È uscita da poco per i tipi di Bietti, nel cinquantenario della sua morte, Vita avventurosa di Julius Evola di Andrea Scarabelli, vicesegretario della Fondazione Evola, dirige il blog Attuali e Inattuali (ilGiornale.it) e la rubrica Mattini dei maghi su «Storia in Rete». Monumentale biografia dell’eccentrico filosofo romano, è frutto dello studio rigoroso di una mole impressionante di documenti reperiti tra l’Italia e l’estero; il tassello che mancava nella riflessione sul suo pensiero, anche se il sottotitolo Una biografia, umilmente, non intende affatto chiudere la ricerca. Questo lavoro arriva dopo un lungo percorso volto ad un riconoscimento del pensiero evoliano oltre la coltre di silenzio che ha contribuito ad inchiodarlo ad alcuni pregiudizi, precludendone dunque a priori un approfondimento che non necessariamente significasse condivisione di vedute. Né idolo (stando alle sue parole, egli stesso in tal caso avrebbe voluto essere abbattuto), né cattivo maestro; soltanto l’uomo e il pensiero nella sua, appunto, avventurosa e per molto tempo misteriosa, parabola nelle contraddizioni del suo tempo. Dall’ambiente familiare alle fasi futurista e dadaista; scalatore di montagne, dandy frequentatore di locali romani celebri; barone più per soprannome che per origini nobili; Roma, la Capri pagana e Vienna dove, per un errore medico, Evola perderà l’uso degli arti inferiori in seguito al ricovero dopo un bombardamento americano nel 1945. Un viaggio che coniuga la weltanschauung con il racconto biografico – senza tacere dei suoi limiti – in cui il recupero del perenne al di là delle incongruenze che piegano il secolo, è frutto non di un’astratta speculazione, ma della ricerca di un incontro con l’archetipo dentro l’esperienza, condotta in modo tutt’altro che lineare.

Cominciamo dalle spine. Un innominabile, oggetto di feroce confinamento nelle categorie intellettuali peggiori – diciamo antropologiche tout court –, ne citiamo due su tutte in tempi come questi in cui è sufficiente un’etichetta, magari attribuita con superficialità, a decretare la morte civile per i vivi e la damnatio memoriae per chi non c’è più: razzista e misogino. Che cosa vuol dire lavorare alla biografia di uno studioso che si vuole abietto a tutti i costi, spesso e volentieri senza averlo mai letto?

Per aspera, come si usa dire… Due osservazioni, la prima generale e l’altra particolare. Ho sempre nutrito una predilezione particolare per la categoria degli “abbietti”. E non è solo una posa estetizzante, come spesso accade tra coloro che se ne interessano: occuparsi dei “maledetti” significa infatti chiedersi perché lo sono – o, meglio, perché lo sono diventati –, per poi interrogarsi su chi li ha resi tali, su chi li ha trasformati in oggetto d’anatema. Studiare gli “abietti”, senza paraocchi o pregiudizi, è implicitamente mettere sotto processo chi li maledice. Un esame che spesso – ed è il caso in questione – riserva parecchie sorprese.

Valga come esempio la definizione, spesso attribuita a Evola da giornalisti aspiranti storiografi, di “più grande razzista italiano”. Premesso che il mio libro non è uno studio su Evola e la razza, è comunque un tema con cui ho dovuto fare i conti, provando a inserire il razzismo evoliano nel contesto in cui è stato formulato. Ne sono usciti tre capitoli, che fotografano cronologicamente il suo rapporto con questa tematica. Capitoli che testimoniano quanto il suo razzismo fosse giudicato dai razzisti “ufficiali” nebuloso e antirazzista, e soprattutto inapplicabile praticamente, cosa che gli valse una emarginazione assoluta, soprattutto dal 1942 in poi. È vero che riscosse l’apprezzamento di Mussolini, ma poche settimane dopo cadde sotto il fuoco congiunto dei redattori de La difesa della razza, preoccupati di perdere la propria egemonia, e dei gesuiti, terrorizzati da quella che definirono una “epidemia di esoterismo”.

In fin dei conti, ho sempre pensato che additare Evola come il “maggior razzista italiano” sia un pessimo affare, specie perché porta a dimenticare che le leggi razziali sono state avallate dall’algida e intoccabile comunità scientifica di allora, e non da “esoteristi” e “tradizionalisti”. Siamo sinceri: chi ricorda oggi il nome di Nicola Pende?

Possiamo, in qualche modo, inquadrare questo progetto biografico come un compimento “esteriore” del Cammino del cinabro, autobiografia del pensiero evoliano di fronte al naufragio della Storia – nella pretesa coincidenza di forma, naturalmente mutevole, e sostanza/essenza – sullo scoglio della modernità?

Bisogna tenere presente che Il cammino del cinabro, come dichiarato dallo stesso autore, è più una “guida alle sue opere” che una vera e propria narrazione di sé. Ci sono alcuni dettagli di tipo biografico, da leggere tuttavia soprattutto in funzione dell’opera, che in qualche modo la fa da padrone. Con gli occhi fissi sui propri studi, Evola omette moltissimo, sia in merito alla propria formazione, sia rispetto agli incontri e agli scontri che hanno accompagnato la sua evoluzione intellettuale. Ecco perché questo libro, come ha detto Sandro Consolato, con cui l’ho presentato a Messina, più che una “versione scarabellizzata” de Il cammino del cinabro è la rassegna di tutto ciò che in quel libro manca.

