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“Aromi, odori di segala e melissa, canto di cuculo sui monti”. Lev Tolstoj a Gressoney

Proprio stamattina, camminando tra larici immensi, che svettavano come aghi, annotavo poche parole (come Segantini ‒ o Van Gogh ‒ dipingeva i suoi quadri en plein air) su un sentiero che ci avrebbe portato a 2170 metri, precisamente al Col de Ranzola. Il vento a tratti ci attraversava da parte a parte, similmente ad acqua piovana, che non ha alcuna intenzione di interrompere il rito eterno della natura: quella selvaggia, quella vera, di chi si stacca dall’uomo, per ritrovar l’amor di se stesso e la bellezza tutt’intorno a sé.

Sarebbe stata una camminata faticosa, lo sapevo. Ma in fondo ne valeva la pena. La mia musa voleva vedere la targa, accanto alla Madonna, che testimoniava il passaggio di Lev Tolstoj su questi monti.

Soli, in mezzo a foreste millenarie, soltanto il verso del pastore interrompeva la stanchezza che ci assediava polmoni, cuore e polpacci. Mucche, un cane e un somaro, rappresentavano l’unica vita intorno a noi. Ogni tanto qualche verso d’uccello d’alta quota, si faceva presente. Ma quel OEH! OEH! mi ha ricordato tanto la solitudine e il sacrificio del pastore, sperduto tra la malga e la meraviglia infinita di quei monti. D’altronde l’incanto è avvenuto proprio quando non ci speravamo più. Il miracolo è sempre inatteso. La stanchezza s’impossessava di noi. Eppure. Eccoli!, degli uomini a cavallo tra una montagna e l’altra, dove il vento possente strappava via in un attimo cappelli, malumore e sudore.

Intanto, per più di una volta, durante il tragitto, mi chiedevo: Cos’avrà pensato il giovane Tolstoj nell’attraversare queste terre così tremende ed emozionanti, tanto da portarlo in Europa, fino addirittura in Val d’Aosta, e a Gressoney, per poi scavallare fino a Brusson? Cosa annotava nei suoi taccuini, il giovane poeta che avrebbe scritto libri memorabili e tutt’ora inscalfibili? Ed io, con accanto l’amore di una donna, cosa stavo provando, solcando lo stesso sentiero del grande autore russo? Cosa mi aspetterà, quali parole s’impossesseranno di me, nuovamente, tra una riga e l’altra?

L’importante dunque era arrivare. Sfidare l’impossibile. Credere, ancora una volta, all’accadimento di verbi obliqui su un foglio, a testimonianza di un passaggio memorabile, quanto leggendario. L’importante però, quel che voglio dire, è che quella targa, non deve e non fa parte del lunapark turistico di chi è di passaggio tra queste valli. Quella targa, piuttosto, è un monito a chi vuole dare tutto per la letteratura. È un simbolo. Meglio, un segno per chi decide di affrontare la fatica di un sentiero come quella di una pagina bianca.

Così, prima di sederci a mangiare un panino, tra l’erba e la poesia che s’insinuava tra gli steli e le nostre dita, siamo andati anche noi a leggere quelle parole incastonate su una targa di ferro o bronzo che sia: “Su questo colle transitò il 20 giugno 1857 il grande poeta Tolstoj: …Partiti alle sei da Gressoney / saliti fino ad una cappella… / aria pura e rarefatta / suoni chiari sui monti / un ragazzo canta, discesa. / Aromi, odori di segala e melissa / canto di cuculo sui monti”. Pace. Brusson. Lev Nikolaevic Tolstoj (dai diari giovanili).

È questo perciò, alla fine, che m’interessa veramente: onorare un passaggio, avere la stessa tempra e foga, nell’inquietudine del verbo; in mezzo ad aromi, sotto nuvole che scheggiano il cielo d’incanto. È questo che voglio: l’amore di una donna, scrivere qualche appunto sul taccuino, ridiscendere a valle, per poter scrivere un articolo o un nuovo libro, che dia significato pieno alla mia vita e, forse, perché no, a quella di qualchedun altro che nemmeno avrà la possibilità di poter perdersi tra questi monti selvaggi.

Giorgio Anelli

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