore, l’editore stravolge il titolo originale, soppiantandolo con l’omonimo verso dedicato a Bukowski. Pare una canzone di Roberto Murolo.
Senza tempi di ripresa, Pironti firma quindi un contratto per cinque romanzi “di un autore americano sconosciuto in Italia ma del quale negli Stati Uniti si diceva un gran bene”. Si chiama Don DeLillo ed è figlio di italiani – così gli racconta la Pivano –, molisani, della provincia di Campobasso. La premessa pare convincerlo. Nel settembre 1987, decorato da una sovraccoperta dalle fattezze psichedeliche e paratesti che annunciano l’autore come un Beckett americano, Rumore Bianco campeggia nelle vetrine nostrane. Il suo successo è storia. Pironti, nonostante abbia appeso al chiodo i guantoni da boxe, sul ring editoriale sembra destinato ad essere lo sparring partner di Einaudi.

E mentre con Carver aveva avviato il poeta Riccardo Duranti a quella che diverrà la traduzione dell’intera opera dello scrittore bollato con la fastidiosa etichetta di “minimalista” – scrive la Pivano, nell’introduzione “questi personaggi appaiono come anime dolenti che Carver scava con una ricerca tanto ricca di umanità quanto la sua prosa è parca di parole”; “Non taglio soltanto fino all’osso, taglio fino al midollo”, asseriva lui – lo stesso si riaffaccerà fra le pagine degli americanofili più appassionati con un’altra, titanica traduzione. Si tratta di Cormac Mc Carthy, che arriva oltre il confine italiano con Cavalli Selvaggi per la regia dell’editore Guida, altro napoletano colmo d’illuminazioni – nella stessa collana figuravano Julien Gracq, Vladimir Volkoff, Juan Benet. Il primo capitolo della Trilogia della frontiera prende forma nel 1993 in una stamperia di Ercolano – l’epica si riconnette e si fonde alle rovine del mito. Nella bandella si legge di Outer Dark come “di prossima pubblicazione nelle nostre edizioni”. L’opera omnia passerà in einaudiane mani.
Per chiudere il cerchio, alla letteraria maniera, un’unica immagine, emblematica. Gli editori dei due regni con il sogno americano nel taschino – Tullio Pironti e Giulio Einaudi – s’incontreranno, come in un romanzo, durante una sera d’inverno, fra le strade di una Napoli assediata del temporale. Nei dedali velati degli androni di piazza Dante, il torinese, sulle prime, scambia il partenopeo per un rapinatore. Finiranno per cenare insieme, e guardare “belle donne che passavano”. Come in un racconto italoamericano. Storia di un million dollar publisher.
Fabrizia Sabbatini