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“Carmelo Bene apparve in mutande, con le unghie laccate… è stato la tromba d’aria che ha tracciato il mio futuro”. Dialogo con Manuela Kustermann

La circonda l’aura infrangibile del rispetto. Una specie di timore reverenziale. “Guarda, c’è la Kustermann”, mi fa notare qualcuno, tempo fa, quando Roma rombava anche di notte e brulicava la vita. La primadonna del teatro d’avanguardia, o sperimentale, o come vi pare. Perfino il cognome si pronuncia come un monito – e lei, Manuela, è di una bellezza inflessibile, ha la radiosità della disciplina. Per gioco, ho estratto una recensione di Ennio Flaiano al Faust goethiano secondo Carmelo Bene. Era il 1966 e la Kustermann – la dicono così, la Kustermann, come un giudizio senza appello – era lì, con Carmelo, Lydia Mancinelli, tra “le ragazze che… forse sbrigano le incombenze del coro angelico e delle streghe, comunque sono tutte belline e non dispiace che siano lì, come un’orchestra di voci ora celestiali ora terapeutiche”. Con Carmelo, Manuela – non ancora la Kustermann – ha cominciato quattordicenne, nel suo Amleto, faceva Ofelia, ribellandosi ai genitori, rompendo con il fidanzatino di allora, a precipizio nella voragine della sorte, nel richiamo del palco.  Con Bene fece anche Manon: nel consueto tripudio polemico, si elevò la voce di Alberto Arbasino, che adorava Bene e voleva bene alla Kustermann. In uno dei Match Rai condotti da Arbasino, è il 1977, Manuela – “la Sarah Bernhardt delle cantine” dice AA – combatte con Paola Borboni. Ho rivisto la puntata su Rai Storia: all’epoca Manuela era già la Kustermann, il sodalizio con Giancarlo Nanni si era consolidato con la fondazione de “La Fabbrica dell’attore”, dando vita a spettacoli che hanno fatto la storia del teatro – compreso un Amleto in cui la Kustermann fa Amleto. Il resto, appunto, è storia. Una storia che nel 1989 si esalta con la ‘presa’ del Teatro Il Vascello, dal 2000 eletto Teatro Stabile d’Innovazione. Da dieci anni, la Kustermann è da sola a guidare Il Vascello, con impetuosa dedizione. (d.b.)

Cominci con Carmelo Bene. Raccontamelo in un episodio, in un aggettivo.

Ho conosciuto Carmelo Bene in casa di Maria Michi, un’attrice dei Telefoni Bianchi, dove ero andata su suggerimento di un amico che mi aveva detto di questo Bene che stava cercando Ophelia per un Amleto da farsi in una estiva a Spoleto. Carmelo mi apparve in mutande, con le unghie laccate. Si spostava dentro una stanza con la porta aperta. Lo vedevo apparire da uno stipite e sparire dietro l’altro. Mi sbirciò appena e mi invitò ad andare nella sala dei ciclamini con un suo attore a provare la scena della pazzia di Ophelia. Rimasi scioccata e non volli provare. Carmelo continuò a guardarmi a lungo e mi disse: “vieni domani alle 14. Si parte per le prove”. Quando lo dissi ai miei genitori fui cacciata di casa, ma l’indomani ero li, a Piazza dei Fiorentini con la mia valigia pronta e la mia dirompente giovinezza ad iniziare la grande avventura della mia vita. Mi accompagnò con una spider il mio fidanzatino di allora. Un bravo ragazzo della Roma bene, che vedendo Carmelo in camicia bianca aperta, smalto rosso alle unghie, tracannando un fiasco di vino insieme ad altri attori dai capelli tinti, mi guardò e disse: “se vai con queste persone non mi vedrai mai più”. Guardai lui, guardai Carmelo e scesi dalla spider sbattendo lo sportello. Non avevo ancora 14 anni. Carmelo è stato il centro, un vortice, la tromba d’aria che ha generato e tracciato il mio futuro. Nella mia vita ho conosciuto molte importanti personalità nel mondo dell’arte e della cultura, ma credo che Carmelo sia stata la persona con il più alto tasso di genialità e complessità che abbia mai incontrato.

Ti dicono la “primadonna del teatro d’avanguardia”. Che valore dai a questa parola, “avanguardia”, cosa ha significato per te?