Evola, d’altronde, non si sarebbe mai sognato di scrivere una propria “autobiografia”, e le poche volte che ha parlato di sue esperienze personali (come nei famosi articoli usciti sul Popolo Italiano, poi raccolti da Renato Del Ponte nel Diario 1943-1945, edito da Sear nel 1989), lo ha fatto per offrire un proprio “contributo” alla grande storia del Secolo, tralasciando invece di riportare il dramma interiore della voce narrante. Da un punto di vista, per così dire, sottile, le cose cambiano: si trovano tracce del “divenire interiore” evoliano in Cavalcare la tigre. Sbozzando i caratteri dell’“uomo differenziato”, Evola ha pensato soprattutto a sé stesso. Quell’opera, in senso stretto, è l’“autobiografia spirituale” del filosofo, più che Il cammino del cinabro.

Evola è una figura di tradizionalista la cui parabola contribuisce a leggere sotto una luce corretta la cd. Tradizione: tutt’altro che passatismo, è riguadagno di Archetipi che per statuto e definizione sono perenni. Il suo suggerimento di cavalcare la tigre, con riferimento alla attuale e ancora più drammatica crisi del postmoderno, che cosa significa?

La prima parte della domanda contiene, implicita, la risposta alla seconda. Se il gesto del “cavalcare la tigre” traduce un atteggiamento consistente nel considerare tutto come una prova, esso si fonda sull’idea che il “dato tradizionale” non sia relegato a un passato immemoriale ma sia attuabile anche nel cuore notturno del mondo moderno. Per Evola – lo ha sempre scritto, nel corso dei decenni – “tradizione” e “modernità” sono prima di ogni cosa modalità di guardare al reale. Categorie ermeneutiche, più che fasi storiche. Ne deriva che, da un lato, possono esistere fenomeni “moderni” anche in epoche più vicine al mondo “tradizionale” – tale era ai suoi occhi, ad esempio, il cristianesimo delle origini –, ma, dall’altro, è possibile restaurare il quid tradizionale anche in piena modernità: il senso del suo attivismo (meta)politico si spiega sotto costellazioni del genere.

Per quanto riguarda poi l’aspetto più interiore, riferito al “cavalcare la tigre”, è un atteggiamento che caratterizza il filosofo romano sin dal primo dopoguerra. «Non bisogna rifuggire da nessuna esperienza» aveva scritto negli anni Trenta, in un articolo. «D’uopo è solo mantenersi attivi rispetto ad esse». Discorso che assume un tono particolare nel contesto della “crisi della civiltà” da lui affrontata e tematizzata. È l’idea che la crisi possa snudare forze usualmente sopite, che sia una via di liberazione, a patto che si sia disposti a inquadrarla secondo coordinate particolari. Credo che questo aspetto sia stato colto alla perfezione da Aleksandr Dugin nelle sue opere dedicate al Soggetto Radicale, tentativo di declinare la figura dell’“uomo differenziato” nel mondo post-moderno, ma è un discorso che ci porterebbe molto lontano.

In un tempo in cui essere “ciò che si è” è in rotta di collisione con “ciò che si vorrebbe essere”, cosa vuol dire secondo Evola realizzare la propria natura?

Vuol dire ricordarci di esserci scelti, rammemorare di aver voluto il nostro essere quel che siamo – nelle sue luci, così come nelle sue ombre –, vedendo nelle contingenze che affrontiamo la traccia di un destino. Più che la reincarnazione, ad affacciarsi nelle dense pagine dedicate al tema è l’esercizio di una memoria che trascende vita e morte, che sopravvive ai passaggi di stato, lo stesso che troviamo nel Libro X della Repubblica platonica, nel mito fondativo che struttura l’esperienza greca della verità come aletheia, rimozione del léthos, dell’oblio, dell’oscuramento. Ne parla anche Arturo Reghini nel suo aureo Le parole sacre e di passo dei primi tre gradi e il massimo mistero massonico, da Evola letto e apprezzato.

Ma, si badi, non è un mero speculare. Il filosofo stesso applicò queste idee alla sua tremenda condizione del secondo dopoguerra, segnata dal terribile incidente viennese del 21 gennaio 1945, che gli causò la paresi agli arti inferiori, battuta d’arresto della sua “vita avventurosa”. Lo scrisse ne Il cammino del cinabro, e lo ribadì ad amici e collaboratori.

«Ricordarmi perché l’avevo voluta, epperò coglierne il suo senso più profondo per l’insieme della mia esistenza: questa sarebbe stata, dunque, l’unica cosa importante, assai più del “rimettermi”».

È solo e soltanto questa consapevolezza la base per una ipotetica “guarigione”: se «un “ricordo” del genere fosse affiorato o affiorasse, sarebbe data sicuramente anche la possibilità di rimuovere, volendolo, lo stesso fatto fisico». Ma è una consapevolezza di cui, negli anni Sessanta e Settanta, non vedrà traccia:

«La nebbia a tale riguardo non si è ancora sfittita. Per intanto, mi sono adeguato con calma alla situazione, pensando umoristicamente talvolta che forse si tratta di dèi che han fatto pesare un po’ troppo la mano, nel mio scherzare con loro».

Ad astra, infine.

*L’intervista è a cura di Livia Di Vona

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