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Ho incontrato i miei autori nella stanza-studio, e ho trovato conferme che gli altri invidiano

Questa volta, nella stanza-studio, sono tutti a raccolta: Charles, Walt, Dino, Emily, Anna, Marina, Cristina; persino quello scapestrato di Emanuel Carnevali (che mi perdoni). Faccio fatica a nominarli tutti, i miei amici qui attorno ‒ sono troppi. E più sono, più fanno rumore. Più fanno rumore, più io posso comprendere quanto valga il prezzo della libertà. Poiché si paga il giusto prezzo per il genio della passione che irrompe in ognuno di noi, se solo lo volessimo ascoltare fino in fondo.

Questa sera, nella mia biblioteca, i libri sembrano totem, stendardi, mausolei, piramidi, moai, obelischi. No, non ho bevuto vino. Semplicemente attendono tutti ‒ apprensivi ‒ il lieto evento. Ovvero, che mi rimetta a scrivere una storia. Che ne so: un romanzo, per esempio; qualche racconto, o una nuova raccolta di poesie, per giunta.

Non puoi fermarti proprio ora, sembra sussurrarmi intrepido (anche se ha tutta l’aria, piuttosto, di una minaccia) Gesualdo Bufalino. Altrimenti, cosa ci leggi a fare? Non puoi tradire le nostre vite, le nostre fottutissime passioni e delusioni, per la gloria di un momento. Se sei davvero un poeta e uno scrittore, come vai in giro a dire, devi continuamente dimostrarlo. Ma più che agli altri, a te stesso. Quindi m’accorgo che in questa stanza ‒ ogni giorno, ogni sera ‒ accade qualcosa d’eccezionale, che mi conferma la scelta di vita che ho fatto, azzardando tutto me stesso nell’attraversare, a strapiombo su seracchi, gli alfabeti che più mi confanno.

Tuttavia, raccontare una storia, scriverne il dipanarsi, non è roba di poco conto. Non ci si improvvisa poeti e scrittori. D’accordo, lo si è. Ci si nasce. Però, sfatando un mito, soprattutto lo si diventa. È per questo che stanno qui accanto a me Joseph, Alda, Marcel, Saul, Thomas, Francis e quant’altri. Forse ho capito che dovrei stare ancora più stretto a loro, che tanto hanno da insegnarmi. Dunque il silenzio che mi dimostrano, sta tutto nell’attesa. Non è che facevano gli indifferenti. Soltanto si aspettano, ogni tanto, da chicchessia, il colpo di genio. Così, se mi giro da un lato il mio occhio è immediatamente catturato da questo titolo: La danza degli gnomi. Se viceversa mi giro dall’altra parte, leggo: I lupi e il rumore del tempo o Corrispondenza. Capite bene che la fantasia va a nozze, nel momento in cui un’epifania folgora di parole l’iride damascata.

Più di tutto ‒ poi, però ‒ cerco ancora la visione, quel godere sotterraneo e di traverso, che può portare solo buoni auspici. Obliquamente, le parole hanno significati disattesi e, per ciò stesso, interessanti.

Se è risaputo che leggere porta a scrivere, è al contempo altrettanto sottaciuto. Eppure, dalla luce delle soglie che si mostrano all’improvviso, le ombre delle sillabe danzano come faville nell’oscurità. È il nostro cuore, che nella notte cerca le conferme più invidiate. È a lui che dobbiamo tutto, a quei sobbalzi tra le pagine indimenticabili di spiriti innamorati. Cos’altro vorrei volere ancora? Eh, ce ne sarebbero di cose da desiderare! Ciò nonostante, da questa storia che mi rappresenta, possono nascere nuove amicizie. Ci si incrocia, a volte, per le vie ghiacciate della letteratura. Tra apollineo e dionisiaco, certi sguardi incontrano la sfida che accomuna il comune sentire e scrivere.

Il poeta, del resto, è l’eterno giocoliere. Balla sugli alfabeti del mondo, destreggiandosi a fatica. Se lo fa, è solo per un riscatto che sente tanto vero quanto inconfondibile. In fondo, sulla pista, c’è di mezzo la sua vita che balla. Tra un confine e l’altro, il suo limite chiede soltanto di essere superato. Per dimostrare, a se stesso, piuttosto che al mondo, cosa significhi tenere in mano una penna che possa scrivere ‒ all’improvviso ‒ il guizzo beffardo e impertinente del sorriso del clown.

Giorgio Anelli

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