Molte cose ebbero inizio in quegli anni. Essere definiti di “avanguardia” era piuttosto facile. Bastava rompere un linguaggio, e molti linguaggi furono rotti, per essere definiti di avanguardia. Sul piano oggettivo, noi molto più semplicemente, sperimentammo nuove strade, ricercammo nuovi stilemi, fummo contemporanei di quella fantastica stagione della seconda metà degli anni Sessanta. La nostra rupture ci qualificava, socialmente e politicamente. Esprimevamo, anche nostro malgrado, una deviazione, forse necessaria, rispetto a forme tradizionali un po’ consunte, specialmente nella messa in scena. E quello che accadeva per il Teatro, accadeva per tutte le esperienze artistiche. In questo contesto, si, forse sono stata un simbolo iconico di una certa “avanguardia teatrale”, dando vita insieme a Giancarlo Nanni, ad un filone importante di teatro immagine ma anche di un movimento teatrante che ha generato numerosi artisti caratterizzati da una riconoscibile cifra artistica.

Questo è un anno di anniversari felici e dolorosi. 20 anni dal Teatro Vascello come ‘Stabile d’Innovazione’; 10 anni dalla morte di Giancarlo Nanni. Cosa è stato il Vascello?

Il Teatro Vascello rappresenta per intero la personalità di Giancarlo Nanni, caparbio, coraggioso, visionario. È rimasto sempre fedele alle sue intuizioni originali. Ricercando e sperimentando nuove forme nel rispetto della memoria, ma anche offrendo allo spettatore lo sguardo giusto, “anfiteatrale”, direi ideale per qualsiasi rappresentazione, teatrale, musicale o di danza che sia. Qui siamo tutti molto consapevoli della straordinaria eredità che Nanni ci ha lasciato e la nostra passione ne è testimonianza.

Qual è stato lo spettacolo, il momento, nella tua vita teatrale, elevato a simbolo, a istante di svolta, apicale?

Se mi si chiede un titolo, risponderei che sono stati molti gli spettacoli che ci hanno fatto conoscere ed avere successo e riconoscimenti internazionali. A come Alice e il Risveglio di Primavera, ad esempio. Sul piano più personale, direi: Franciska, Casa di Bambola, Amleto, Il Gabbiano, Loretta Strong. Per finire lo struggente Giardino dei Ciliegi, che ha anticipato anche scenograficamente, ma allora ancora inconsapevolmente, la malattia e la morte di Giancarlo Nanni.

Manuela Kustermann foto © Luigi Narici

Devo chiederti un ricordo di Alberto Arbasino…

Con Arbasino condividevamo molte amicizie. So che aveva per me un particolare apprezzamento artistico. Io ne ero affascinata. I suoi libri, in particolare i primi, hanno avvolto gran parte della mia vita. Lo incontravo nei salotti che frequentavo, da Elisabetta Catalano e Adriana Sartogo. Abbastanza recentemente, gli proposi un progetto, “Tributo ad Arbasino”. Ne fu entusiasta. Iniziammo a buttar giù dei contenuti e mi ricordo un particolare: poiché dimenticai di considerare le sue poesie Rap!, lui insistette affinché qualcuna di queste poesie fosse compresa nel programma. Poi purtroppo, per questione di tempi e programmazione non se ne fece più niente. Rimane un progetto in sospeso, ma che spero di realizzare.

Che valore ha, ha avuto la letteratura nella tua ricerca teatrale?

La letteratura ha rappresentato un sottostante fondamentale nel mio lavoro artistico, in particolare nella costruzione di personaggi. Poiché sono sempre stata una notevole lettrice, credo che quantomeno in maniera subliminale abbia svolto un ruolo importante. Ma personalmente non ho mai interpretato personaggi letterari, ad eccezione di Else, ne La Signorina Else di Schnitzler e Giglio Fava ne La Principessa Brambilla di Hoffmann.

Tra profezia e speranza ti chiedo come sarà il teatro quando riapriranno i teatri. O meglio: come lasci il teatro italiano, come vorresti ritrovarlo?

Ho lasciato un Teatro e una stagione straordinariamente promettenti. Sogno di poter ripartire da dove ho lasciato, ma so che non sarà così. Servirà un ripensamento generale ma sono certa che il Teatro non perderà la sua centralità. Grassi e Strehler nella Milano del dopoguerra, con i calcinacci che ancora ingombravano le strade crearono il Piccolo che accompagnò la ripresa economica e morale dell’Italia. Mutatis mutandis sarà come ripartire da lì.

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